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Spostandomi a Trento non possono che tornarmi in mente le parole dell'ex magistrato Carlo Palermo: "La criminalità organizzata era radicata in regione dagli anni ‘80". Per tutto questo tempo si sono radicati nel silenzio, trovando nelle terre del nord un florido 'porto' per i loro affari.

Le recenti inchieste giudiziarie e alcuni processi sono state in grado di far emergere l'interesse della 'Ndrangheta nel settore dell'estrazione del porfido, come abbiamo già spiegato in un precedente articolo.

Ma il Trentino, nel tempo, ha nascosto anche altro: traffici di droga e armi. Un argomento scottante, relegato nel dimenticatoio e ignorato dalla politica locale e nazionale.

Era il 14 febbraio 2014: la nave da carico 'MSC Vigo della Compañía Sudamericana de Vapores' salpava da Buenos Aires; destinazione: il porto di Valencia.

Una volta sul posto gli addetti avevano scaricato due container spediti dalla società argentina United Stone S.A. Ufficialmente il carico era composto da 18 sacchi di cubetti di porfido e 6 bancali di marmo travertino. Ma tra le pietre erano state nascoste altre 'mattonelle': si trattava di ben 380 chilogrammi di cocaina - con una purezza del 77,5% - nascosti in 380 pacchi rettangolari avvolti in nastro adesivo.

Un carico di notevoli dimensioni che però faceva parte di un vero e proprio traffico dal Sudamerica che ammonterebbe ad una prima stima di seicento chilogrammi di cocaina a cui si sarebbero aggiunti altri centodieci chilogrammi.

La Guardia Civil spagnola, nell'ambito dell'operazione Piedras Blancas, aveva ispezionato la merce per poi sequestrarla. Un anno dopo il tribunale di Valencia aveva processato e condannato tre rappresentanti dell’impresa importatrice, la Imexeval Representaciones S.R.L. di Barcellona, a 6 anni e un mese di pena ciascuno e ad un’ammenda di 20 milioni di euro.

Nel marzo del 2022 la giustizia argentina aveva condannato Alfredo Ferrucci a una detenzione di cinque anni e dieci mesi ritenendolo responsabile della spedizione illecita.

Inoltre, come si legge nell'interrogazione parlamentare (4/02277) a firma dell'onorevole Stefania Ascari, "alla United Stone rappresentata da Stella Maris Colombini (originaria di Fornace in Trentino ndr) veniva revocata la personalità giuridica e disposta la cancellazione dell'iscrizione dal registro delle imprese".

Ferrucci e Colombini, nei giorni successivi al sequestro dichiaravano la loro estraneità rispetto al traffico di droga. Come riportato dal quotidiano El Chubut entrambi avevano detto che il container era stato verificato alla dogana di Buenos Aires, ed era risultato privo di droga.

I fatti, come raccontano le date, risalgono ad anni ormai trascorsi; tuttavia la vicenda non è mai stata trattata né dalla magistratura italiana, né dalla politica.

L'allora procuratore della Repubblica di Trento Giuseppe Amato aveva definito il Trentino un territorio in cui non c'era "emergenza" delle infiltrazioni mafiose. Mentre in Parlamento, invece, come raccontano le carte, venne presentato l'episodio il 29 ottobre 2014 tramite una interrogazione parlamentare (4/06633) a firma dell'allora deputato del Pd Naccaratto Alessandro.

Ma anche in questo caso la vicenda cadde nel vuoto e la 'Ndrangheta difficilmente abbandona una rotta che porta frutto.

L’Argentina è ‘Casa Nostra’

È significativa la presenza degli imprenditori trentini in Argentina. Lona Lases è un crocevia di tante realtà, più o meno visibili e più o meno conosciute.

Nella relazione inviata all'Anac vengono sottolineati i collegamenti "tra imprese trentine del settore estrattivo e filiali estere principalmente stanziate nella Patagonia argentina (Puerto Madryn) già da decenni".

