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pezzuto-antonio-nicoladi Antonio Nicola Pezzuto - 12 maggio 2015
Le mani dei narcotrafficanti sul Nord Salento. Questo è quanto emerge da un’imponente operazione, non a caso denominata “Uragano”, portata a termine con successo dagli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Brindisi guidati dal Maggiore Giuseppe Maniglio. L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Lecce Simona Panzera, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, ha colpito 44 persone (29 in carcere e 15 ai domiciliari). Le indagini sono state coordinate dal Procuratore Capo Cataldo Motta, dal Sostituto Procuratore Alessio Coccioli e dal Procuratore Aggiunto di Brindisi Nicolangelo Ghizzardi. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti ed estorsione.

Il periodo oggetto di indagini va dal giugno 2011 al settembre 2013. L’inchiesta prende il via da un’altra attività che gli inquirenti stavano conducendo nei confronti di un’organizzazione criminale legata alla Sacra Corona Unita, capeggiata dal pluripregiudicato Leandro Luggeri. Questi, pur essendo detenuto presso la Casa Circondariale di Lecce, riusciva a gestire gli affari illeciti tramite la convivente Marianna Carrozzo che aveva il compito di fare da trait d’union tra il compagno detenuto e gli altri affiliati al clan e di curare i rapporti con le altre organizzazioni criminali radicate sul territorio Salentino dedite al traffico di sostanze stupefacenti.
Gli investigatori individuavano così un personaggio brindisino a cui la Carrozzo si era rivolta su esplicita richiesta del Luggeri per approvvigionarsi di sostanze stupefacenti da rivendere poi a Lecce e provincia. Il personaggio in questione era Jury Rosafio che, da questo momento, comincia ad essere monitorato tramite intercettazioni telefoniche e ambientali che portano alla luce l’esistenza di una vasta rete di narcotrafficanti di cui faceva parte. Le indagini consentivano di appurare l’esistenza di tre distinte organizzazioni criminali dedite al traffico di eroina, cocaina, hashish e marijuana nel territorio di Brindisi e nella sua provincia, con ramificazioni anche nel Nord Italia. Venivano così arrestati in flagranza di reato 9 soggetti in possesso di sostanza stupefacente e sequestrati Kg. 2, 678 della stessa sostanza.
I tre sodalizi operavano e convivevano pacificamente sul territorio e intrattenevano rapporti basati sui continui scambi di partite di droga. Come si legge nell’ordinanza “sul piano strutturale, le tre associazioni presentano una organizzazione interna di tipo piramidale, il cui profilo gerarchico appare più accentuato nell’associazione facente capo al Renna”. Ed è proprio il sodalizio capeggiato dal Renna quello ad essere più importante, con una struttura ramificata che gli ha consentito di operare anche oltre i confini regionali, spacciando sostanza stupefacente anche a Rimini e a Forlì, usufruendo della collaborazione di Brindisini che si erano trasferiti in quelle città.
Raffaele Renna, alias “Puffo”, viene indicato dal collaboratore di giustizia Ercole Giuseppe Penna detto “Lino”, che ha dato un forte impulso alle indagini, come il referente della Sacra Corona Unita su San Pietro Vernotico ed affiliato al boss Francesco Campana. Le intercettazioni telefoniche e ambientali facevano emergere la sua leadership all’interno del sodalizio. Il Renna curava i rapporti con i fornitori della sostanza stupefacente e si occupava di recuperare i crediti accumulati nei confronti degli acquirenti, a loro volta spacciatori. Per fare questo ricorreva alla violenza o alle minacce usando armi da fuoco. Lo spessore criminale del Renna si evidenziava, soprattutto, nel periodo successivo al suo arresto, avvenuto il 27 settembre 2011, per violazione dell’obbligo di soggiorno nel comune di San Pietro Vernotico. Infatti, pur essendo detenuto presso la Casa Circondariale di Castrovillari, continuava a trasmettere ordini agli affiliati tramite la zia Maria Carmela Rubini, che era la “cassiera” del clan o, in alcuni casi, tramite missive indirizzate a Maurizio Screti, considerato da lui il collaboratore più fidato, ancor più dell’altro luogotenente Danilo