Boss di mafia e gregari cercavano di ricostruire la commissione provinciale. Annullata con rinvio condanna per Mineo, designato quale erede di Riina

Avevano tentato di ricostituire la commissione provinciale di Cosa nostra dopo la morte di Totò Riina (deceduto nel 2017) ma erano stati fermati prontamente prima di potersi riorganizzare grazie al blitz dei Carabinieri, coordinati dalla Dda di Palermo. Oggi boss e gregari di quella che doveva essere la Cupola 2.0, come è stata nominata l’operazione della Dda del 4 dicembre 2018, sono stati definitivamente condannati dalla Corte di Cassazione.
Per diversi imputati il Palazzaccio nella tarda serata di ieri ha messo un punto definitivo, mentre per altri ha disposto un nuovo processo d'appello.
Nello specifico, per Settimo Mineo, uno degli scappati “perdenti” della guerra di mafia nonché colui che avrebbe dovuto ricoprire il posto lasciato da Riina, aveva avuto una pena di ben 21 anni di reclusione (in continuazione con precedenti condanne), la Suprema Corte ha deciso di annullare con rinvio ma soltanto per rideterminare la pena (è difeso dagli avvocati Stefano Santoro e Marco Celmenti). Il processo sarà integralmente da rifare, invece, per Massimo Mulè, assolto in primo grado e poi condannato a 11 anni e 4 mesi in appello (è difeso dagli avvocati Giovanni Castronovo e Marco Clementi), e anche per Vincenzo Ganci, che aveva avuto una condanna a 8 anni e 8 mesi (lo assistono gli avvocati Raffaele Bonsignore e Antonio Gargano).
I giudici hanno disposto l'annullamento con rinvio ad una nuova sezione della Corte d'Appello, per rivalutare alcune accuse e aggravanti, anche per Giovanni Salvatore Migliore, già condannato 8 anni e 8 mesi, (lo difende l'avvocato Rocco Chinnici), per Maurizio Crinò, che aveva avuto 9 anni e 4 mesi (avvocato Tommaso De Lisi), per Domenico Nocilla che aveva avuto 9 anni e 8 mesi (avvocato Maria Teresa Nascè) e Michele Rubino, a cui erano stati inflitti 10 anni e 8 mesi (avvocati Domenico La Blasca e Michele Giovinco).
I giudici ermellini hanno anche concesso degli sconti ad altri due mafiosi per i quali la sentenza diventa così definitiva. Si tratta di Gregorio Di Giovanni, boss di Porta Nuova, che passa da 14 anni di carcere a 11 anni e 4 mesi (è difeso dagli avvocati Giuseppina Candiotta e Angelo Barone), e di Salvatore Sciarabba, che passa da 14 anni a 13 anni 10 mesi e 20 giorni (avvocato Giorgio Vianello Accoretti).
Per tutti gli altri imputati, invece, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili e le condanne inflitte in appello diventano dunque definitive: Gaetano Leto (12 anni e 8 mesi), Giuseppe Serio (13 anni e 4 mesi), Filippo Di Pisa (8 anni), Michele Grasso (8 anni e 8 mesi), Salvatore Pispicia (12 anni), Giuseppe Bonanno (5 anni e 8 mesi), Salvatore Mirino (9 anni e 4 mesi), Francesco Caponetto (13 anni e 4 mesi), Rubens D'Agostino (10 anni), Giovanni Salerno (10 anni e mezzo), Marco La Rosa (6 anni e 8 mesi), Giovanna Comito (un anno e 8 mesi pena sospesa), Filippo Annatelli (13 anni e 4 mesi), Stefano Albanese (9 anni), Erasmo Lo Bello (12 anni), Salvatore Ferrante (un anno), Giuseppe Costa (9 anni), Carmelo Cacocciola (6 anni e 8 mesi), Gaspare Rizzuto (12 anni e 4 mesi), Salvatore Sorrentino (10 anni), Filippo Cusimano (9 anni) e anche per Domenico Mammi (2 anni).
Numerose le parti civili nel processo (ma il Comune di Palermo non si è costituito), tra loro diversi imprenditori vittime del racket, ma anche Solidaria e Sos Impresa (avvocato Fausto Maria Amato), l'associazione Antonino Caponnetto (avvocato Alfredo Galasso), il Comune di Ficarazzi (avvocato Anna Tirrito), Confcommercio Palermo (avvocato Fabio Lanfranca), Addiopizzo (avvocato Salvo Caradonna), Centro Pio La Torre (avvocato Francesco Cutraro), il Comune di Villabate, il Comune di Misilmeri e Sicindustria (avvocato Ettore Barcellona).

Foto © Imagoeconomica

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