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motta-cataldodi Antonio Nicola Pezzuto - 9 ottobre 2013
“La pax mafiosa è superata, i clan mafiosi del territorio si stanno riorganizzando”
Sale forte il grido d’allarme del Procuratore Capo di Lecce Cataldo Motta (foto): «I clan mafiosi del Salento si stanno riorganizzando». Tesi corroborata dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
L’analisi sulla situazione della criminalità sul territorio è stata fatta dal Procuratore Motta in occasione della conferenza stampa convocata in occasione dell’operazione “Scacco agli Imperiali”. Grazie a questa inchiesta è stata scoperta la provenienza di un arsenale destinato a gruppi francavillesi e mesagnesi della Sacra Corona Unita.
“Le indagini – sostengono gli inquirenti – sono da considerarsi un’ulteriore costola di quelle partite nel novembre 2010 in seguito all’omicidio del giovane incensurato Francesco Ligorio e del tentato omicidio di Nicola Canovari, quando i due, alle prime ore dell’alba, sulla statale 7, furono raggiunti da colpi di armi da guerra del tipo Kalashnikov”.
Nel febbraio 2011, nelle campagne di contrada Donna Laura a Francavilla Fontana, gli investigatori individuarono un nascondiglio dove erano nascoste armi e munizioni. L’arsenale era avvolto in un cellophane e depositato in un sacco di iuta occultato in una nicchia creata alla base del muro di cinta di un podere, a sua volta occultata da materiale di risulta. Furono rinvenuti e sequestrati: un fucile mitragliatore Ak 47 calibro 7,62-39, modello M70AB2, in ottimo stato di uso, perfettamente lubrificato, un fucile semiautomatico marca Bernardelli modello “Roma 3” calibro 12, tipo doppietta, con canne mozzate e calciolo asportato, perfettamente conservato e lubrificato, una carabina marca Remington calibro 30.60 modello “7400”, con matricola abrasa, perfettamente conservata e lubrificata, munizionamento completo per tutte le armi (in un contenitore di plastica rosso c’erano 20 proiettili calibro 30.60 con relativo imballo in cartone e in un contenitore di polistirolo di colore grigio chiaro c’erano altri 21 proiettili dello stesso calibro). Le indagini, il 25 ottobre dello stesso anno, sfociarono nell’operazione “Terminator”, con la quale furono emesse cinque ordinanze di custodia cautelare.

Adesso, l’operazione “Scacco agli Imperiali” (Francavilla Fontana è nota come Città degli Imperiali), conclude un lungo lavoro di indagine svolto dal Sostituto Procuratore Alberto Santacatterina della Dda di Lecce, seguito a quello condotto dal Sostituto Procuratore Raffaele Casto della Procura della Repubblica di Brindisi. Importanti, per l’esito positivo dell’inchiesta, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Ercole Penna e Cosimo Giovanni Guarini.
Grazie alle dichiarazioni rese dai due collaboratori di giustizia si è appurato che parte delle armi erano state fornite a Giancarlo Capobianco, 50 anni, di Francavilla, detto “Zio Carlone”, da un venditore russo che avrebbe fatto parte dei servizi segreti. Le armi sarebbero state acquistate nel settembre 2010 al prezzo di ventimila euro e messe a disposizione dei clan francavillesi e mesagnesi della Scu.
“Si tratta di armi che Capobianco acquistava non solo per tenerle a nostra disposizione ma anche per soddisfare le richieste di altri appartenenti all’organizzazione di Francavilla che ne avessero bisogno”, questo è quanto dichiarato dai pentiti. Le certosine indagini, il monitoraggio degli spostamenti delle armi, fra le quali vi erano anche delle bombe a mano di tipo “ananas” mai ritrovate, hanno consentito di accertare la provenienza delle armi destinate ai sodalizi mafiosi.
I Carabinieri della Compagnia di Francavilla Fontana hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere e una agli arresti domiciliari emesse dal Gip del Tribunale di Lecce Antonia Martalò.
I destinatari delle misure sono: Giancarlo Capobianco (già detenuto presso la casa circondariale di Lecce), detto “Zio Carlone”, 50 anni, di Francavilla Fontana, Francesco Gravina, detto “Gabibbo” (già detenuto in regime di arresti domiciliari), 34 anni, di Mesagne; Vito Stano, 44 anni, (già detenuto presso la casa circondariale di Taranto), alias “Malombra” di Mesagne; Nicola Destino, 25 anni di Mesagne, (già detenuto presso la casa circondariale di Lecce) e Nico Passiante, 21 anni, di Francavilla Fontana, incensurato. Per lui sono stati disposti gli arresti domiciliari.
