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padovano-salvatore-webdi Antonio Nicola Pezzuto - 26 marzo 2013
Rosario Padovano, parlando in videoconferenza nel corso del processo che lo vede imputato per l’omicidio del fratello Salvatore, svela il piano che avrebbe dovuto portare all’uccisione del capo della Procura leccese.
Grande scalpore hanno suscitato le dichiarazioni rese da Rosario Padovano in videoconferenza nell’ aula bunker del carcere di Borgo San Nicola. L’ uomo è sotto processo per l’ assassinio del fratello Salvatore, alias “Nino Bomba”, ucciso il 6 settembre del 2008 davanti alla pescheria “Il Paradiso del Mare”. Ha parlato per oltre cinque ore Rosario Padovano, rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Elsa Valeria Mignone, del Presidente della Corte d’ Assise Roberto Tanisi e dell’ avvocato difensore Luigi Piccinni.
“Nino, già negli anni 90, voleva eliminare il dottore Motta. Sosteneva che si doveva farlo non con l’ agguato. Il dottore Motta andava spesso in una zona di Porto Cesareo. Lì sarebbe dovuta passare una macchina e si sarebbe detto: il pirata della strada. Lo stesso metodo voleva utilizzarlo per eliminare mio padre che era un ottantenne malato con tutti i suoi acciacchi”.

Dichiarazioni pesanti che aprono profonde riflessioni su ciò che sarebbe potuto accadere, sulle conseguenze drammatiche per un territorio che rischiava di vedere colpito il simbolo della lotta alla Sacra Corona Unita.
Rosario Padovano racconta di aver avuto paura per la sua incolumità e per quella dei suoi genitori e che questo lo avrebbe portato a maturare la scelta di commissionare l’ omicidio di suo fratello. Troppo forte, stando alle sue dichiarazioni, l’ odio che Salvatore covava da quando aveva saputo del presunto tradimento di sua moglie durante la sua detenzione.
“Sono stato io il mandante. Mendolia l’ esecutore materiale. Nessuno ci ha aiutati. L’ unico che sapeva e non ha fatto nulla per impedire che accadesse, è stato il Procuratore Cataldo Motta”. L’ imputato sostiene che, prima di decidere di uccidere il fratello, avrebbe chiesto aiuto alle forze dell’ ordine, ai carabinieri di Gallipoli in particolare, ma nessuno gli avrebbe dato ascolto. Rosario Padovano attacca quindi frontalmente il Procuratore Motta: «Davanti a questo Tribunale rispondo solo io. Lui dovrà rispondere davanti al Tribunale Divino». Non si è fatta attendere la pronta replica del capo della Procura leccese: «Non ricordo alcun ascolto. Se c’ è stato, è agli atti. Lui è imputato e può dire quello che vuole».
Clan Padovano. Convalidato il sequestro di beni“Secondo il codice di mio fratello, la donna che tradisce deve essere uccisa, e lui non avrebbe mai voluto ammazzare sua moglie. Per questo si era convinto che fosse stata la mia famiglia a montare il tradimento per mettere la Reali in cattiva luce davanti ai suoi occhi». Rosario Padovano sostiene che i rapporti tra i suoceri e la donna non sarebbero stati idilliaci. “Nino aveva da tempo dimostrato segni di insofferenza nei confronti dei  miei genitori. Sapevo che voleva uccidere loro e anche me. Per questo mi rivolsi ai carabinieri”. L’ imputato avrebbe così incontrato i militari dell’ Arma grazie all’ intervento del suo avvocato di allora, l’ ex sindaco di Gallipoli Flavio Fasano. «Purtroppo mi accorsi che nessuno aveva intenzione di fermare Nino».
Quindi l’ incontro, a suo dire casuale, con Carmelo Mendolia a Gallipoli. Di diversa convinzione sono invece gli inquirenti che ritengono si sia trattato, invece, di un incontro organizzato.
“Ho sempre amato mio fratello, per tutta la vita è stato il mio punto di riferimento. Ma quando è tornato a Gallipoli dopo il carcere, era diventato un megalomane. Se non lo avessi ucciso io, comunque sarebbe morto prima o poi. Si stava facendo troppi nemici”.
Sembra quasi cercare una giustificazione e un’ attenuante al suo gesto il Padovano, quasi uno spiraglio di pentimento. Sollecitato sul punto in maniera diretta dal Presidente Roberto Tanisi, ha così replicato: «Di questo non voglio parlare, risponderò solo davanti al Tribunale Divino».
Rosario Padovano definisce poi il senatore Vincenzo Barba “un cancro di Gallipoli perché aveva molti soldi e non li investiva in città, ma non ho mai pensato di farlo fuori. Uscito dal carcere, non ho cercato di mettermi a capo di alcuna associazione. Mi impegnavo nel sociale per favorire il reinserimento degli ex detenuti come me”.
La prossima udienza è fissata per il 16 maggio, giorno in cui saranno sentiti i testimoni citati dalla difesa.

In foto: Salvatore Padovano mentre recita una delle sue poesie (da YouTube). by lecceprima.it

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