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motta cs usura galatina Video
di Antonio Nicola Pezzuto

Avevano messo le mani sul tessuto economico della città strangolando con tassi usurari diversi imprenditori, ma non solo. La loro ambizione era anche di accaparrarsi appalti pubblici condizionando la Pubblica Amministrazione e quindi il regolare svolgimento della vita democratica della comunità.
E’ successo a Galatina, in provincia di Lecce, come ampiamente documentato dalle complesse investigazioni svolte dal Gruppo Investigativo Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza di Lecce.
L’Ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip Giovanni Gallo ha portato all’arresto di nove persone. Ad eseguirla, i Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Lecce.

Le indagini sono state dirette dal Procuratore Cataldo Motta e dal Sostituto Procuratore Alessio Coccioli.
Grazie al lavoro sinergico di Procura e Baschi Verdi è stata disarticolata una pericolosa associazione a delinquere dedita all’usura, all’esercizio abusivo della raccolta del risparmio, a condotte estorsive, al riciclaggio e reimpiego di denaro di provenienza delittuosa nonché alla turbativa d’asta.
Per portare a compimento i loro intenti criminali, gli indagati hanno fatto ricorso al metodo mafioso facendo leva sulla notoria appartenenza di alcuni di essi, soprattutto di Mario Notaro e Sparapane Luigi, al clan mafioso “Coluccia”, «egemone nel territorio di Galatina, e sulla conseguente forza di intimidazione da esso promanante, allo scopo di ingenerare nelle persone offese una condizione di perdurante assoggettamento ed omertà, così da indurle alla corresponsione delle somme di denaro richieste, dissuadendole dal denunciare alle Pubbliche Autorità le condotte illecite delle quali esse erano vittime», come si legge nell’Ordinanza.
“Se entro oggi non mi dai i 300,00 euro d’interessi, ti ammazzo”, affermava Claudio Palumbo, uno degli indagati, per minacciare una vittima di usura che aveva sporto denuncia orale presso il Comando della Stazione dei Carabinieri di Galatina.
Non di certo modi gentili, quelli utilizzati dal Palumbo che spintonava la persona offesa “vigorosamente facendola cadere sul pavimento della propria abitazione e, senza curarsi dello stato fisico del malcapitato, si allontanava dal luogo dell’aggressione”.
Le indagini degli uomini del Comando della Guardia di Finanza di Lecce, diretti dal Colonnello Bruno Salsano, hanno appurato anche una frode ai danni del Fondo di Solidarietà Antiracket e Antiusura. Per questo risultano indagati un imprenditore e un consulente tecnico. Il primo aveva chiesto di  accedere al fondo di solidarietà per le vittime di usura, il secondo aveva, a questo scopo, esteso una perizia tecnica per quantificare il presunto danno “con raggiri consistiti nel rappresentare falsamente l’esistenza di un debito nei confronti del “fornitore” Luciano Notaro (altro componente dell’organizzazione n.d.a.) pari ad euro 114.175,98, inducendo in errore il Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura presso il ministero degli Interni”.
L’imprenditore, operante nel settore dell’edilizia, in effetti, alcuni anni prima, era stato vittima di estorsione subita da altro gruppo criminale, ma il presunto debito verso il Notaro era inesistente o, meglio, non derivava da rapporti commerciali ma dall’abusiva attività finanziaria.
Il Commissario, tratto in inganno, corrispondeva così all’imprenditore la somma di 309.072, 47 euro, importo calcolato tenendo presente l’inesistente debito lecito verso il Notaro che si appropriava ingiustamente di 135.000 euro che in realtà rappresentavano l’ammontare dell’illecita attività usuraria.
I tassi usurari applicati dal sodalizio oscillavano tra il 121% ed il 183% annui. Allo scopo di ostacolare l’accertamento dell’origine illegale dei proventi di tale attività, gli assegni bancari e gli effetti cambiari che i componenti del clan ricevevano a garanzia dei prestiti concessi, venivano negoziati su conti correnti intestati a terze persone a loro collegate.
I guadagni del clan venivano impiegati anche per finanziare attività commerciali riconducibili a congiunti degli indagati, una di questi attiva nel settore del commercio dell’oro e dei preziosi.