Le accuse a loro carico sono quelle di porto, trasporto, detenzione, traffico illegale di armi clandestine, comuni e da guerra nonché di ordigni esplosivi, come bombe a mano tipo “ananas”, e ricettazione. In più, l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso Sacra Corona Unita.
Traffici di armi avvenuti in una provincia dove, tra ottobre e dicembre del 2010, si consumavano tre delitti. Il primo, quello di Vincenzo Della Corte, avvenuto la sera dell’8 ottobre 2010 in un negozio di casalinghi in allestimento a San Michele Salentino. Il secondo, quello già menzionato, del diciottenne Francesco Ligorio, massacrato da un Kalashnikov la mattina dell’11 novembre sulla superstrada Brindisi-Taranto all’altezza di uno degli svincoli per Francavilla, morto al posto di Nicola Canovari, il vero bersaglio dell’agguato, ricoverato in condizioni gravissime ma alla fine salvo. L’ultimo caduto della guerra di mala, combattuta prima dell’intervento della magistratura che decimò la Scu, fu quello del ventottenne Fabio Parisi, ucciso nelle prime ore del mattino del 22 dicembre in pieno centro, nei pressi di un bar di Porta Croce, a Francavilla Fontana.
Da ricordare che, il 23 febbraio 2011, era stato sequestrato il network di esercizi commerciali collegato a Giancarlo Capobianco. “Zio Carlone” veniva indicato come il capozona della Sacra Corona Unita nella Città degli Imperiali, a disposizione del clan mesagnese della Scu capeggiato da Daniele Vicientino ed Ercole Penna, quest’ultimo pentitosi dopo la cattura da parte dei carabinieri del Ros il 29 settembre 2010, nell’ambito dell’operazione “Calipso”. Giancarlo Capobianco fu arrestato il 28 dicembre 2011 durante l’operazione “Last Minute” condotta dalla Squadra Mobile di Brindisi e dagli uomini del Commissariato di Mesagne.
In questo oscuro e difficile contesto è maturato l’intervento della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, guidata dal Procuratore Capo Cataldo Motta. L’alto magistrato, nella sua analisi, è stato esplicito e diretto, sottolineando un dato sconvolgente legato all’usura: “In un anno solo tre denunce in tutto il distretto”. Il Procuratore ha, così,  voluto evidenziare come sia ancora pesante la forza di intimidazione e il consenso sociale della criminalità salentina. Le tre denunce in tutto il distretto, infatti, testimoniano quanto sia esiguo quel numero rispetto alla realtà del fenomeno. Quindi, al centro delle dichiarazioni di Motta, le preoccupazioni per una mafia che si riorganizza e un forte richiamo alle comunità che consentono alla criminalità di usufruire di quel consenso sociale e di quelle simpatie spesso negate allo Stato. Inoltre, tra i vari componenti dei clan, sembra che non ci sia più armonia e che si stiano affilando le armi: «La pace è superata. La questione non riguarda solo Brindisi, ma anche i territori di Lecce e Taranto - sostiene Motta -. Riteniamo che i clan del Salento siano in perenne riorganizzazione, iniziando a rinunciare a quel clima di “pax mafiosa” vissuto negli ultimi anni e di cui vi è conferma anche nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia». A conferma di quanto dichiarato, il Procuratore cita altri dati significativi: «Emerge, per fare un esempio, come gli incendi di auto siano in sensibile incremento nella provincia di Lecce - sottolinea Motta - . C’è un piccolo aumento di casi anche nel brindisino. Eppure, in tutto il distretto, sono solo tre le denunce presentate dalle vittime di usura».
In chiusura, l’ affondo deciso e tagliente del Procuratore che punta il dito su Francavilla: «Non voglio chiamarlo arretramento culturale, ma abbiamo riscontrato a Francavilla una certa chiusura che poi si tramuta in un atteggiamento tollerante nei confronti della criminalità. Uno degli arrestati era un imprenditore e non stiamo parlando di reati da colletti bianchi ma di reati che riteniamo essere connessi a fatti di sangue collegati alle armi. Siamo solo all’inizio, dobbiamo continuare a lavorare e ad impegnarci per cercare di cambiare l’atteggiamento dei francavillesi. Abbiamo l’impressione che su quel territorio si agisca liberamente. Forse non abbiamo mai avuto collaborazione giudiziaria e conoscenza approfondita delle situazioni di Francavilla. Le indagini proseguono bene. Ed è possibile che la gente, prima o poi, si affezioni alla legalità». Questo l’auspicio finale del Procuratore Capo Cataldo Motta.

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