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motta-mandoiQuesto il grido d’allarme della Direzione Nazionale Antimafia
di Antonio Nicola Pezzuto - 3 marzo 2014
“Un particolare accenno merita l’evoluzione del rapporto fra i gruppi mafiosi e gli ambienti della politica, soprattutto locale e delle istituzioni.

Con il passare del tempo, e con i risultati che la “politica” di sommersione dei gruppi appartenenti alla Sacra Corona Unita sta conseguendo nelle relazioni, cui si è diffusamente accennato, con la società civile, tali rapporti sono significativamente mutati: come risulta dalle dichiarazioni dei collaboratori, non sono i mafiosi che cercano un contatto con i politici, offrendo i loro voti in cambio di qualcosa, ma sono i politici che cercano il supporto elettorale dei gruppi criminali presenti sul territorio, promettendo loro l’affidamento di lavori alle aziende che ad essi fanno notoriamente riferimento ed altri possibili affari derivanti dalla gestione amministrativa degli enti che, ove eletti, saranno da loro rappresentati.
Il riscontro, indiretto ed indiziario, a queste dichiarazioni, viene dato dagli attentati ai danni degli amministratori di Comuni ove è particolarmente presente la mafia salentina, che avvengono quando le promesse non vengono mantenute”.
Questo, testuale, è ciò che si legge nella relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia. E, dopo un anno, rimane immutato il grido d’allarme del Consigliere Francesco Mandoi.
Viene a questo punto da chiedersi quante e quali amministrazioni siano condizionate da collusioni con la Sacra Corona Unita, se è vera democrazia quella che vede protagonista in campagna elettorale un’organizzazione criminale e che cosa accade in quegli enti “infiltrati” da mani oscure. Perché, credo, queste siano domande legittime che, un comune cittadino prima e un attento giornalista poi, debbano porsi. Mi fa effetto rileggere a distanza di un anno le stesse identiche e inquietanti parole che, probabilmente, qui sul territorio sono passate in sordina.
Volutamente, quest’anno, ho deciso di non soffermarmi su tutti gli altri punti della relazione.
Che la Scu prediliga il settore del traffico delle sostanze stupefacenti è ormai risaputo. Che domini nel settore delle estorsioni e dell’usura e che ha scelto la strada del consenso sociale e dell’inabissamento per poter fare meglio affari, anche. Ormai, è evidente, come hanno dimostrato le recenti operazioni “Tam Tam” e “Network”, che i clan non disdegnino alcun settore dell’economia lecita, come appunto quello del turismo. Così come sappiamo benissimo che i mafiosi preferiscano, tranne che in qualche caso, non farsi la guerra per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine.
Una Sacra Corona Unita che non ha più una struttura verticistica ma che è divisa per clan. Una Sacra Corona Unita che cerca di non fare rumore per trarre in inganno, per far credere alla gente che quasi sia scomparsa. E così, lontano dai riflettori, contamina il mondo della politica. Nulla sappiamo di quanto accada in tal senso. È inquietante e disorienta una situazione del genere. Parlare di programmi, di cose da fare, a che serve quando ci sono candidati che hanno un vantaggio illecito rispetto ad altri? Leggere di politici che si consegnano nelle mani di criminali pur di raggiungere il potere è, a mio avviso, aberrante. E deve suscitare la massima indignazione di chi legge queste cose.
Non voglio dilungarmi, per non distrarre l’attenzione del lettore. Preferisco che si concentri sul punto essenziale dell’articolo.
Chiudo con una riflessione. Il Procuratore Motta, dopo le recenti operazioni antimafia, ha dichiarato che “abbiamo sempre detto che il Salento non è terra di mafia, ma se la fanno da padrone l’assoggettamento e l’omertà siamo rovinati”. Mi permetto, sommessamente, di aggiungere che la situazione, forse, è ancora più grave, visto che per il secondo anno consecutivo la DNA ci dice che ci sono istituzioni colluse se non addirittura governate dalla Scu.
Succede qui, nella tranquilla terra del sole, del mare e del vento. Succede qui, nel torpore del Salento.

In foto: il procuratore Capo, Cataldo Motta e il consigliere della Dna Francesco Mandoi

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