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mafia politica parabitadi Antonio Nicola Pezzuto
“Considerato che nel comune di Parabita (Lecce) gli organi elettivi sono stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 31 maggio 2015.
Considerato che, dall’esito di approfonditi accertamenti, sono emerse forme di ingerenza della criminalità organizzata che hanno esposto l’amministrazione a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale.
Rilevato, altresì, che la permeabilità dell’ente ai condizionamenti esterni della criminalità organizzata ha arrecato grave pregiudizio agli interessi della collettività e ha determinato la perdita di credibilità dell’istituzione locale.
Al fine di porre rimedio alla situazione di grave inquinamento e deterioramento dell’amministrazione comunale di Parabita, si rende necessario far luogo allo scioglimento del consiglio comunale e disporre il conseguente commissariamento, per rimuovere tempestivamente gli effetti pregiudizievoli per l’interesse pubblico e per assicurare il risanamento dell’ente locale”.
Questo scrive il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel Decreto di scioglimento del Consiglio Comunale di Parabita, su richiesta del Ministro dell’Interno Marco Minniti e conseguente delibera del Consiglio dei Ministri. Ultimo atto di un iter iniziato con la nomina di una Commissione di accesso agli atti amministrativi designata dal Prefetto dopo l’autorizzazione del Viminale e insediatasi il 19 luglio 2016 in seguito a quanto emerso dall’operazione dei Carabinieri del R.O.S. denominata “Coltura” e di cui ne sono stati riportati i contenuti nella prima parte della narrazione.
Il 14 ottobre 2016, la Commissione incaricata degli accertamenti ha depositato le proprie conclusioni, sulle cui risultanze il Prefetto, dopo aver sentito nella seduta del 21 ottobre 2016 il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica, ha redatto la sua relazione in data 28 novembre 2016.
Questo percorso ha avuto un’altra tappa fondamentale il 15 febbraio 2017, quando il Ministro dell’Interno ha pubblicato la sua relazione con la quale chiedeva lo scioglimento del Consiglio Comunale di Parabita per la presenza di “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti ed indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di condizionamento degli stessi”.
Il Ministro cita anche la sentenza del Tribunale di Lecce emessa il 12 ottobre 2016 dalla quale emerge “con assoluta chiarezza la conclamata capacità del gruppo mafioso di inquinare l’amministrazione comunale di Parabita, nonché l’abilità criminale della consorteria nell’imporre il controllo pieno del territorio, attraverso l’intimidazione”. Come evidenziato nella prima parte del resoconto, un ruolo centrale in questa storia lo ricopre Giuseppe Provenzano, all’epoca delle indagini assessore al Comune di Parabita con delega ai Servizi Sociali e al momento dell’arresto vicesindaco e assessore allo Sport. L’uomo è considerato “veicolo consapevole per favorire gli interessi criminali, sulla base – come evidenziato nella stessa ordinanza di custodia cautelare del dicembre 2015 – di un vero e proprio patto di scambio politico-mafioso, in forza del quale l’amministratore, pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio, di fatto, si è dimostrato a completa disposizione dello stesso fornendo un contributo specifico, consapevole e volontario, oltre che continuativo, ai fini della conservazione e del rafforzamento della capacità operativa del gruppo. Quanto al voto di scambio, emerge dalle indagini della magistratura inquirente che il clan ha pubblicamente e palesemente sostenuto – attraverso il vertice malavitoso locale ed i suoi uomini – la campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali, tra cui il predetto amministratore che, in cambio, si è reso disponibile ad esaudire le richieste della criminalità organizzata”.
Nella sentenza del Processo scaturito dall’operazione “Coltura”, emessa il 12 ottobre 2016, “il Tribunale di Lecce evidenzia come la disponibilità manifestata dallo stesso amministratore nei confronti del clan sia rivelatrice di un pesante condizionamento mafioso del comune, tanto da integrare gli estremi del concorso esterno in associazione mafiosa. Rileva, in tal senso, la circostanza che lo stesso amministratore si sia autodefinito santo in Paradiso dell’associazione malavitosa, in tal modo palesando il suo status di punto di riferimento della consorteria all’interno dell’ente, pronto ad attivarsi per far fronte a qualsiasi richiesta dell’organizzazione criminale”.
