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L'accusa è di aver stipulato un patto con un boss in cambio di voti

"La vicenda, come altre emerse in recenti indagini, appare rivelatrice di un ritorno a un passato di certo non lontano, quello di Cosa nostra e dei suoi rapporti con il mondo della politica e di altri settori nevralgici del Paese, che ha segnato la storia, anche quella più recente, della Nazione". A scriverlo è stato il pool di magistrati che ha chiesto e ottenuto dal gip l'arresto per scambio elettorale politico-mafioso di Salvatore Ferrigno (in foto), candidato alle elezioni regionali siciliane tra le fila dei Popolari autonomisti di Raffaele Lombardo, lista della coalizione di centrodestra che sostiene l'ex presidente del Senato Renato Schifani.
Insieme a lui sono finiti in manette il boss Giuseppe Lo Duca, ritenuto dagli investigatori esponente di spicco della famiglia mafiosa di Carini, e Piera Lo Iacono. Quest'ultima, secondo gli inquirenti, avrebbe fatto da intermediaria tra il politico e i boss mafiosi. L'indagine è stata coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido. Secondo l'accusa, il candidato, di Carini (Palermo), avrebbe promesso favori e denaro all'esponente di Cosa nostra in cambio di voti. Ad 'incastrarlo' ci sarebbero diverse intercettazioni ambientali, anche di pochi giorni fa.
L'inchiesta, coordinata dalla Dda, nasce da un'indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo, guidati dal tenente colonnello Salvatore Di Gesare, sui clan mafiosi della provincia di Palermo.

Promesse e scambi di denaro
Quanto emerso dalle indagini, scrive la Procura di Palermo, "impone un ineluttabile e urgente intervento di natura cautelare atto a scongiurare il pericolo che il diritto-dovere del voto, per le imminenti elezioni del 25 settembre, sia definitivamente trasfigurato in merce di scambio assoggettata al condizionamento e all'intimidazione del potere mafioso". Agli atti risulta che, il presunto accordo tra Salvatore Ferrigno e i boss di Cosa nostra, sarebbe emerso anche nei giorni scorsi, da una serie di intercettazioni telefoniche e fotografie che sarebbero state scattate durante i pedinamenti.
Cimici e telecamere dei Carabinieri hanno registrato in diretta diversi incontri tra i protagonisti dell'inchiesta: promesse e scambi di denaro per avere un 'pacchetto' di voti. La cifra pattuita sarebbe stata di ventimila euro, ma poi ci sarebbe stato uno 'sconto', fino ad arrivare alla cifra di cinquemila euro.
"Alla luce della manifesta evidenza delle prove illustrate - ha scritto il gip Fabio Pilato nella misura cautelare - basti osservare come il delitto di scambio elettorale politico-mafioso si configura, alternativamente, in caso di promessa di procurare voti ''da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all'art. 416-bis o mediante le modalità di cui al terzo comma dell'art. 416-bis'', sicché, nella specie, sarebbe risultato perfettamente integrato anche indipendentemente dalla sussistenza della prova circa il metodo dell'attività di procacciamento di voti, alla luce della caratura del promittente i voti, ossia l'indagato Lo Duca, già riconosciuto partecipe di Cosa nostra con sentenza passata in giudicato".
Le indagini che hanno portato all'arresto del candidato all'Ars "forniscono la conferma dell'attuale caratura mafiosa di Giuseppe Lo Duca", il boss arrestato sempre nella notte con Ferrigno "per l'elementare considerazione che la capacità di raccolta e proselitismo elettorale non discende affatto dalla personale abilità dell'indagato, quanto piuttosto dalla sua attuale appartenenza all'associazione mafiosa e dalla forza di controllo mafioso del territorio di cui essa dispone".
"Emerge l'accettazione dello scambio elettorale da parte di Ferrigno il quale, pur consapevole della caratura mafiosa del suo procacciatore, si è ugualmente impegnato a prelevare la somma di danaro da un conto corrente intrattenuto in America, da consegnare in contanti alla stessa Lo Iacono". "Lo sviluppo delle investigazioni dimostra che Ferrigno ha prestato parziale ossequio all'impegno preso perché, dopo avere consegnato un primo acconto di 500 euro prontamente disponibili, ha dato effettivamente disposizioni alla banca americana per effettuare dei prelievi periodici per l'importo di cinquemila euro", ha scritto ancora il gip.

