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polizia-arrestoLa Dda di Lecce fa luce su quattro omicidi e sei agguati avvenuti tra il 1997 e il 2010.
di Antonio Nicola Pezzuto - 16 ottobre 2013
Il nuovo monito del Procuratore Cataldo Motta: “La collaborazione dei cittadini è sempre scarsa e questa volta, poi, è stata sostanzialmente inesistente”.
Diciotto ordinanze di custodia cautelare in carcere e cinque indagati. Questo il risultato dell’operazione “Zero”. Ad emettere i provvedimenti restrittivi, il Gip del Tribunale di Lecce Vincenzo Brancato, a suggellare le indagini condotte dal Procuratore Capo della Dda di Lecce Cataldo Motta, e dai Pm Valeria Farina Valaori e Alberto Santacatterina. Il blitz è stato eseguito dalla Squadra Mobile di Brindisi, dal Commissariato di Mesagne e dai Carabinieri del Ros.
L’inchiesta ha fatto luce su quattro omicidi, quattro tentati omicidi, una gambizzazione e un ferimento. Tanto sangue versato tra il 1997 e il 2010 in seguito alla guerra intestina alla Sacra Corona Unita.
La prima vittima della faida interna al clan mafioso è Antonio Molfetta, detto Toni Cammello, scomparso il 29 maggio 1998. I suoi resti furono trovati l’8 ottobre dello stesso anno all’interno di un trullo abbandonato, ubicato in località “Rapide Cioccia”, agro del comune di Ostuni, ai confini con le campagne di Ceglie Messapica. Ad autoaccusarsi del delitto, il collaboratore di giustizia Ercole Penna. Il pentito, nel primo interrogatorio reso ai magistrati della Dda, riferisce che, come referente del gruppo Pasimeni, in quel momento detenuto, ha dato l’assenso all’omicidio. L’esecuzione sarebbe stata portata a termine da Francesco Argentieri su ordine di Massimo Delle Grottaglie. Al delitto avrebbe preso parte anche Giovanni Colucci. Il via libera all’efferato crimine sarebbe comunque arrivato tramite una sfoglia inviata dal carcere da Massimo Pasimeni ad Ercole Penna. Antonio Molfetta, secondo i pentiti, fu ucciso perché ritenuto confidente delle Forze di Polizia.

Nicolai Lippolis, invece, fu ucciso a Bar, in Montenegro, tra il dicembre 1999 e il settembre 2000. Il delitto fu commesso perché la vittima era ormai invisa all’organizzazione mafiosa in quanto ne violava ripetutamente le regole. Il Lippolis, infatti, secondo i collaboratori di giustizia, aveva iniziato a spacciare sostanze stupefacenti senza il consenso del sodalizio. Partecipava, inoltre, alla commissione di furti in appartamenti accompagnandosi a cittadini slavi e, non ultimo, aveva iniziato ad assumere droga. Atti estranei al programma criminoso del clan, che non voleva al suo interno dei tossici. Il Lippolis aveva finanche rubato l’autovettura Audi 80 di proprietà di Marcello Cincinnato, affiliato allo stesso gruppo del Lippolis. Responsabili dell’omicidio, secondo gli inquirenti sono Antonio Epicoco, Marcello Cincinnato, Emanuele Guarini.
Per l’omicidio di Tommaso Marseglia, avvenuto a San Vito dei Normanni il 22 luglio 2001, è accusato Carlo Cantanna. Il Marseglia sarebbe stato ucciso perché si contrapponeva sul territorio al controllo esercitato dal gruppo del Cantanna. In particolare, la vittima si stava adoperando per riappropriarsi della campagna che, durante la sua detenzione, era stata abusivamente utilizzata da personaggi riconducibili al gruppo di Cantanna per l’esercizio di attività illecite (deposito di veicoli rubati e parti di essi). Inoltre, il Marseglia aveva osato schiaffeggiare il Cantanna in presenza di appartenenti al gruppo di quest’ultimo definendolo “signor nessuno”. Il suo corpo fu ritrovato la mattina del 23 luglio 2001 parzialmente ricoperto da un telo da mare, in contrada “Amoruso-Marangelle”, agro del comune di San Vito dei Normanni, nascosto dietro un muretto di pietre a secco.
