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carabinieri c ansadi Antonio Nicola Pezzuto
Le ultime elezioni Regionali del 2015 avrebbero subito importanti condizionamenti da parte del clan Di Cosola. Tanto emerge dall’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e dei Carabinieri del Reparto Operativo-Nucleo Investigativo del Comando Provinciale del capoluogo pugliese. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nei confronti di 25 soggetti accusati di associazione mafiosa, scambio elettorale politico-mafioso in concorso e coercizione elettorale in concorso.
L’indagine, denominata “Attila 2”, ha dimostrato che “Giove Armando – in qualità di factotum del politico Mariella Natale (che non risulta indagato in questo provvedimento custodiale n.d.r.), candidato al consiglio regionale pugliese in occasione della competizione elettorale del 2015 – si è accordato con Mercoledisanto Leonardo e Mesecorto Pietro, con l’assenso di Di Cosola Michele, impegnandosi a corrispondere denaro e posti di lavoro in cambio di voti”.
L’ordinanza emessa dal GIP Francesco Agnino ricostruisce in maniera dettagliata la vicenda. Nell’interrogatorio del 24 maggio 2016, Michele Di Cosola, figlio di Antonio, riferisce che Mercoledisanto l’aveva fatto incontrare con l’assistente del politico Natale Mariella per il quale doveva essere svolta la campagna elettorale. L’incontro avvenne presso il comitato elettorale di Ceglie del Campo, come confermato dallo stesso Giove nel verbale del 12 ottobre 2016: «E mi ricordo che mi presentarono un Di Cosola». La campagna elettorale si svolse nei comuni di Ceglie del Campo, Giovinazzo, Bitritto e Valenzano. In questi centri i membri del clan si impegnarono in favore di Natale Mariella («Noi portavamo questo politico in tutti i clan»). Per il successo del candidato era stato consegnato del denaro diviso poi tra i singoli associati. Alcuni di questi si erano anche lamentati del trattamento economico ricevuto rispetto ad altri, nonostante l’impegno profuso. Non solo denaro, ma anche posti di lavoro promessi: «Il posto di lavoro pure…mi deve dare i soldi e il lavoro».
Gli affiliati fermavano le persone per strada e davano loro 15/20 euro per la promessa di voto. Ma il clan non si limitava a questo e minacciava esplicitamente gli elettori: «Che se non votate dopo noi lo vediamo se non avete votato…sanno tutti chi eravamo non serviva presentarci, però le persone se prendevano i soldi dovevano votare…se dopo mi prendi in giro io lo vengo a sapere, poi ti vengo a prendere, non mi prendere in giro, non è per la 20 euro, è per la presa in giro».
Dalle intercettazioni si evince che il sodalizio ha sostenuto il Mariella tanto che il Mercoledisanto si esprime così: «I soldi che li ha dati Mariella». E ancora il Mercoledisanto riferisce ai suoi interlocutori del problema relativo all’assegno ricevuto («Luigi quello ha un problema non riesce a staccare l’assegno») e all’accordo che è stato stipulato nei primi mesi del 2015 («È un accordo di 4-5 mesi fa»), per il quale era stata loro consegnata la somma di 10.000 euro. Mercoledisanto contatta Armando Giove e lo invita a recarsi a Ceglie del Campo per incontrarsi con Piero Mesecorto – il Piero di Giovinazzo – che doveva parlargli («Armando devi fare una corsa a Ceglie…sta Piero di Giovinazzo che ti vuole parlare»). Informa quindi i suoi sodali che il Giove si recherà a Ceglie del Campo per discutere della campagna elettorale, ma anche dei soldi e del lavoro che deve dare. L’incontro con il Giove avviene come riscontrato nelle intercettazioni: «Fai presto Armando dai che sono…è l’ultimo giorno».
Nelle conversazioni captate il Mercoledisanto discute con i suoi interlocutori, tra i quali il Mesecorto, del denaro consegnato e dei voti che bisogna procurare, individuando i relativi comuni («35.000,00 euro…è giusto tra Giovinazzo…e Bitritto…allora noi gli dobbiamo dare 2000 voti»). E si giustifica con Luigi Guglielmi per la minor somma di denaro consegnata per la campagna elettorale su Giovinazzo, sostenendo che la differenza è dovuta al fatto che in quel Comune Mariella stava sostenendo costi maggiori per la presenza dei rappresentanti di lista, cosa che invece non si verificava a Ceglie del Campo («In mezzo al pacchetto di Giovinazzo stanno i rappresentanti di lista quelli già pagati, invece noi questi problemi non ne teniamo»).
