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carabinieri-arresto-web3Il Procuratore Cataldo Motta: “Nessuna mafia, più della Scu, può contare sulla partecipazione attiva delle donne negli affari dei clan”
di Antonio Nicola Pezzuto - 20 novembre 2013
Continua senza soste l’azione di contrasto della Direzione Distrettuale Antimafia e delle forze di polizia alla Sacra Corona Unita. Ultima, in ordine cronologico, l’operazione denominata “Game Over”, grazie alla quale è stato inferto un duro colpo alla quarta mafia. Quarantasei ordinanze di custodia cautelare in carcere e ai domiciliari sono state emesse dal Gip del Tribunale di Lecce Carlo Cazzella, su richiesta del Pm Alberto Santacatterina.

Ad eseguirle, i Carabinieri della Compagnia di Brindisi e del Reparto operativo. Altre diciannove persone risultano indagate a piede libero. Disposto anche un decreto di sequestro preventivo che ha fatto finire sotto chiave un patrimonio di un milione di euro: sei autovetture, quattro abitazioni, libretti postali, carte pay dove venivano accreditate delle somme di denaro e due esercizi commerciali, ovvero una sala giochi e un panificio che, secondo l’accusa, sarebbero serviti a riciclare il denaro frutto di spaccio di sostanze stupefacenti.
Gli arrestati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso finalizzata alle estorsioni e al traffico di stupefacenti. I presunti componenti del clan operavano nelle province di Brindisi e Lecce. I fatti al centro delle indagini sono concentrati tra il 2009 e il 2011 e costituiscono la naturale prosecuzione delle due operazioni “Fire” e “New Fire” in cui furono catturati, condotti in carcere e successivamente condannati, i cosiddetti “nipotini di Riina”. Infatti, in quei blitz, i carabinieri che fecero irruzione nelle abitazioni degli indagati trovarono immagini di santi bruciacchiate, formule di giuramento e le videocassette de “Il capo dei capi”, lo sceneggiato televisivo incentrato sulla storia di Totò Riina. I personaggi arrestati nelle due operazioni avevano compiuto una serie di attentati per commettere estorsioni e per minacciare i politici a San Pietro Vernotico. Il 23 settembre del 2009 nella sala consiliare del comune di San Pietro Vernotico ha luogo la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal Prefetto. L’incontro era stato voluto dal sindaco Giampiero Rollo. L’allora primo cittadino, al suo rientro a casa, trova dinanzi al portone della sua abitazione una testa di coniglio grondante di sangue. Stesso avvertimento per il consigliere comunale Sergio Palma.
L’operazione “Game Over” ha la sua genesi nell’attentato che ha come bersaglio l’abitazione di Giuseppe Litti, a San Pietro Vernotico. È il 15 giugno 2010 e la casa presa di mira viene crivellata di colpi di pistola nel cuore della notte. Il Pubblico Ministero della Procura di Brindisi, Milto De Nozza, dispone intercettazioni per individuare gli autori dell’atto intimidatorio. In un primo tempo, gli inquirenti pensano che, alla base di tutto, ci sia una questione di donne. Ma, il prosieguo delle indagini dimostra che, nonostante gli arresti dei “nipotini di Riina”, San Pietro Vernotico è ancora sotto l’influenza della Scu. Le intercettazioni rivelano che a gestire gli affari illeciti sul territorio è Francesco Campana, uomo di spicco del clan brindisino dei Buccarella vicinissimo al fondatore della Scu, Pino Rogoli. Il Campana sceglie come uomo di punta del nuovo sodalizio Raffaele Renna, detto “Puffo”. L’attentato ai danni di Litti sarebbe maturato nel contesto della lotta fra vecchia e nuova guardia della Scu. L’artefice del gesto intimidatorio sarebbe Luca Ferì. Al centro della storia ci sarebbe anche una donna, una donna che avrebbe avuto una storia dapprima con un uomo di Renna e poi con un altro della vecchia guardia, uno vicino a Lucio Annis, cioè il capo dei nipotini di Riina.
Su richiesta del Pm Milto De Nozza, che indaga sulla vicenda, viene nascosta un’ambientale nell’auto di Ferì. Gli indagati capiscono di essere intercettati e così, ogni giorno, Ferì e altri due portano la vettura dal meccanico per farla bonificare dalle microspie. Ma, purtroppo per loro, non sanno che le microspie sono di nuova generazione e, quando si è convinti di averle disattivate, cominciano a registrare. Ignari di essere ascoltati parlano tanto e forniscono agli inquirenti una mole enorme di informazioni. Il Gip del Tribunale di Brindisi firma quaranta decreti di intercettazioni richiesti dal Pm Milto De Nozza. Vengono scoperti molteplici episodi di spaccio di sostanze stupefacenti che vengono sequestrate, si scopre che la droga arriva da Andria e si scopre anche un traffico di armi. Ma, soprattutto, si scopre il legame con il clan di Giuseppe Rogoli, Salvatore Buccarella e Francesco Campana. Arrivati a questo punto, l’inchiesta passa alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce.
“Associazione di tipo mafioso ed armata comunemente denominata Sacra Corona Unita”, si legge nell’ordinanza del Gip che descrive i ruoli all’interno del sodalizio, “in particolare Cristian Tarantino, Luca Ferì, Sebastiano Esposito e Mario Conte coordinavano, per conto di Renna, l’attività di spaccio di stupefacente, i cui proventi venivano in parte destinati al sostentamento delle famiglie dei detenuti affiliati, attività di spaccio cui partecipavano Antonio Saponaro, Pietro Saponaro, Alfredo Epifani, Cosimo Candita, Maurizio Trenta, Simone Contaldo, Cosimo Fina, Davide Bonetti, Antonio Bonetti e Giampiero Alula, mentre Maria Carmela Rubini e Pamela Fortunato (rispettivamente moglie e zia di Renna) ne coordinavano l’attività curando in particolare le comunicazioni con l’esterno del carcere tra Renna, detenuto, ed i suoi affiliati. Per tutti con l’aggravante di essere l’associazione armata”.
Ed è proprio sul ruolo delle donne che si sofferma il Procuratore Cataldo Motta: “Nessuna mafia, più della Scu, può contare sulla partecipazione attiva delle donne negli affari dei clan”.  
Gli investigatori, supportati dalle intercettazioni, ritengono che le donne del clan sarebbero a conoscenza degli affari illeciti e dell’esistenza di un gruppo mafioso “del quale evidentemente condividevano le finalità, così evidenziando la loro piena adesione” scrive il Gip Carlo Cazzella.
Sulla rilevanza delle donne nella Scu, ritorna ancora Cataldo Motta: “La spiegazione è sociologica, la Scu è una mafia nata in carcere, gli uomini detenuti a partire da Pino Rogoli hanno avuto la necessità oggettiva di delegare a persone di strettissima fiducia la prosecuzione dei loro affari. Chi meglio delle loro mogli, madri, sorelle, compagne?”.

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