Versienti. L’associazione in questione ha vissuto un periodo critico proprio per i contrasti tra i due luogotenenti Screti e Versienti e poi perché, in mancanza del leader indiscusso che era in carcere, aveva difficoltà a gestire i rapporti con le altre organizzazioni criminali soprattutto per reperire ingenti quantità di droga da smistare sul mercato delle sostanze stupefacenti. Compito che spettava a Danilo Versienti che intratteneva i rapporti soprattutto con il clan brindisino di Jury Rosafio e Cosimo D’Alema. Il Versienti non sopportava che Renna avesse scelto come suo braccio destro più fidato Screti e rivendicava a sé il ruolo di sostituto del capo. Per dare prova delle sue capacità cercava di organizzare delle operazioni di approvvigionamento in maniera autonoma, avvalendosi della collaborazione di un altro sodale, Andrea Gubello. Proprio nel corso di una di queste operazioni, il 21 ottobre 2011, la Guardia di Finanza arrestava il Gubello e Giuseppe Montinaro mentre Versienti e Giuseppe Marra riuscivano a fuggire. Importante il ruolo rivestito dalle donne nell’associazione. Oltre alla già citata Maria Carmela Rubini erano molto attive al fine di realizzare le illecite operazioni anche Pamela Fortunato, compagna del Renna, e Uliana Protopapa, moglie dello Screti. Il clan Renna si riforniva di eroina da un gruppo di Brindisi facente capo ad Andrea Baglivo e al figlio Michele. Tra i due sodalizi facevano da trait d’union Cosimo D’Alema e Yuri Rosafio. I Baglivo, a loro volta, si rifornivano di cocaina dal sodalizio di San Pietro Vernotico. Questi rapporti, come già scritto, erano curati quasi esclusivamente da Danilo Versienti. L’organizzazione facente capo a Renna aveva una cassa comune gestita direttamente da lui con l’aiuto della zia Maria Carmela Rubini che dopo il suo arresto si è occupata da sola della contabilità. Da sottolineare che nel clan vigeva, inoltre, anche un vincolo di solidarietà e di mutua assistenza. Prova ne è che Maurizio Screti, il luogotenente scelto per reggere il clan, si prodigava per fornire a Raffaele Renna e ai suoi più stretti familiari ogni forma di assistenza e accompagnava Pamela Fortunato e Maria Carmela Rubini a Castrovillari presso il carcere dove era detenuto il capo.
La seconda organizzazione sgominata faceva capo a Jury Rosafio e Vincenzo D’Ignazio ed era operativa su Brindisi. Operava autonomamente, ma le indagini hanno anche evidenziato contatti con il gruppo di Raffaele Renna e con quello della famiglia Baglivo. Inoltre erano affiancati per un lungo periodo di tempo da Cosimo D’Alema detto “Mino e/o Macello”. Il sodalizio Rosafio - D’Ignazio si riforniva da soggetti attivi su Brindisi, San Pietro Vernotico, Torchiarolo e San Donaci. Il clan, capeggiato da Cosimo D’Alema prima e da Jury Rosafio e Vincenzo D’Ignazio poi, acquistava la droga dal sodalizio di Raffaele Renna. Un rapporto di collaborazione “finalizzato prioritariamente allo sfruttamento dei rispettivi canali di approvvigionamento”, c’è scritto nell’ordinanza. D’Alema e Rosafio godevano anche di una dilazione nei pagamenti. Ma dalle indagini è emerso anche un episodio estorsivo proprio ai danni di Cosimo D’Alema che, proprio per non aver pagato una fornitura di stupefacente viene minacciato, anche di morte, da Raffaele Renna al quale è costretto a cedere un’automobile. Questa seconda organizzazione aveva diramazioni anche a Maniago, in provincia di Pordenone, dove risiedeva Cristian Quarta, originario di San Pietro Vernotico, che aveva svolto un ruolo di intermediazione con esponenti di associazioni criminali operanti sul posto. Questa diramazione era stata accertata e bloccata dagli uomini della Guardia di Finanza con l’arresto di un corriere e il sequestro di mezzo chilo di cocaina.
Un’intercettazione, avvenuta proprio alla vigilia dell’operazione illecita di Maniago, dimostra il totale controllo del territorio su cui operava il clan Rosafio – D’Alema – D’Ignazio. In questo dialogo Jury Rosafio spiega a Vincenzo D’Ignazio l’importanza dell’iniziativa, anche dal punto di vista del dominio territoriale nei confronti di altri gruppi operanti a Brindisi: “compà…ora spacchiamo Brindisi…ciao”, affermava il primo.
