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di Anna Petrozzi

L’ex Ministro dell’Interno all’epoca delle stragi chiede che vi sia il coraggio di fare una analisi politica, con un atteggiamento laico, delle scelte che vennero fatte nel ’92 e nel ’93.  Al di là del giudizio della magistratura.
Io vorrei davvero che su questa questione delicatissima si potesse avere un confronto politico “laico”, che si potesse cominciare a fare i conti con la nostra storia con l’obiettivo di prendere coscienza di che cos’è il fenomeno mafioso oggi e guardare al futuro in un ottica di prevenzione.

Pensa davvero, alla luce di quanto accaduto in questi ultimi anni e di quanto accadde allora, e dei processi che sono a tutt’oggi in corso che sia possibile avviare questo tipo di riflessione politica?
Guardi, io vorrei distinguere molto bene dal ruolo della magistratura, che deve fare il suo corso e deve accertare le responsabilità individuali e penali,  la necessità invece di un’analisi puramente politica e storica di quegli anni.

Da dove bisognerebbe partire secondo lei?
Io ripartirei dal quadro storico e dai fatti che sono consacrati negli atti e nei documenti di quell’epoca.
Agli inizi degli anni Ottanta cresce l’attenzione verso la mafia e allo stesso modo il tipo di analisi del fenomeno, se ne percepisce tutta la portata non solo criminale ma anche eversiva.
Da politiche emergenziali conseguenti ad ogni delitto si comincia a guardare la necessità di un sistema di investigazione e di attività giudiziaria incisiva.
Non appena Cosa Nostra si accorge che inizia a cambiare l’idea di lotta alla mafia risponde con la violenza eliminando alcuni dei più importanti fautori di questa evoluzione, come il generale dalla Chiesa, Pio La Torre, Rocco Chinnici… ma è proprio questa reazione che dà la spinta all’adozione di provvedimenti finalmente più incisivi come l’approvazione del reato di associazione mafiosa secondo l’articolo 416 bis.
E poi negli anni Ottanta c’è Falcone che è uno spartiacque.
Come ragionarono Falcone, Caponnetto, Borsellino e gli altri?  
Non si può procedere contro la mafia come contro un fenomeno circoscritto al perimetro territoriale della competenza del giudice all’interno del quale avvengono singoli delitti. C’è invece un quadro più ampio di cui tenere conto, la struttura complessa della costituzione unitaria e verticista di Cosa Nostra e l’intreccio tra le organizzazioni mafiose, le istituzioni e la politica. E questo è il nodo da affrontare.
L’istruttoria del maxi-processo dà il via a questa metodologia e, pur non in presenza di leggi che lo consentano, si procede ad una istruttoria di reati complessivi e si conclude con una trasmissione degli atti dal giudice istruttore al pm nella quale si dichiara: “Questo è il processo a Cosa Nostra”. E’ una svolta. Basti pensare che fino a pochi anni prima la Cassazione negava l’esistenza della mafia, c’era una cultura dominante, seppur con qualche eccezione, che lo considerava un fenomeno di criminalità ordinaria da colpire con le norme ordinarie.

Gli anni Novanta però registrano tutto un altro clima. Che succede?
Per congiunzione delle stelle nell’ottobre del 1990 io mi ritrovo Ministro degli Interni come ho raccontato nel mio libro. (Pax mafiosa o guerra? Ed. Eurilink)
Non aspiravo in quel momento a questo tipo di carica, facevo il presidente del gruppo parlamentare, la cosa mi divertiva, ero tranquillo.
Una volta avuto l’incarico parlai prima con Vassalli e poi con Martelli e sulla questione della lotta alla mafia dissi loro che avevo studiato questi argomenti all’università e mi ero reso conto che ci voleva una svolta radicale.
Io presi a riferimento la relazione della Commissione Cattanei del 1972 nella quale già c’erano delle anticipazioni molto significative sul metodo che si sarebbe dovuto adottare nella lotta alla mafia, ma erano rimaste nei cassetti della Camera invece di tramutarsi in un progetto per le scelte da intraprendere, e studiai attentamente tutto il percorso compiuto fino a quel momento da Falcone e dagli altri.
Quindi proposi: vogliamo affrontare la situazione a 360 gradi?
Vassalli era propenso e poi con Martelli abbiamo cominciato il lavoro.

A chi venne l’idea di chiamare Falcone?
L’idea venne a Cossiga, a me ne parlò Martelli e io in un primo momento restai perplesso. Avevo il dubbio se non fosse meglio che Falcone continuasse ad operare da Palermo ma poi mi convinsi che per mettere a punto l’idea che avevamo era necessario che ci fosse qualcuno che aiutasse il Governo e il Parlamento a portare avanti un progetto legislativo davvero efficace.
Abbiamo cominciato quindi a tenerci in contatto io facevo riferimento a lui anche tramite De Gennaro che mi faceva da collegamento.
Ci siamo accorti che ci volevano degli atti, non era sufficiente passare da una legislazione emergenziale a una ordinaria, (...)

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