Dalle indagini emerge che i membri del clan avevano ricevuto la somma di 28.000 euro che era stata così distribuita: 18.000 euro a Frappampina e Martinelli, per i voti su Ceglie del Campo e Capurso; 10.000 euro a Luigi Guglielmi e Piero Mesecorto, per i voti su Bitritto e Giovinazzo. Il Guglielmi esternava quindi il suo disappunto perché lui e il Mesecorto avevano percepito solo 10.000 euro, sebbene dovessero “curare” la campagna elettorale in due comuni, mentre per il solo comune di Ceglie del Campo gli altri affiliati avevano ricevuto 18.000 euro («I soldi a quello contati, i soldi a Giovinazzo e i soldi per Bitritto, dovevano essere un 40 netti, netti doveva essere equa la cosa»).
Venti euro era la somma corrisposta a ciascun elettore, come risulta dalle dichiarazioni del collaboratore Michele Di Cosola, corroborate dalle intercettazioni nelle quali il Mercoledisanto quantifica in 20 euro il costo di ogni singolo voto: «450 fotocopie a 20 euro sono 9.000 euro».  
Il Mesecorto e il Mercoledisanto temevano di essere arrestati da poliziotti in borghese per la loro condotta di coercizione degli elettori fermati “in mezzo alla villa…”, ed esprimevano così la loro preoccupazione: «Noi ora blocchiamo le persone in mezzo alla strada, le dovevamo prendere davanti al policlinico».
L’utilizzo del metodo mafioso durante la campagna elettorale emerge anche dalla conversazione in cui Luigi Guglielmi, al fine di farsi consegnare altre somme di denaro, riferisce al Mercoledisanto e al Mesecorto il modo in cui lui si sta procacciando i voti: «Altrettanto a piccole aziende…che stiamo, che tu datore di lavoro tieni 20, 30 operai sotto a me, mi devi portare 60 voti, tu devi prendere un anticipo per far vedere la serietà». Nel corso della stessa conversazione il Mesecorto manifesta i suoi dubbi sul fatto che il forte appoggio al solo candidato Natale Mariella e non al movimento da lui rappresentato potesse svelare l’esistenza di eventuali accordi illeciti: «Dino (Mercoledisanto Leonardo, nde) lo sai che vuol dire pensare alle persone che dice no tu devi andare non al simbolo, tu devi andare a questo nome».
Il Mercoledisanto commentando i risultati delle elezioni, sfavorevoli per il Mariella, indica i Comuni in cui lo stesso è andato male: «A Giovinazzo abbiamo preso mazzate», oppure bene: «Era primo con 2700 voti che vengono da Bari».
“L’attività d’indagine ha appurato l’esistenza di ben 114 contatti telefonici nel periodo compreso tra il 25 maggio 2015 e il 10 giugno 2015 tra il Giove ed il Mercoledisanto e di 175 contatti telefonici nello stesso arco temporale tra il Giove e Mariella Natalino, in prossimità dei contatti telefonici tra il Giove ed il Mercoledisanto, verosimilmente per informare il politico dell’andamento della campagna elettorale affidata agli affiliati della consorteria Di Cosola”, scrive il GIP Francesco Agnino nell’ordinanza di custodia cautelare.
“Il clan utilizzava un sottile e subdolo metodo intimidatorio, atteso che senza giungere ad eclatanti manifestazioni di violenza o minaccia, riusciva ad assoggettare al proprio volere una buona parte dell’elettorato che viveva nei quartieri e negli ambienti sociali del clan medesimo più facilmente controllabili: si faceva credere all’elettore a cui si era richiesto di votare per il Mariella che si sarebbe stati in grado, ad elezione avvenuta, di controllare se effettivamente il voto fosse andato nella direzione voluta dagli affiliati, con ciò rafforzando la valenza intimidatoria di una richiesta proveniente già da pericolosi e tristemente noti criminali. Del resto, la realizzazione della campagna elettorale in favore di Mariella Natale era funzionale al rafforzamento ed al consolidamento delle illecite finalità del clan Di Cosola, trovando primario conforto in un obiettivo da sempre perseguito da ogni mafia: l’appoggio dei pubblici poteri. Per la realizzazione di tale obiettivo, gli affiliati hanno messo in campo tutta la forza di controllo del territorio e di intimidazione di cui disponevano”.

Foto © Ansa

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