A trentaquattro anni dall’omicidio è ancora ignoto il killer materiale

I giudici della V sezione della Corte di Cassazione avevano dichiarato inammissibile il ricorso del boss Vincenzo Virga, condannato all'ergastolo il 27 novembre 2020 per l'omicidio del giornalista Mauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre 1988.
Diventa così definitiva la condanna nei confronti del boss mafioso trapanese.
Ma chi sparò materialmente al cronista resta ancora un mistero dal momento che è arrivata l'assoluzione per Vito Mazzara, da prima considerato come l'esecutore materiale del delitto. Nelle motivazioni della sentenza, con cui è stata confermata la condanna emessa dai giudici d'Appello di Palermo, gli ermellini hanno dato credito a un “particolare” riferito, tra gli altri, dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori: “Francesco Messina Denaro (padre del super latitante Matteo Messina Denaro, ndr) disse di aver dato incarico a Vincenzo Virga di eseguire l’omicidio” di Rostagno. Il racconto, hanno aggiunto i giudici, “non è per nulla incompatibile con la ricostruzione di come operassero gli organi di vertice di 'Cosa nostra' nella deliberazione di omicidi eccellenti". La corte di cassazione ha inserito quindi la decisione in un contesto totalmente mafioso che esclude “piste alternative”, come quella politica di ‘Lotta Continua’ - formazione della sinistra extraparlamentare dove Rostagno aveva militato - o “ripensamenti” della ‘Cupola’ mafiosa.

Ricordiamo che quando si parla di Francesco Messina Denaro e di Matteo Messina Denaro è inevitabile che si parli anche di mafia trapanese: una mafia non tipicamente violenta o dedita solo ai traffici di droga, ai commerci e scambi di armi, al riciclaggio di denaro, alle estorsioni, agli appalti pilotati, ma capace di essere già in quel 1988 quella Cosa nostra 2.0 al cui interno è facile trovare pezzi di istituzioni, servizi segreti deviati e che sa come saper mantenere il controllo sulla vita di una città, di una provincia, di una regione e, perché no, dell’intero Stato. Rostagno fu ucciso dalla mafia perché aveva individuato questa ragnatela, per cui è sbagliato parlare di un omicidio voluto da entità esterne a Cosa nostra ed eseguito dalla mafia. In questa provincia siciliana, quella di Trapani, mafia ed entità esterne da decenni sono un’unica cosa.

Mauro Rostagno decise, nonostante tutto, di stare dalla parte di chi combatteva giudiziariamente Cosa nostra, conducendo inchieste giornalistiche “che varcavano certi santuari”. Non a caso i giudici della corte di Appello di Trapani lo hanno descritto come “una delle menti più lucide e delle personalità più coraggiose del giornalismo siciliano”.
Non fece solo televisione seduto dietro ad una scrivania, ma stava in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre accadevano i fatti, intervistando personaggi come il magistrato Paolo Borsellino.

Come si leggeva nelle 3000 pagine della sentenza di primo grado l’obiettivo dell’omicidio era “mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari e le trame collusive delle cosche con altri ambienti di potere”. Ricostruendo quello che era il contesto del territorio trapanese, i giudici scrissero come da quell’ambiente nel quale operava Rostagno scaturiva “una rete di relazioni pericolose, fatte di intese e scambi di favori reciproci e protezioni. Un’organizzazione criminale che detiene un controllo capillare del territorio può essere fonte della merce più preziosa per un apparato di intelligence, le informazioni; ma può servire anche per operazioni coperte, ovvero per offrire copertura a traffici indicibili da tenere al riparo da sguardi indiscreti. Traffici che coinvolgono pezzi di apparati militari e di sicurezza dello Stato, all’insaputa dei vertici militari e istituzionali o dei responsabili politici”.

Il movente mafioso ha retto anche nelle motivazioni della sentenza del 2018, nella quale i giudici scrivono che Rostagno “creava fastidio al boss Agate allo stesso modo con il quale Peppino Impastato aveva infastidito Gaetano Badalamenti: vale a dire al punto da indurlo a decretarne la sua soppressione", aggiungendo inoltre riguardo agli omicidi “eccellenti” che i "rappresentanti delle istituzioni, di giornalisti e, comunque, di persone influenti e note la cui uccisione, per il clamore suscitato dalla loro eliminazione, poteva comportare il rischio di attirare l'attenzione delle forze di polizia, con evidenti ripercussioni sul territorio controllato dal sodalizio, con la conseguenza di rendere necessaria la comune volontà di tutti i capi dei mandamenti per l'adozione di decisioni così gravi e potenzialmente perniciose". I giudici di appello hanno confermato l’ergastolo per Vincenzo Virga ma evidentemente non hanno ritenuto sufficienti per una condanna nei confronti di Vito Mazzara (assoluzione diventata poi definitiva in cassazione nel novembre del 2020) le analisi delle impronte genetiche trovate sui resti del fucile a canne mozze, rinvenuti per terra sul luogo del delitto (la canna di legno si ruppe al momento dell’esplosione dei primi colpi), effettuati dai periti della Corte d'Assise di Trapani Paola De Simone, Elena Carra e Silvano Presciuttini.

Il processo inoltre, iniziato con 26 anni di ritardo, non è stato ovviamente affatto privo di gravi depistaggi e di omissioni inspiegabili. Secondo la corte di primo grado vi fu “la soppressione o dispersione di reperti, la manipolazione delle prove e reiterati atti di oggettivo depistaggio”, come la cassetta su cui Rostagno aveva scritto “non toccare”, le lettere che Rostagno si scambiava con il fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, il memoriale sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, o la partizione del proiettile calibro 38 estratto dal corpo del sociologo durante l’autopsia.

Infine, sempre nella sentenza del 2014 si leggeva: “È vero per fortuna che non tutti i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata sono stati ammazzati. Ma quanti sono quelli che, al pari di Rostagno, di questo prezioso lavoro di informazione e sensibilizzazione fanno (o facevano) un impegno quotidiano?”.

Il giornalista diceva spesso che a Trapani c’erano due vie: o “decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, tranquillo, pochi rami, poche foglie. Appena l’indispensabile. Oppure te ne fotti, cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi”. Sfidare la mafia a Trapani, come aveva fatto Mauro Rostagno, significava resistere all’umiliazione più potente e più preparata: “sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione. La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione di una parola un po’ borghese: la dignità dell’uomo. Io voglio avere la possibilità di guardare una persona negli occhi e dirgli di sì o di no con la stessa intensità. E questo la mafia non lo consente”. Diceva il giornalista: “Oggi la lotta alla mafia è più semplicemente una lotta per il diritto alla vita. La mafia è sopravvivere, l’antimafia è vivere”.
Un concetto alto. Nobile. Ma senza ‘casa’. Poiché rifiutato e depennato da tutte quelle forze politiche che andranno ad occupare le sedie governative.

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