Nello specifico si fa riferimento ai Colombini, gli Odorizzi e i Paoli.

"Colombini Paolo e Colombini Gino", “Odorizzi Arnaldo e Odorizzi Dino”(capostipiti della omonima dinastia alla quale appartengono i cugini Carlo e Tiziano Odorizzi, con i quali i fratelli Battaglia erano entrati in società nel 1999 acquistando, per un importo di 12 miliardi di lire, la cava Camparta; operazione di probabile riciclaggio secondo la Pubblica accusa nel processo “Perfido”) e Paoli Bruno (cognato della menzionata Stella Maris Colombini) si legge, "nel 'Boletin Oficial de la Repubblica Argentina' del 27 giugno 1990" figurano come "soci nella 'Società anonima n.11474' riferita all'azienda 'Natur Stain Patagonicos' già allora composta da imprenditori del distretto del porfido Trentino".

All'estero operano inoltre "i fratelli Flavio e Stenico Marco": quest'ultimo (deceduto un paio d’anni fa) vantava un curriculum di tutto rispetto. E’ stato Sindaco del Comune di Fornace per quattro legislature (carica attualmente ricoperta dal figlio Mauro), ex Presidente della Sezione Porfido dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Trento, componente della Giunta dell’Assindustria di Trento nel Consiglio della CCIAA di Trento, Presidente della Porfidi International Srl di Civezzano, Amministratore Unico della Montechiara Porfidi Srl di Lases, Presidente della Porfidi International Argentina SpA e della Porfidos Patagonicos SpA operanti in Argentina.

Di particolare interesse però, si legge tra le carte, è il collegamento tra "Odorizzi e Battaglia".

Nella relazione si parla della "Odorizzi Porfidi S.r.l. (00132460221)" un'azienda che sarebbe stata coordinata dalla "Sierra Invest s.r.l", la "holding della famiglia Odorizzi".

L'ultimo bilancio, raccontano le carte, si sarebbe "chiuso con una perdita di 1,3 milioni, dovuta alla svalutazione della controllata Camparta Inerti" la quale avrebbe avuto come socio fino al 2001 Battaglia Giuseppe, già Consigliere di maggioranza ed ex assessore esterno alle cave del comune di Lona-Lases dal 2005 al 2010, condannato in primo grado a 12 anni di reclusione nel luglio del 2023. A Battaglia è stato derubricato il reato contestato da riduzione in schiavitù (art. 600 c.p) in “caporalato” (art 603), mentre è stato assolto dal reato di scambio elettorale politico-mafioso (416 ter c.p), ma era stato condannato per il reato associativo.

Per una decisione dei giudici, tuttavia, Giuseppe Battaglia è tornato a vivere nel Comune della Bassa Valsugana a pochi chilometri dal fratello Pietro Battaglia, che vive a Novaledo. Quello stesso Pietro che nell'udienza di fine luglio è stato condannato a 9 anni e 8 mesi.
Va precisato che in seguito Giuseppe Battaglia, pur continuando a lavorare per la ditta del porfido operante a Fornace di cui è titolare Franco Paoli (figlio di Bruno Paoli), si è spostato dalla casa dello stesso Paoli a Ospedaletto ad un altro indirizzo di Volano, vicino a Rovereto.
La nazione albiceleste rimane, in base alla relazione consegnata all'Anac che ANTIMAFIADuemila ha potuto visionare, interessata anche dalle potenti famiglie dei Mancuso e De Stefano.

La presenza della mafia calabrese non è un mistero: basti pensare ai grandi latitanti che sono stati arrestati proprio sul suolo argentino, il boss Pantaleone Mancuso, detto “Luni l’ingegnere” (53 anni), arrestato il 29 agosto del 2014; per non parlare del latitante cosentino Carmine Alfonso Maiorano, fermato nel quartiere di Buenos Aires.

È una terra lontana l'Argentina, ma per certi versi, è 'casa nostra'.

Elaborazione grafica by Paolo Bassani

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