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dia-web1di Antonio Nicola Pezzuto - 22 luglio 2013
Nuova confisca milionaria della Direzione Investigativa Antimafia nel Salento. Un altro ingente patrimonio, accumulato illecitamente, diventa proprietà dello Stato. Il provvedimento di confisca è stato disposto dalla Prima Sezione Penale del Tribunale di Lecce, e confermato dalla Corte d’ Appello di Lecce e dalla Cassazione.
Il patrimonio finito sotto chiave apparteneva a Giovanni Tredici, 44enne di Copertino, già condannato in passato per associazione a delinquere, estorsione, rapina, porto e detenzione di armi, e indagato per associazione mafiosa. Il valore dei beni ammonta a circa quattro milioni di euro. Nel dettaglio: otto immobili, quaranta terreni che si estendono su un’area complessiva di 42 ettari (uno risulta affittato a 36mila euro l’anno ad una società pugliese per la realizzazione di un campo fotovoltaico) e due conti correnti bancari. Le indagini patrimoniali hanno portato alla luce un’evidente sproporzione tra le fonti di reddito dichiarate e le effettive disponibilità patrimoniali dell’uomo.

Infatti, Giovanni Tredici, che ufficialmente svolge l’attività di agricoltore, nell’arco di 17 anni, avrebbe dichiarato redditi per 98mila euro. Gli uomini della DIA ritengono che l’uomo abbia accumulato il suo cospicuo patrimonio con i proventi di attività illecite, soprattutto con le estorsioni, considerato che nel 2000 fu arrestato con altri sette suoi concittadini nell’ambito dell’operazione “Due Vie”. Gli furono contestati i reati di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni del cosiddetto “cavallo di ritorno”. In pratica il gruppo chiedeva il “pizzo” in cambio della restituzione di auto e altri mezzi rubati. Nel corso del processo non resse l’accusa di associazione mafiosa e il clan venne condannato solo per associazione a delinquere semplice. Il Tredici fu condannato a sei anni di reclusione. Nel novembre del 2001 fu anche sospettato di essere l’autore dell’omicidio del pastore di Santa Barbara, Augusto Pagano. L’allora Sostituto Procuratore Cataldo Motta invocò per lui una condanna a trent’anni di carcere. Per il Gup Laura Liguori, che lo giudicò con rito abbreviato, invece, non c’erano elementi sufficienti per provare la sua colpevolezza e, quindi, Giovanni Tredici fu assolto per non aver commesso il fatto. «Non apparteneva ad alcun clan della Sacra Corona Unita – ha affermato il Direttore della DIA di Lecce, il Vice Questore Leonzio Ferretti – ma le modalità con cui commetteva i delitti erano senza dubbio mafiose».

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