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perrone fabio antonioVideo e Foto
di Antonio Nicola Pezzuto

Ma gli interrogativi restano e sono tanti
Stava diventando un personaggio leggendario, Fabio Antonio Perrone. Dallo scorso 6 novembre, giorno della sua rocambolesca fuga, si era creato un alone di mistero e, purtroppo, per alcuni, anche di fascino intorno alla sua inquietante figura. Era riuscito a fuggire, prima di essere sottoposto ad un esame clinico, sottraendo la pistola ad un agente della Polizia Penitenziaria che lo scortava. Aveva sparato, pronto ad uccidere, pur di coprirsi la fuga, ferendo lo stesso agente e un malcapitato cittadino che si era recato all’Ospedale Vito Fazzi di Lecce per rendere visita a un paziente. Da allora, di lui, si erano perse le tracce, come se fosse svanito nel nulla, dotato di particolari poteri malefici.
La sua latitanza è stata bruscamente interrotta dagli agenti della Squadra Mobile e della Polizia Penitenziaria, coordinati dalla Procura di Lecce. Alle indagini hanno partecipato anche Carabinieri e Guardia di Finanza con un impegno e uno spiegamento di forze imponenti per rimarginare “la ferita aperta dalla fuga”, come sottolineato nell’affollatissima conferenza stampa dagli inquirenti.
Fabio Antonio Perrone, denominato “Triglietta”, è stato arrestato a Trepuzzi. Ha tentato di fuggire ancora una volta, rifugiandosi sul terrazzo dell’abitazione che è stata il suo ultimo nascondiglio. Questa volta, per lui, non c’è stato niente da fare e si è dovuto arrendere alla vista dei poliziotti, pur essendo armato.

L’uomo, infatti, portava con sé la pistola Beretta strappata all’agente della Polizia Penitenziaria e un kalashnikov nascosto in uno zaino, oltre a munizioni e a circa 4500 euro. Era stato arrestato e condannato all’ergastolo per omicidio e tentato omicidio ma aveva già scontato una pena di 18 anni di reclusione per mafia.
In queste ore, com’era normale e giusto che accadesse, ci si è soffermati abbondantemente sui particolari dell’operazione di polizia, su quanti uomini abbiano partecipato al blitz, su cosa hanno detto gli investigatori a Perrone, su quello che pare abbia detto lui a chi lo arrestava e sulla certezza che adesso è rinchiuso in isolamento.
A mio modestissimo avviso, invece, l’aspetto più importante della vicenda è il tessuto sociale in cui si è mosso in questi due mesi Perrone.
Importantissimo sottolineare subito che, insieme al fuggitivo, è stato arrestato per favoreggiamento un incensurato, proprietario dell’abitazione in cui si rifugiava il Triglietta. Un ragazzo di 32 anni, Stefano Renna, titolare di un bar. Secondo gli investigatori, il luogo in cui è avvenuto il blitz è solo l’ultimo dei nascondigli in cui ha trovato rifugio Perrone.
Ciò significa che ha potuto godere di una fitta rete di fiancheggiatori e complici che gli hanno garantito tutto il necessario per vivere e per spostarsi man mano in posti più sicuri. Evitando le generalizzazioni, non si può far finta di nulla e bisogna porsi, quindi, degli inevitabili interrogativi, in attesa di ulteriori sviluppi che potrebbero arrivare dalle indagini.


Quante persone hanno aiutato Perrone che, probabilmente, ha avuto anche bisogno di cure dopo le ferite procuratesi nella colluttazione avuta in ospedale con gli agenti? Si tratta solo di qualche caso isolato o è un problema più vasto e pervasivo che interessa un tessuto sociale più ampio? Chi ha favorito la latitanza l’ha fatto per paura, perché minacciato o perché spontaneamente sensibile al carisma criminale dell’uomo?
Si narra di una raccolta di denaro organizzata per mantenere la latitanza del Perrone, così come di eventuali gruppi di fuoco pronti a essere da lui guidati in assalti a portavalori. Vedremo se arriveranno gli eventuali riscontri. È importante evidenziare subito che un certo consenso sociale il Triglietta cominciava ad averlo anche pubblicamente sui social network. Insomma, per alcuni, stava diventando un mito, come sottolineato dagli inquirenti.
In attesa di risposte a questi interrogativi, è meglio mettere subito dei punti fissi perché, questo estremo lembo di terra, straordinariamente bello, alcune volte sembra perdere la memoria e nulla sembra aver appreso dal passato ma, anche, dalle recenti indagini che ci descrivono un territorio in cui è ancora presente la Sacra Corona Unita di cui tanti preferiscono non parlare. Come se a ledere l’immagine del territorio siano gli scritti e non i fatti che su di esso avvengono.
La quarta mafia, nata con una struttura verticale, adesso è costituita da vari clan che si dividono il controllo del territorio. In linea di massima questo avviene in modo pacifico, ma non sempre. Sono comunque lontani gli anni Ottanta e Novanta, durante i quali tanto sangue ha macchiato il territorio salentino in seguito a lotte intestine alla mafia locale. I “nipoti” di Pino Rogoli, oggi, prediligono gli affari silenziosi e mirano ad infiltrarsi nel tessuto economico e nelle Pubbliche Amministrazioni senza fare molto rumore per non attirare l’attenzione degli investigatori e senza mai disdegnare le vecchie attività, traffico di stupefacenti ed estorsioni su tutte.
Questo emerge dalle più recenti ordinanze di custodia cautelare.
C’è chi sostiene che la Sacra Corona Unita non esiste più.
Io mi limito a riportare quanto scritto nell’ultima ordinanza di custodia cautelare, quella emessa in occasione dell’operazione “Coltura” dello scorso dicembre.



