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Colpite abitazioni, centri civili e una moschea. Una cinquantina i feriti, presi di mira anche reporter con raffiche di mitra. Al Fatah condanna

Almeno otto palestinesi sono stati uccisi nel corso di questa notte dall’esercito israeliano in un’incursione militare a Jenin e nel suo campo profughi, nella Palestina occupata. Una cinquantina i feriti. A riferirlo è il ministero della Sanità palestinese. Probabilmente altri corpi si trovano al momento sotto le macerie di un edificio che è stato colpito. L’esercito ha impiegato per la seconda volta consecutiva droni kamikaze per eliminare i miliziani della resistenza palestinese. Un cambio di strategia dovuto al fallimento delle ultime incursioni, in cui diversi soldati sono rimasti feriti e alcuni blindati distrutti da ordigni esplosivi della resistenza. Le bombe hanno colpito una ventina di siti tra cui abitazioni, centri civili e una moschea.

Le forze di occupazione hanno inoltre fatto irruzione e occupato la casa di Zakaria Zubeidi, uno dei sei palestinesi che fuggirono dalla prigione coloniale di Gilboa nel settembre 2021, oggi nuovamente detenuto in isolamento dopo l’evasione.

L’operazione di questa notte è stata anticipata da giorni dai media locali e invocata da ministri e parlamentari della destra estrema al governo. Sono coinvolti migliaia di soldati, carri armati Merkava sono schierati nei pressi della città e droni hanno colpito diversi obiettivi. Il bilancio al momento parla di cinque palestinesi uccisi e di altri 25 feriti, 7 dei quali sono in condizioni critiche. Non si segnalano vittime tra i soldati, nonostante l’intenso fuoco di sbarramento da parte di decine di combattenti palestinesi che avrebbero anche abbattuto un drone e fatto esplodere un ordigno sotto una ruspa militare israeliana. Giungono in queste ore notizie di rastrellamenti e ampie distruzioni, in particolare delle strade del campo profughi.

L’esercito ha inoltre distrutto con i bulldozer, a loro volta presi di mira dalle mine artigianali palestinesi, alcune strade del campo profughi, distruggendo l’asfalto.

Difficile prevedere quanto durerà la rioccupazione di Jenin. Nei giorni scorsi si parlava di 48 ore ma è improbabile che in un tempo così breve le forze israeliane possano avere ragione di organizzazioni armate ben strutturate. Il rischio, oltre ad un bagno di sangue, è che l’operazione inneschi reazioni a catena in Cisgiordania dove la lotta armata è ormai vista da molti come l’unico mezzo per mettere fine all’occupazione militare israeliana. Migliaia di palestinesi la scorsa notte hanno già sfilato in protesta a Nablus e altri centri abitati. Alla periferia di Ramallah i soldati hanno ucciso un manifestante.

Dura la risposta di al-Fatah, che ha accusato Israele di aver lanciato un “attacco barbaro” contro la città, che non dissuaderà l’organizzazione dal continuare a “difendere il popolo palestinese fino all’indipendenza e la libertà”.

Abu Mazen, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), citato dalla Wafa, ha denunciato, tramite il suo portavoce Nabil Abu Rudeinah, che “ciò che il governo di occupazione israeliana sta facendo a Jenin è un nuovo ‘crimine di guerra’ nei confronti di un popolo indifeso”. Sollecitando poi la comunità internazionale a “rompere il suo vergognoso silenzio e ad agire seriamente per costringere Israele a fermare la sua aggressione”.

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