La quarta vittima di cui non erano noti gli assassini è Antonio D’Amico, ucciso il 9 settembre 2001, sulla diga di “Punta Riso” di Brindisi. In questo caso, ad essere accusati dell’omicidio, sono il boss Francesco Campana di Mesagne e Carlo Gagliardi. Antonio D’Amico viene eliminato per punire suo fratello Massimo, divenuto collaboratore di giustizia ed accusatore di esponenti storici dell’organizzazione mafiosa. Inoltre, il pentito aveva sottratto affiliati proprio al gruppo riconducibile al Campana. Il crimine serviva anche a dissuadere altri affiliati a collaborare con la giustizia.
Inquietante il contesto e le motivazioni del tentato omicidio di Francesco Palermo. A commissionare l’omicidio, infatti, sarebbe stato un uomo estraneo al contesto criminale. Un comune cittadino si sarebbe rivolto agli uomini della Scu per dirimere una questione relativa alla proprietà di un’abitazione. Un insospettabile di Mesagne avrebbe promesso diecimila euro ai boss per risolvere una questione che doveva e poteva essere risolta con l’uso del diritto. Un fatto devastante, in quanto permetteva al sodalizio criminale di conseguire non tanto un vantaggio economico ma soprattutto prestigio e consenso sociale. Insomma, la Sacra Corona Unita che si sostituisce allo Stato per far valere le ragioni dei cittadini.
Ed è proprio sul contesto sociale e il consenso alla Scu che è ritornato il Procuratore Motta in occasione della conferenza tenutasi nel suo ufficio: «La collaborazione da parte dei cittadini è sempre scarsa e questa volta, poi, è stata sostanzialmente inesistente», questo il duro monito del capo della Dda Leccese. Il Procuratore sottolinea, però, un fatto positivo: «Quello che c’è stato, invece – afferma con soddisfazione Motta – in due casi, e questo forse sorprende ma potrebbe essere l’avvio di una buona strada, è la collaborazione dei familiari di una vittima, in un caso di omicidio, quello di Tommaso Marseglia, in cui hanno parlato la moglie e il figlio, e poi la collaborazione della vittima stessa nel caso di Greco, contro il quale si è sparato all’interno della sua abitazione. In quel caso, Greco ci fornì sin d’allora indicazioni sulla persona che aveva identificato e che aveva sparato contro di lui». Fondamentale per il buon esito dell’operazione è stato, indubbiamente, il contributo fornito dai pentiti: «Le altre indicazioni provengono principalmente dai collaboratori di giustizia – chiosa il Procuratore Motta – dall’incrocio delle loro dichiarazioni. Sono molti i collaboratori che parlano». L’alto magistrato si sofferma poi sul ruolo centrale della città di Mesagne nella geografia della Scu e sulle attuali caratteristiche strutturali dell’organizzazione mafiosa: «Mesagne è sempre una città vivace sotto l’aspetto degli insediamenti criminali. Basti pensare che, anche se in là nel tempo, cinque sui sei episodi di ferimento sono avvenuti a Mesagne e molti degli indagati sono mesagnesi. Mesagne continua ad avere questa situazione conflittuale tra gruppi di tipo mafioso: il vecchio gruppo di Pasimeni, che è detenuto con due condanne all’ergastolo ormai irrevocabili, il gruppo di Vitale e i gruppi emergenti, perché una delle caratteristiche della Sacra Corona Unita è proprio questa fluidità nella composizione dei gruppi. Non sono gruppi che hanno un assetto stabile ma c’è un turnover molto veloce con persone che cambiano schieramento molto rapidamente. Questa caratteristica è comune sia alla Scu brindisina, sia a quella leccese. Della Scu resta ancora molto. Gli interventi dovrebbero essere continui, l’attenzione di carabinieri e polizia è costante e vedo come i colleghi lavorano su fatti anche recenti che è difficile arginare. Dobbiamo cercare di tenere alta la guardia e di svolgere questo lavoro in maniera sempre più efficiente».

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