“Come correttamente ricordato nella richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Lecce, deve darsi per accertata (è, infatti, ormai vero e proprio “notorio giudiziario”) l’esistenza e l’attuale operatività sul territorio salentino di una associazione dalle connotazioni “mafiose” denominata Sacra Corona Unita. La sua esistenza costituisce, come detto, “notorio giudiziario” ed è stata affermata in numerose sentenze ormai passate in cosa giudicata, oltre che in numerosissime recenti ordinanze cautelari (sulle quali è maturato il c.d. giudicato cautelare) e sentenze di primo e secondo grado, atti tutti che testimoniano della persistenza di gruppi mafiosi appartenenti alla costellazione della Scu tutt’oggi operanti sul territorio salentino. In alcune delle dette numerose sentenze ormai passate in cosa giudicata si è affermata la natura della Scu quale struttura originariamente verticistica, facente capo ai capi storici ROGOLI Giuseppe e, per la provincia di Lecce, Antonio DODARO, Giovanni DE TOMMASI, i fratelli Mario e Angelo TORNESE, Salvatore RIZZO, Salvatore PADOVANO, Giuseppe SCARLINO, Luigi GIANNELLI (per ricordarne solo alcuni). Risulta accertato, poi, che la stessa organizzazione, suddivisa in frange operanti sul territorio, gestisce numerose attività illecite tra le quali quelle “tradizionali” delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti. L’associazione di tipo mafioso comunemente nota come “Sacra Corona Unita” operante sul territorio salentino, sorta con connotati di tipo verticistico, nel tempo si è venuta ad evolvere – come risulta dai più recenti provvedimenti giudiziari che hanno contrastato giudizialmente il fenomeno – sino ad assumere i caratteri di un “network” mafioso, risultando ormai composta da una rete di gruppi (generalmente con area territoriale di influenza abbastanza delimitata) che operano in sinergia (ed a volte in contrasto) tra loro”.
Ed è interessante riportare le recenti dichiarazioni del Procuratore Aggiunto Antonio De Donno proprio su questo argomento. Affermazioni rilasciate nel corso della conferenza stampa dello scorso 16 dicembre, tenutasi in occasione dell’operazione “Coltura”.
“Quando si dice che la mafia non esiste più, si dice una cosa assolutamente impropria. La mafia ha ripetutamente cambiato abito. I gruppi mafiosi si adeguano alla realtà. Oggi i clan sono più silenziosi che in passato. Operano prevalentemente in attività economiche e non svolgono attività eclatanti, ma non sempre, come emerge dalle ultime indagini. La mafia esiste e ne abbiamo avuto la riprova nella recente sentenza emessa nel processo “Baia Verde” dal GIP del Tribunale di Lecce in cui è stata riconosciuta la caratteristica mafiosa della frangia operativa su Gallipoli facente capo a figli di esponenti della vecchia guardia come Angelo Padovano, coadiuvato da esponenti dell’area monteronese come i fratelli Parlangeli. In quella sentenza il GIP ha riconosciuto la mafiosità del clan. E si tratta di un clan fortemente apparentato, storicamente, con il clan che opera su Parabita, Matino e Casarano. Questo ci induce a riflettere su quanto si afferma ogni tanto e cioè che la mafia ha finito di esistere. Noi continuiamo ad intercettare i sintomi evidenti della persistenza del fenomeno mafioso nelle province e dell’esigenza dei clan di rinnovarsi e ricostituirsi. In questo contesto si inserisce l’operazione di oggi che non è la prima e non sarà l’ultima perché continua il monitoraggio sulle tre province della Penisola Salentina da parte della DDA nel tentativo di impedire che questo fenomeno possa avere un futuro”.   
Questo scrive il GIP Alcide Maritati, questi sono gli atti della magistratura. Queste sono le dichiarazioni del Procuratore Aggiunto Antonio De Donno.
La realtà, purtroppo.

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