Nella sua relazione il Prefetto sottolinea “l’impegno dell’amministrazione ad assumere appartenenti al clan presso la ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani del comune, risultata aggiudicataria in via definitiva del servizio all’esito di un procedimento che si era concluso in favore di un’altra impresa, la cui offerta è stata poi ritenuta anomala dalla commissione di gara”. Presso questa ditta sono stati assunti, con contratto sottoscritto nel gennaio 2010, Marco Antonio Giannelli e altri due sodali del clan. La stabilizzazione del rapporto di lavoro è avvenuta il 3 aprile 2013 ed ha causato l’aumento del costo annuale del servizio con un notevole aggravio per le finanze dell’Ente. Nel decreto di scioglimento si evidenzia l’inerzia dell’Amministrazione Comunale che non ha fatto nulla per “ripristinare condizioni di imparzialità e legalità nella gestione del settore”.
Dall’inchiesta giudiziaria emerge che il Provenzano, in vista delle elezioni del 2015, si mette a disposizione della Sacra Corona Unita, promettendo nuove assunzioni e il miglioramento delle condizioni lavorative degli affiliati al clan assunti nelle ditte operanti nel settore degli appalti pubblici e un innalzamento delle ore lavorative settimanali.
La Corte di Cassazione, con sentenza dell’aprile 2016, nel confermare l’ordinanza del Tribunale di Lecce relativa alla misura cautelare degli arresti domiciliari per il Provenzano, ha evidenziato il pericolo che questi possa ancora mettersi al servizio di esponenti del sodalizio criminale. Rischio derivante dalla rete di relazioni che era riuscito a creare grazie alla carica pubblica ricoperta e ai contatti con amministratori ancora in carica ritenuti vicini all’associazione mafiosa.
La Commissione di accesso agli atti ha rilevato che alloggi pubblici risultano occupati abusivamente da soggetti appartenenti al clan Giannelli. Tra questi figurano affiliati condannati con la già citata sentenza del 12 ottobre 2016. Dagli atti non emerge un’attività di effettivo contrasto alle occupazioni abusive da parte dell’Amministrazione Comunale che ha consentito “invece l’indebita fruizione di abitazioni destinate all’edilizia residenziale pubblica da parte di soggetti privi di legittimazione, tra cui figurano esponenti del locale clan. Infatti, nonostante le segnalazioni dell’ente gestore del patrimonio finalizzate sia al rilascio degli immobili che al pagamento degli oneri condominiali, è stata emessa una sola ordinanza di sgombero”, scrive il Ministro nel Decreto di scioglimento. L’ordinanza di sgombero riguarda la convivente di un ex affiliato al clan, ora collaboratore di giustizia, come specifica il Prefetto nella sua relazione in cui spiega come “l’inerzia del Comune rispetto alla problematica delle occupazioni abusive ha, pertanto, comportato che gli esponenti della locale criminalità organizzata continuassero ad occupare abusivamente gli alloggi in argomento, disattendendo, al contempo, le attese dei legittimi aventi diritto all’assegnazione, in virtù della graduatoria ufficiale risalente all’anno 2006”. La Commissione d’accesso ha evidenziato anche un’altra grave illegittimità compiuta dal sindaco nella gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Il primo cittadino Alfredo Cacciapaglia, con propria ordinanza, “ha requisito alcuni beni, destinandoli a soggetti non rientranti nella graduatoria ufficiale degli aventi titolo all’assegnazione. In questo caso tra i beneficiari della disposizione del primo cittadino figura un pregiudicato di cui sono state comprovate le frequentazioni di esponenti della locale consorteria”.
A tal proposito, scrive il Prefetto: «Dette condotte amministrative, anche del capo dell’Amministrazione locale, notoriamente viziate da illegittimità per carenza dei presupposti fattuali e normativi, costituisce ulteriore dimostrazione di come il clan abbia conseguito in concreto dei vantaggi per gli affiliati, loro familiari o soggetti legati da rapporti di frequentazione con gli stessi che potevano, al bisogno, occupare abusivamente gli alloggi senza timore di sgombero, bensì con l’avallo di esponenti della giunta comunale sempre pronti a soddisfare i bisogni e le necessità del clan”.
