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carabinieri-pugl-webIl Pm Elsa Valeria Mignone: “Gallipoli palude di omertà”
di Antonio Nicola Pezzuto - 6 luglio 2013
Entra nella fase cruciale il processo scaturito dall’ omicidio di Salvatore Padovano, il boss della Scu gallipolina ucciso il 6 settembre 2008. Il Pm Elsa Valeria Mignone ha chiesto l’ ergastolo per Rosario Padovano, fratello della vittima, e per il cugino Giorgio Pianoforte.
Il Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia ha invocato poi 22 anni per Fabio Della Ducata, 12 anni per Massimiliano Scialpi, 9 anni per Mino Cavalera e 3 anni per Giuseppe Barba: sarebbero tutti, a vario titolo, coinvolti nell’omicidio avvenuto nei pressi della pescheria “Il Paradiso del mare” a Gallipoli.
Il magistrato, nella sua lunga e articolata requisitoria, ha spiegato che l’esecuzione è maturata in seguito ai contrasti sorti tra i due fratelli in merito alla gestione dei traffici illegali.
Secondo la Procura, quindi, sarebbe stato Rosario Padovano a volere eliminare suo fratello Salvatore, alias “Nino Bomba”. Lo stesso Rosario, all’ epoca dei fatti, finse un grande dolore per la perdita del fratello. In realtà, stando alla ricostruzione fatta dall’accusa, fu il mandante dell’ omicidio avvenuto per mano del killer siciliano Carmelo Mendolia, ora collaboratore di giustizia e già condannato a 14 anni.

All’agguato avrebbe partecipato attivamente anche Giorgio Pianoforte, cugino dei Padovano, che avrebbe attirato con una scusa la vittima fuori dalla pescheria “dicendogli che una persona gli aveva tamponato la macchina”.
Fabio Della Ducata, invece, avrebbe ospitato nella sua casa Mendolia e gli avrebbe consegnato, pochi giorni dopo l’omicidio (a Casamassima, in provincia di Bari), una parte dei 10mila euro di compenso pattuito, pari a 6770 euro. Lo scooter per raggiungere il luogo del delitto sarebbe stato fornito al sicario da Bianco.
Il Pubblico Ministero Elsa Valeria Mignone ha ricostruito gli scenari che hanno portato all’omicidio e i contrasti sorti tra i due fratelli in seguito alla loro scarcerazione.
Rosario, una volta fuori dal carcere di Spoleto, nel settembre 2007, avrebbe cercato di conquistare la leadership del clan e di ricostruire i rapporti con gli affiliati di “Gallipoli vecchia”, tra cui Massimiliano Scialpi, Giuseppe Barba, Cosimo Cavalera e Fabio Della Ducata. Il tutto, in netto contrasto con le strategie di suo fratello Salvatore scarcerato nel dicembre 2006. Quest’ultimo, infatti, aveva ripreso ad assumere comportamenti da capo mafia, dispensando consigli e suggerimenti per dirimere contrasti e controversie. Inoltre, aveva preso le distanze proprio da quei personaggi della “Gallipoli vecchia” perché considerati di scarso spessore criminale e fossilizzati su vecchi schemi consortili e privilegiato e rinsaldato i rapporti con il clan Tornese di Monteroni.
Due strategie diverse ed opposte che hanno fatto entrare in conflitto i due Padovano.
Rosario non avrebbe accettato di essere subalterno a Salvatore, si sarebbe sentito limitato nelle sue aspirazioni e preoccupato dall’ attenzione che le forze di polizia stavano dimostrando al territorio gallipolino richiamate dai comportamenti spavaldi e prepotenti del fratello.
Il presunto mandante ha fornito una spiegazione diversa sul movente dell’omicidio. Infatti, ha affermato di aver organizzato l’esecuzione mortale perché il fratello infastidiva l’anziana madre. Ma la Procura, in questi anni, ha accumulato tutta una serie di elementi che portano in ben altra direzione.
La sentenza di questo importante processo, che riguarda la lotta interna a uno dei clan più potenti della Scu, è attesa per il 18 luglio.
Nel frattempo, sul banco degli imputati, è finita anche la città di Gallipoli. È infatti assordante l’ eco delle parole pronunciate in aula dal Pm Elsa Valeria Mignone: “Gallipoli è una palude di omertà. Stavano tutti lì, com’ è che nessuno ha visto niente?”.

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