Soldi in contanti
Per non incorrere in alcun rischio i soldi utili ad assicurare un pacchetto di voti alle regionali di domenica prossima avrebbero dovuto essere versati in contanti. "Gli ho detto 'con l'assegno non è possibile, perché appena noi portiamo l'assegno… Perciò io gli ho detto 'tu ce li devi dare in contanti'". Piera Loiacono lo aveva spiegato all'aspirante deputato. Durante un incontro lo scorso 2 settembre in un bar di Carini avrebbe veicolato all'uomo la proposta del boss: un pacchetto di voti in quattro paesi (Carini, Cinisi, Terrasini e Torretta) in cambio di 20mila euro. Soldi che, però, Ferrigno non aveva. Almeno non immediatamente.  Subito dopo l'incontro, infatti, la donna, ritenuta dagli investigatori l’emissaria di Lo Duca, riferiva all'uomo d'onore le difficoltà economiche del candidato. "Allora quello soldi non ne ha perché dice che i soldi li devono portare dall'America...perché ha il conto in America...dice: 'Non ho queste disponibilità'. Siamo rimasti così... gli ho detto: 'Tu...qua...vedi quelli che puoi trovare...'". Al termine della 'trattativa' Loiacono e Ferrigno si sarebbero accordati per uno sconto: 5mila euro complessivi a fronte dei 20mila inizialmente richiesti. "Però a tira e molla per quattro paesi lui può uscire cinquemila euro -  aveva detto la donna a Lo Duca non sapendo di essere intercettata -. Non ne può uscire tanti perché lui si vuole fare l'intera operazione con quei soldi... a tempi di carestia... non ne ha soldi da parte". Una controproposta accettata da Lo Duca ma "solo per iniziare". Alla fine l'aspirante candidato avrebbe consegnato alla donna poco più di mille euro. Lo scambio sarebbe avvenuto lo scorso 17 settembre in un bar di Carini.

Cinque mila euro a “paese”
"Piera...io posso corrispondere al momento di tre al massimo quattro paesi, e basta. E sono: Carini, Torretta, Cinisi, Terrasini". "Bravo". "Da lì io non mi sposto più perché non voglio più avanzare". E' una delle conversazioni intercettate dai Carabinieri tra Giuseppe Lo Duca e Piera Lo Iacono. "Sicché, Lo Duca, anche in ragione della sua 'amicizia' con il candidato, che sarebbe stata a quest'ultimo chiaramente evidente, allorché avrebbe ricevuto il messaggio di Lo Iacono, quantificava la propria richiesta di denaro in cinquemila euro per ognuno dei quattro comuni ('non meno di cinque a paese')", ha scritto il gip Fabio Pilato nella misura cautelare. "Ora tu per qua gli dici 'ascoltami...' gli dici 'avendo una persona... che già ci siamo capiti pure chi è, avendo quest'amicizia... non meno di cinque a paese!...', si legge ancora nella intercettazione. "Lo Duca, ancora, giustificava la sua richiesta con la necessità di dover corrispondere la metà della cifra richiesta a ogni ''paese'', con tale termine chiaramente indicando il vertice mafioso operativo in quei comuni", ha riferito il gip. “Io posso corrispondere quattro, di qua e già sono questi di qua... e questi non me li deve toccare nessuno Piè, perché ogni paese io gli devo lasciare la metà", ha detto Lo Duca. "Certo perché sennò non ti cercano più" ha replicato la donna. "Pieru', andiamo dai...". "Eh". "Vedi che a Cinisi, gli presento cinquemila... "millecinque tu e millecinque io" ... non c'è niente da fare!". "Eloquente l'ultima espressione di Lo Duca (''non c'è niente da fare''): la spartizione della somma con ciascun rappresentante di Cosa nostra di ogni paese era necessaria al fine di garantire un introito economico alla articolazione mafiosa che si sarebbe dovuta mobilitare e di assicurare, analogamente a quanto avviene nel meccanismo delle ''messe a posto'', il dovuto rispetto e riconoscimento ai mafiosi di quei comuni", ha scritto sempre il gip. "A questo punto la Loiacono chiedeva a Lo Duca se avesse certezza circa la effettiva disponibilità del denaro necessario da parte del politico destinatario della loro proposta (''ma dimmi una cosa, lui ha questa possibilità?). Lo Duca affermava di sapere che il loro interlocutore aveva le necessarie disponibilità finanziarie (''so che sta bene economicamente'')". "Lo Duca, nel corso della conversazione, faceva poi un chiaro ed esplicito riferimento alla propria capacita di condizionamento del voto, quantificando per il solo comune di Carini il numero di preferenze che avrebbe fatto ottenere a Ferrigno". “Non meno di duecento voti a paese… Dico, io ho i miei…e in quarantamila quando gliene porto duecento che minchia vuole!..''.

Foto © Imagoeconomica

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