Il sodalizio criminale aveva allungato i suoi tentacoli pure sul settore dei servizi sociali.
“Anche la procedura per l’assegnazione di contributi economici e dei buoni lavoro relativi a prestazioni lavorative occasionali risulta viziata. Come rileva la commissione d’indagine, le prestazioni sociali in questione sono state elargite all’esito di un sorteggio pubblico svoltosi alla presenza di personale dipendente del comune ovvero di soggetti non identificati. Risultano beneficiari delle prestazioni esponenti della criminalità organizzata, loro familiari o persone ad essi legate da rapporti di frequentazione”, si legge nel Decreto Ministeriale.
Le indagini che hanno portato alla sentenza del 12 ottobre 2016 hanno dimostrato l’interesse del capoclan alla gestione, tramite prestanome, di alcuni locali commerciali per poter investire il denaro ricavato dalle attività criminali. Gli atti giudiziari comprovano i contatti tra l’Amministrazione ed esponenti del clan per consentire la gestione di un esercizio commerciale ad uno stretto congiunto dell’associazione criminale. Questa vicenda, secondo il GIP del Tribunale di Lecce “mette in luce la conclamata capacità dell’organizzazione criminale di inquinare l’amministrazione comunale, ottenendo come contropartita del proprio sostegno elettorale ad alcuni candidati, favori di vario genere”.
Dalla verifica degli atti amministrativi adottati nel periodo gestionale 2010-2016, svolta dalla Commissione d’indagine, emergono importanti vicende amministrative in materia urbanistica, in particolar modo “quelle relative al rilascio di un permesso a costruire in variante, concesso ad una società il cui socio è un amministratore, presente in giunta anche nella consiliatura eletta nel 2010, che ha seguito la relativa procedura in violazione dell’obbligo di astensione. Gli atti della magistratura inquirente confermano la funzione svolta dal predetto amministratore – definito come l’uomo del clan all’interno dell’ente che si fa portavoce di tutte le istanze dell’associazione criminale – per favorirne gli interessi, all’indomani del sostegno elettorale assicurato dalla consorteria”.
Significativo è l’episodio verificatosi il 10 gennaio 2016 durante un incontro di calcio. Nell’occasione, alcuni tifosi parabitani inneggiavano slogan in favore del vicesindaco Giuseppe Provenzano che era stato da poco arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questi slogan venivano registrati in un video e pubblicati sul social network Facebook.
Il Prefetto sottolinea che queste manifestazioni di solidarietà nei confronti dell’amministratore confermano la “caduta verticale” della riprovazione sociale del fenomeno che era già stata evidenziata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo nella sua relazione annuale, “costituendo un inequivocabile segnale di consenso nei confronti di esponenti interni ed esterni del clan mafioso”. In concomitanza all’evento sportivo appena menzionato si svolgeva la “marcia per la legalità” alla quale partecipavano circa 400 cittadini, tutti i consiglieri di minoranza e tre consiglieri di maggioranza. Non passavano inosservate le assenze del sindaco e di alcuni assessori.
Nella sua relazione il Prefetto denuncia l’esistenza di “un ‘sistema’ dove i medesimi soggetti partecipano, beneficiandone, ad uno scambio politico-mafioso che ha avuto il proprio terreno di coltura nel clima di intimidazione generato dall’associazione e nell’abbassamento del livello di guardia rispetto a condotte antigiuridiche, financo conniventi con gli interessi del clan”.
Il rappresentante del Governo punta il dito anche sulla “sostanziale passività della cittadinanza che quasi inesorabilmente sembra accettare o rassegnarsi alle disinvolte gestioni della cosa pubblica poste in essere dalla Amministrazione, sempre attenta alle esigenze del clan malavitoso locale ed ai suoi appartenenti che a sua volta assicura ogni forma di supporto, da quello elettorale alle altre insite nella cattiva gestione amministrativa dell’Ente”.