Anche questo sodalizio usufruiva di una cassa comune come hanno dimostrato le intercettazioni che hanno permesso di ricostruire ogni singolo episodio di approvvigionamento di sostanze stupefacenti avvenuto a San Pietro Vernotico, Torchiarolo e San Donaci. Forte, come hanno documentato le indagini, il vincolo di solidarietà anche nel sodalizio brindisino. Spirito associativo che non era stato intaccato nemmeno dalle frequenti controversie di natura caratteriale che sorgevano tra Rosafio e D’Alema e dai problemi economici che erano sorti dopo il fallimento di alcune operazioni di approvvigionamento. A testimoniare la forte solidarietà tra i membri del clan, l’assistenza legale fornita al corriere Teodoro Monaco arrestato proprio in occasione dell’approvvigionamento effettuato a Maniago.
Il terzo sodalizio coinvolto nell’operazione “Uragano” è quello dei Baglivo. Un clan dalla struttura prevalentemente familiare dove al vertice c’era Andrea Baglivo che si occupava di curare i rapporti con la maggior parte dei fornitori di sostanza stupefacente e, come sostengono gli inquirenti, “era anche impegnato nell’attività di spaccio al minuto realizzata esclusivamente presso la sua abitazione di residenza”.
Alla pari, per importanza, il ruolo rivestito dal figlio Michele che, secondo gli investigatori, era un  “personaggio dalle caratteristiche più “operative” poiché coinvolto in prima persona in alcune importanti operazioni di approvvigionamento e responsabile diretto sia dell’attività di spaccio eseguita sul territorio brindisino che del recupero dei crediti nei confronti degli acquirenti dell’organizzazione”.
A collaborare con Andrea e Michele Baglivo diversi soggetti, quasi tutti facenti parte della famiglia. Importante il ruolo ricoperto da Rita Ferrari, moglie di Andrea Baglivo, che aiutava il marito nell’attività di spaccio e nell’occultamento dello stupefacente nell’abitazione di Contrada Pigna Flores. Appartenevano al sodalizio anche Tania Carriero, moglie di Michele Baglivo, anch’essa stretta collaboratrice del marito, Maurizio Baglivo (fratello di Andrea), Anna Colonna (moglie di Maurizio Baglivo), Marco Baglivo (figlio di Maurizio e Anna Colonna), di Teresa Quinto (moglie di Marco Baglivo), Consiglia Baglivo (sorella di Andrea e Maurizio), Cristina Palano (parente di Tania Carriero), Zullino Ippazio, Spinella Luca, Spinella Francesco e Longo Emio, tutti incaricati di rifornire di stupefacente il clan. Gli ultimi tre si occupavano anche di spacciare.
A dimostrazione che si trattava di un sodalizio basato su rapporti di parentela il fatto che solo Spinella Luca, Spinella Francesco, Longo Emio e Ippazio Zullino non fossero parenti di alcun affiliato.
Nonostante fosse un’organizzazione criminale fondata su vincoli di famiglia, secondo i magistrati “il sodalizio facente capo ai Baglivo era dotato di elevata pericolosità e di un assetto di assoluta efficienza che prevedeva, per ciascuno dei membri, un ruolo ben preciso e nello stesso tempo funzionale al raggiungimento dei comuni interessi illeciti. Le posizioni di vertice all’interno del gruppo erano indubbiamente appannaggio di Andrea Baglivo e del figlio Michele i quali, dividendosi in maniera sostanzialmente equa compiti e responsabilità, gestivano l’organizzazione criminale sia sotto l’aspetto economico che sotto l’aspetto operativo. In particolare, Andrea Baglivo era il personaggio di maggiore esperienza criminale e, quindi, si poneva come il vero e proprio leader. A lui erano demandati i compiti di gestire i rapporti con gli esponenti degli altri sodalizi criminali già esaminati (quello di San Pietro Vernotico capeggiato da Raffaele Renna e quello brindisino facente capo a Jury Rosafio e Cosimo D’Alema). Anche sotto l’aspetto finanziario, la gestione del gruppo era interamente demandata ad Andrea Baglivo”. Anche in questo, come negli altri clan, esisteva una cassa comune e un forte spirito solidaristico.
Tre sodalizi criminali che, pur con le loro peculiarità, avevano molto in comune ed erano riusciti a radicarsi nel Nord Salento e a ramificarsi anche oltre fino al provvidenziale intervento della Procura e della Guardia di Finanza.

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