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guardia-di-finanza-web1L’operazione “Revolution” ha portato alla luce gli accordi tra le due consorelle mafiose
di Antonio Nicola Pezzuto - 20 ottobre 2012
Con l’ operazione “Revolution” i militari della Guardia di Finanza hanno arrestato 29 persone per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di cocaina e spendita ed introduzione nel territorio dello Stato di un falso bond. Fra gli arrestati figurano 9 brindisini.

L’ inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria prende il via il 20 marzo 2010 in seguito al ritrovamento a Milano-Malpensa di un pacco contenente cocaina liquida. Lo stupefacente proveniva dall’ Argentina ed era diretto ad Africo Nuovo.
I finanzieri sono riusciti a ricostruire l’ organigramma del gruppo individuando basi strategiche in tutta Italia, soprattutto a Milano, nei paesi dell’ hinterland milanese e in importanti Paesi europei, quali Germania (Düisburg, Oberhausen e Dusseldorf), Olanda (Amsterdam) e Belgio (Anversa).
Non solo cocaina liquida ma anche un falso bond argentino da 500 milioni di dollari. Nelle intenzioni dell’ organizzazione avrebbe dovuto costituire una garanzia da esibire alle banche in cambio di credito. I “brindisini”, per trattare con la cosca calabrese e concludere affari con i narcotrafficanti colombiani, avevano bisogno di tanto denaro. Il titolo era stato scovato dai finanzieri nella cassaforte dell’ imprenditore ostunese Antonio Flore lo scorso gennaio, nell’ ambito dell’ operazione “Animal House”. Si tratta di un documento emesso dalla Federal Reserve degli Stati Uniti d’ America che, secondo gli investigatori, avrebbe aperto un’ enorme capacità di credito ai narcotrafficanti  arrestati se fossero riusciti a trovare direttori di banca compiacenti.  
Dalle indagini emerge che, a un certo punto, i “brindisini” avrebbero voluto scavalcare i “calabresi” nella gestione dei traffici con il Sud America. «Bisogna fare una ricerca su Wikipedia – si legge nelle intercettazioni – e vedere la Colombia e il Paraguay, quali sono le materie prime, le industrie, artigianato, tutte quelle cose là». Ma sgarrare avrebbe significato rischiare grosso. Questo, infatti, si evince dalle carte dell’ indagine nelle quali viene raccontata la paura di appartenenti all’ organizzazione. E’ il caso di Cosimo La Corte, ostunese, uno dei presunti componenti l’ ala brindisina del clan finito in cella che, per un periodo, si era dato alla macchia. Il tentativo di scavalcare i vertici della ‘Ndrangheta per intraprendere rapporti diretti con i narcotrafficanti sudamericani, al fine di importare ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti,  pare fosse naufragato creando una frattura pericolosissima con la cosca reggina che non avrebbe perdonato l’ affronto. «Stanotte mi volevano sparare», si sfoga al telefono La Corte. Da questa intercettazione dei finanzieri del Gico di Reggio Calabria spunta una nuova pista per il brutale omicidio tuttora irrisolto di Cosimo Semeraro, alias “Capellone”, compiuto nel novembre 2007 nelle campagne di Ostuni. «L’ ordine è partito da quello che andai io – continua Cosimo La Corte – questa è la stessa storia del Capellone, uguale e identica». Chiaro il riferimento al Semeraro che i killer uccisero a colpi di lupara dopo averlo picchiato brutalmente. La sua auto, una Golf, fu bruciata. «Questa è una storia perché dice che la piazza non ve la potete prendere voi. Punto». Questo affermava al telefono La Corte parlando con Antonio Flore.
Gli investigatori ritengono che al vertice dell’ organizzazione ci sia Bruno Pizzata, 53 anni, considerato un broker della droga, arrestato il 4 febbraio 2011 a Düisburg dove gestiva una pizzeria, e Francesco Strangio (66), elemento di primo piano della cosca Nirta-Strangio di San Luca.
In carcere, insieme ai presunti narcotrafficanti calabresi, anche gli esponenti dell’ ala brindisina guidata, nel ruolo di boss e finanziatore, dall’ ostunese Vincenzo Zurlo (56 anni, alias “Lo Zio”), personaggio di spicco della criminalità locale ed accreditato anche negli ambienti della Sacra Corona Unita che, pur essendo paraplegico, per gli investigatori «operava con disinvoltura nel settore dei traffici illeciti di cocaina». Nell’ operazione sono coinvolti altri due imprenditori ostunesi: Antonio Flore (45 anni, costruttore edile) e Cataldo Tanzarella (64 anni, imprenditore turistico alberghiero). In carcere sono finiti anche Cosimo Lacorte (33 anni, ostunese, operatore ecologico), Francesco Paolo Ungaro (40 anni, ostunese, braccio destro di Flore), Giuseppe Cantoro (50 anni, di Ostuni). Ai domiciliari, invece, sono finiti Leonardo Brescia (42 anni, di Brindisi), Cosimo Ribezzi (53 anni, agente di polizia, di Mesagne) e Mario Spagnolo (50 anni, originario di Lecce, residente a Brindisi e domiciliato a San Vito dei Normanni, promotore finanziario). Questi ultimi risultano indagati in concorso soltanto per la gestione del falso titolo argentino.

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