A tal proposito, il GIP Alcide Maritati, nell’ordinanza del 14 dicembre 2015, faceva riferimento ad un episodio emblematico, riguardante la pubblicazione sulla propria bacheca Facebook da parte del Giannelli del seguente commento: «Andate a zappare tutti la vittoria è nostra».
“I cittadini, infatti, sono stati posti al corrente che ora il clan GIANNELLI non è più solo in grado di operare nelle tradizionali attività illecite, controllandone i relativi mercati ed autori, ma è in grado anche di fare affari direttamente con la pubblica amministrazione, grazie all’infedeltà istituzionale di uomini disposti ad asservire la funzione pubblica agli interessi del clan mafioso, in cambio del suo sostegno quanto meno elettorale”, scrive il Giudice per le Indagini Preliminari nel provvedimento custodiale.
Lo scellerato patto politica-mafia era così solido e radicato sul territorio che veniva pubblicizzato anche sui social al fine di trasmettere chiari messaggi alla popolazione che doveva sapere “che l’organizzazione criminale era in grado di controllare ‘pezzi’ importanti delle istituzioni pubbliche, evidentemente nei confronti della stessa riverenti e riconoscenti”, chiosa il Prefetto.
I riscontri della Commissione d’indagine e gli atti giudiziari confermano che i favori dell’Amministrazione erano indirizzati non solo agli affiliati al clan, ma anche ai loro familiari e ad altri soggetti vicini all’organizzazione criminale che beneficiavano di una serie di occupazioni abusive di alloggi popolari, erogazioni di contributi economici e voucher-buoni lavoro, assunzioni presso una società ed opportunità economico- imprenditoriali.
“In sostanza l’Amministrazione diveniva una sorta di distributore, a disposizione dell’organizzazione criminale per le diverse tipologie di benefici ad essa assicurati, chiaro segnale di una inequivocabile influenza del clan sulla vita dell’ente”, scrivono i Commissari nella relazione consegnata nelle mani del Prefetto il 14 ottobre 2016.
“Sia dagli accertamenti effettuati dall’organo ispettivo sia dalle risultanze giudiziarie emerge una fitta rete di parentele, di affinità, di contiguità, di connivenze e assidue frequentazioni di amministratori locali con soggetti appartenenti all’organizzazione criminale che getta una luce di diffusa ed incontrollabile illegalità nell’ambito dell’amministrazione comunale”.
La sentenza del Tribunale di Lecce, emessa il 12 ottobre 2016, ha riconosciuto la pervasiva influenza dell’organizzazione mafiosa che “ha determinato dunque un quadro di palese alterazione delle libere elezioni degli organi elettivi del Comune per la conseguente capacità di compromettere il buon andamento della cosa pubblica, il regolare funzionamento dei servizi ed il libero esercizio dei diritti civili, minando così il sereno svolgimento dell’attività dell’intero apparato amministrativo”.
Il Tribunale di Lecce, Sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari, evidenzia “l’enorme valenza anche simbolica del controllo che il clan ha via via conquistato di parte delle istituzioni cittadine, avendo il Giannelli ed i suoi uomini supportato (in maniera pubblica e palese) la campagna elettorale e l’elezione di alcuni esponenti politici locali che attualmente ricoprono peraltro cariche di assoluto prestigio (assessore e vicesindaco), la cui vicinanza al consesso malavitoso è di dominio pubblico e non fa che accrescere la fama di potenza dell’associazione sul territorio e nel consesso sociale nel quale la stessa opera e prospera”.
Nelle motivazioni della sentenza si legge che “lo spessore criminale dell’organizzazione mafiosa in oggetto è stato rivelato dalla conclamata capacità di inquinare l’Amministrazione comunale, ottenendo, come contropartita del proprio sostegno elettorale ad alcuni candidati, ‘favori’ di vario genere (assunzioni e vantaggi in rapporti di lavoro già in essere), nonché contributi di carattere economico a beneficio del sodalizio, dei singoli associati e dei sodali detenuti in carcere”.