Dalle indagini è emerso l’interesse del sodalizio all’acquisizione di immobili a seguito di aste giudiziarie. Anche in questo contesto l’organizzazione faceva valere la sua vicinanza agli ambienti mafiosi intimando così agli altri concorrenti di desistere dal partecipare alla gara perché l’immobile, oggetto della procedura era, magari, “dell’amico degli amici” e quindi “devi rinunciare all’acquisto, altrimenti ti rubano o ti incendiano la macchina”.
Il sodalizio faceva ricorso all’attribuzione fittizia di beni in capo a terzi al fine di eludere le norme in materia di misure di prevenzione a carattere patrimoniale. Carlo Palumbo, uno degli indagati, aveva fittiziamente intestato al figlio Francesco, incensurato, un immobile acquisito mediante la partecipazione a una procedura esecutiva presso il Tribunale di Lecce.
A partecipare all’asta era stato proprio Francesco Palumbo che si era aggiudicato il lotto. Le indagini si erano quindi concentrate sulle modalità attraverso le quali l’aggiudicante aveva versato l’acconto prima e il saldo poi. Le intercettazioni consentivano di appurare che il vero finanziatore dell’operazione era il padre Carlo Palumbo.
“…A pomeriggio non puoi venire? Ti devo dare i soldi per fare il bonifico…”, diceva al telefono Carlo Palumbo al figlio Francesco.
E ancora, “…quant’è poi la… il coso che stai facendo?”, chiedeva Francesco Palumbo al padre che rispondeva “è di 21.860”.  
Uno degli aspetti più importanti dell’intera operazione, evidenziato dalle indagini, è il rapporto tra uno dei capi dell’organizzazione, Luigi Sparapane, e alcuni dipendenti del Comune di Galatina.
«In unione e concorso tra loro, Maglio Maria Luce in qualità di “Funzionario incaricato alla Pubblica Istruzione”, Antonica Maria in qualità di “Istruttore direttivo amministrativo addetto all’ufficio Economato”, e Calabretti Angelo in qualità di “Dirigente del 2° Settore”, tutti impiegati presso il Comune di Galatina, Sparapane Luigi agendo nell’interesse della d.i. “D&B di Notaro Maria Rosaria”, legalmente rappresentata dalla coniuge dell’indagato, turbavano la gara d’appalto concernente l’aggiudicazione del “Servizio di refezione delle scuole dell’infanzia statali in gestione diretta – A.S. 2010/2011”, indetta con Deliberazione di Giunta Comunale , usando mezzi fraudolenti, consistiti nel modificare lo Sparapane, su conforme suggerimento dei pubblici ufficiali Maglio e Calabretti, l’offerta originariamente presentata, in considerazione della rilevata difformità di essa rispetto ai criteri di ammissibilità richiesti dal bando di gara, con particolare riferimento ai prodotti proposti, alle grammature ed ai prezzi ivi indicati; nonché allegando al “Verbale di operazioni preliminari gara” sottoscritto in data 30.08.2010 dai pubblici ufficiali indagati due elenchi di prodotti oggetto di fornitura difformi da quelli originariamente ricompresi nella Determinazione nr. 1059 del 27.07.2010, poiché privi dell’indicazione del marchio dei prodotti stessi, allo scopo di agevolare la ditta individuale riconducibile allo Sparapane (che aveva indicato nell’offerta presentata marchi difformi da quelli richiesti dalla Stazione Appaltante). Per effetto della condotta illecita sopra descritta, con Determinazione del Dirigente, la d.i. “D&B di Notaro Maria Rosaria” si aggiudicava la gara d’appalto», scrive il Gip Giovanni Gallo nell’Ordinanza. Il sodalizio, quindi, riusciva ad imporre la sua legge nell’assegnazione di un appalto comunale a danno di un’altra ditta concorrente che aveva invece i giusti requisiti per aggiudicarselo.
“…Alcuni prodotti hai dato una risposta, no… altri li hai lasciati ehh … senza prezzo corrispondente…”, così, la Maglio informava lo Sparapane in una conversazione telefonica.
“… Poi hai variato alcune … eee … grammature. Se per esempio, noi avevamo chiesto di 450 … o di 400 … ora non ricordo con precisione, tu hai messo di 300”, diceva ancora la Maglio al componente del clan rilevando alcune difformità in relazione alle cosiddette “grammature” dei prodotti.
“Quindi, la gara, così…”, concludeva la Maglio nella conversazione, facendo capire allo Sparapane che, nel caso in cui non avesse provveduto in maniera fraudolenta a cambiare e integrare l’offerta presentata, ci sarebbero stati grossi problemi per aggiudicarsi la gara. Cambiamenti e modifiche nell’offerta presentata a cui lo Sparapane provvedeva aggiudicandosi la gara.
Gli accertamenti patrimoniali dei Finanzieri, eseguiti su delega dell’Autorità Giudiziaria, hanno portato alla luce un’evidente sproporzione tra le fonti reddituali lecite e l’ingente patrimonio accumulato dagli indagati. Alla ricostruzione di tale patrimonio ha collaborato anche il Servizio Centrale Investigativo Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza con sede in Roma, appurando come gli investimenti dell’organizzazione criminale fossero finanziati con capitali non riscontrati nei redditi dichiarati e nelle attività svolte dagli indagati e dai loro familiari.
La Procura della Repubblica di Lecce, condividendo le ipotesi accusatorie formulate, ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del cospicuo patrimonio accumulato dal clan, stimato in 5 milioni di euro.
Sei fabbricati, un opificio industriale, tredici beni mobili registrati (auto/motoveicoli), una società di capitali (il sequestro riguarda il capitale sociale e l’intero compendio aziendale), due ditte individuali, quote di capitale sociale per un valore nominale pari ad euro 3.500,00, saldi attivi riferiti a 26 rapporti finanziari, 10 rapporti assicurativi/fondi pensione.
Questo il tesoro accumulato dal sodalizio che richiamava la figura di “persone pesanti” per terrorizzare le vittime. Ora, questi beni, grazie all’intervento della Magistratura e della Guardia di Finanza, hanno intrapreso quel percorso virtuoso che li dovrebbe portare nella piena disponibilità dello Stato.

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