È importante ricordare che la Cassazione Penale, nel confermare gli arresti domiciliari al Provenzano, ha ricordato la “palese messa a disposizione del ruolo della funzione pubblica rivestito dal Provenzano e il rafforzamento del prestigio e della capacità intimidatoria del clan proprio attraverso detta disponibilità dell’ente, nonché le ulteriori utilità per il gruppo criminale quali il sostentamento degli affiliati, il contributo alla sistemazione lavorativa dei suoi membri”.
La Suprema Corte puntualizza che “la composizione del sodalizio era soggettivamente più vasta di quella oggetto dell’indagine e che anche altri amministratori erano in qualche modo vicini al gruppo in questione”, evidenziando non solo la necessità della misura cautelare nei confronti del vicesindaco, ma anche il condizionamento di più amministratori locali.
Il Prefetto conclude la sua relazione scrivendo: «Non sembra residuare alcun dubbio, pertanto, sulla pervasiva influenza dell’organizzazione mafiosa, emersa chiaramente dal “sistema” di favori di cui questa godeva da parte dell’Amministrazione (contributi, voucher lavori, assunzioni, tolleranza delle occupazioni abusive, spazio commerciali ed economici), nonché dal quadro di collegamenti, diretti e indiretti, e di palese alterazione della libera elezione degli organi elettivi del Comune di Parabita con conseguente capacità del clan di compromettere, attraverso il sostegno elettorale ed il successivo condizionamento, il buon andamento della cosa pubblica, il regolare funzionamento dei servizi ed il libero esercizio dei diritti civili.
Ad avviso dello scrivente, detto patologico sistema ha minato il sereno svolgimento dell’attività dell’intero apparato amministrativo, determinando altresì un pregiudizio dell’ordine e della sicurezza pubblica a causa del pieno e pressoché incontrastato controllo sul territorio esercitato dal sodalizio mafioso operante sul territorio in questione.
Ciò trova conferma, come più volte ribadito, anche nel rassegnato atteggiamento della cittadinanza, assolutamente inibita da qualsiasi tentativo di partecipazione alla gestione della cosa pubblica da quel complesso ed articolato sistema affaristico reso ancor più efficace dalla asfissiante presenza del clan, sempre pronto ad impedire, in una sorta di attività di mutuo soccorso con l’Amministrazione, il regolare e sereno svolgimento delle funzioni amministrative per l’erogazione dei servizi ed in ultima analisi delle stesse dinamiche democratiche ad esse sottese.
Per le riferite ed ampiamente descritte circostanze, lo scrivente, anche alla luce delle risultanze delle attività svolte dalla Commissione d’indagine, conferma l’assoluta necessità di procedere allo scioglimento dell’Amministrazione comunale di Parabita, ex art. 143 del Testo unico degli enti locali”.
Richiesta pienamente accolta dal Ministro dell’Interno che chiude così la sua relazione deliberata dal Consiglio dei Ministri: «Ritengo, pertanto, che ricorrano le condizioni per l’adozione del provvedimento di scioglimento del consiglio comunale di Parabita (Lecce), ai sensi dell’art. 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
In relazione alla presenza ed all’estensione dell’influenza criminale, si rende necessario che la durata della gestione commissariale sia determinata in diciotto mesi».
Era dal 1991 che nel Salento non veniva sciolto un comune per infiltrazione mafiosa. Il 30 settembre di quell’anno era toccato a Surbo e a Gallipoli. Ciò che è accaduto a Parabita testimonia l’esistenza di clan legati a famiglie storiche della Sacra Corona Unita, organizzazione criminale duramente colpita dall’azione di Magistratura e Forze dell’Ordine ma che trova sempre la forza di rigenerarsi cambiando soprattutto strategia, cercando di non fare rumore per non attirare l’attenzione degli inquirenti e puntando ad infiltrarsi nelle amministrazioni locali e nel sistema economico per fare affari. Una mafia meno militare e più manageriale che mira al mondo della politica. Per mantenere integerrime le Istituzioni è necessario che chi si candida a ricoprire cariche pubbliche non stringa patti elettorali-mafiosi per essere eletto. Questo è un principio fondamentale per garantire democrazia, libertà e sviluppo al territorio.

Fine seconda parte

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