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ESSERCI e metterci la faccia, esserci per pretendere verità, Esserci per pretendere giustizia, Esserci per difendere la NOSTRA bellissima Costituzione, Esserci SEMPRE, in direzione ostinata e contraria, per continuare a denunciare la mancata verità sull’omicidio di Umberto Mormile e riflettere sul perché, proprio su questo caso, ci si ostini a cercare di fare cadere tutto nell’oblio.

Con queste parole il gruppo di Perugia e Trasimeno delle Agende Rosse, dedicato ad Umberto Mormile, ha dato il via ad un intenso 10 aprile a Corciano, vicino al capoluogo umbro, nel nome di Umberto, educatore carcerario ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 aprile del 1990 a Carpiano, nel Milanese. A 32 anni dalla sua uccisione è ancora necessario indagare; anzi, è ancora necessario pretendere che si indaghi ed opporsi alle richieste di archiviazione perché, anche se ci sono già condanne defiitive per mandanti ed esecutori, non si è ancora detto tutto sull’omicidio Mormile. Perché il caso è tutt’altro che chiuso. Ai tentativi di depistaggio e a pezzi di alcune istituzioni, a cominciare da quella carceraria, che preferiscono il silenzio alla collaborazione, si oppone la legittima ostinazione della famiglia Mormile che, assistita dall’Avv. Fabio Repici, pretende che dopo la verità accertata nel processo ‘ndrangheta stragista di Reggio Calabria sia istruito un nuovo processo.
L’organizzazione dell’evento corcianese ha cercato di rispondere alla richiesta di Stefano Mormile di parlare di suo fratello Umberto attraverso le sue note passioni, la musica, la lirica e il teatro, che Umberto utilizzava con grande entusiasmo e trasporto nelle sue attività lavorative convinto che fossero determinanti in un percorso di riabilitazione finalizzato al reinserimento nella società.

Umberto ricorreva alle rappresentazioni teatrali nella sua attività di rieducatore, coinvolgeva i carcerati nel loro percorso di riabilitazione in esibizioni da dilettanti perché il fine non era la perfomance artistica, il fine era più alto, più nobile… elevare lo spirito umano di chi, magari, si era reso responsabile di atti che di umano non avevano nulla oppure si erano abbrutiti per le vicissitudini della vita.

A Corciano si è tentato di mettere in scena questo e, sulle orme di Umberto, si è denunciata la solitudine di chi è vittima non solo di mafia ma anche di indegni rappresentanti delle istituzioni, di chi non è stato protetta da una cultura maschilista e patriarcale, di chi vive sotto scorta solo perché è un bravissimo giornalista, uno vero perché ancora ci sono, talmente bravo ed onesto da essere dimenticato anche dalla sua stessa categoria.

Il programma della giornata si è aperto con l’esibizione musicale di Gabriele Sagone (chitarra) e Giacomo Marcucci (chitarra) della “Scuola comunale di musica G.Puccini” di Città di Castello. I due musicisti hanno accolto gli ospiti eseguendo i seguenti brani:

Tema e variazioni op.142 su l’Arietta italiana “Sul margine d’un rio” di Ferdinando Carulli
Capriccio arabo di Francisco Tarrega
Bourre dalla Suite BWV 996 di J.S.Bach
Sevilliana (fantasia per chitarra) di J.Turina

Dopo il concerto di Gabriele e Giacomo, è stato commovente ed amaro seguire l’intervento di Nicole, Sofia, e Nikolo’ del centro giovani di Cornaredo (MI) i quali, accompagnati da Flavio Barattieri, hanno contribuito con il pezzo L’INPS DELLA ‘NDRANGHETA denunciando come ancora oggi nel loro paese, nei medesimi luoghi, negli stessi spazi umani dove si portò a compimento la condanna a morte di Umberto si respira ancora questo clima. Gli eventi quotidiani della malavita sono sotto lo sguardo di tutti. (…) Lo scorso anno uno storico boss tornato in libertà, dopo aver scontato 25 anni di carcere a fronte di oltre 100 di condanna, reclamò le parti comuni del bene confiscatogli. In un’intervista rilasciata alle emittenti nazionali affermò di aver fatto molto di più lui per il bene di Buccinasco che non il sindaco, con cui era in atto la causa. La morte di Umberto, i sequestrati degli anni ’80 e ’90 che tra Corsico, Cesano Boscone e Buccinasco transitavano come fosse ordinaria amministrazione, tanto da spingere buona parte della popolazione locale a dire “sono passati tutti da qui”, è per caso questo il bene apportato dai boss alla popolazione locale? Depistare per nascondere verità scomode significa commettere gravi atti storici e giuridici ma anche sociali, perché se la ‘ndrangheta si può permettere di trattare ad armi pari, di fare affari, di andare mano nella mano con le istituzioni, la quotidianità, in ogni sua sfaccettatura è inquinata: sarà molto difficile trovare le verità e i mandanti di certi omicidi, come quello di Umberto, come sarà molto difficile vivere liberamente negli spazi umani dove istituzionalmente tutto è lecito e legalizzabile, con oscene manovre di potere e di criminalità.

Il programma della giornata si è concluso con la performance teatrale Vitaacanestro di Patrizio Cannata, attore, regista e musicista. Il progetto è nato dalla passione dell’autore per la pallacanestro ed è fortemente autobiografico.

La scena si apre con il racconto della presa di coscienza dell’autore (all’epoca dodicenne, 1972, i riferimenti temporali sono spesso espliciti per collocare il vissuto nella corretta epoca di riferimento) di non essere adeguato al gioco del calcio, e del conseguente inizio della ricerca di uno sport più adatto. Scoperto il basket, l’autore inizia a raccontare il proprio vissuto (che dal particolare ascende verso tematiche di carattere generale e sociale) descrivendo i fondamentali e le regole della pallacanestro, in modo tale che il “passaggio del pallone” diventi un inno alla cooperazione ed alla solidarietà, la “treccia” (che è un esercizio di allenamento) descriva l’immedesimazione e l’interscambiabilità dei ruoli all’interno di un gruppo, il “tiro a canestro” diventi la conclusione ed il successo della squadra, e non solo del singolo tiratore e così via.

Ci sono momenti di disillusione e di presa di coscienza da parte del singolo (la riserva), così come l’equiparazione delle regole e degli schemi di gioco a tematiche di carattere generale e sociale (lo schema e i falli).

Anche se non è stato previsto un intervallo, il progetto presenta una suddivisione “logica” in due parti che, pur se accomunate dall’organicità del esposizione del gioco della pallacanestro, si differenziano profondamente per gli argomenti trattati che, nella prima parte, sono la cooperazione, la solidarietà, l’importanza del gruppo nel mondo del sociale e nel mondo del lavoro. Invece, nella seconda parte si parla del femminicidio di Aida Franco (cugina dell’autore) avvenuto a Palermo il 12 febbraio 2000, dell’omicidio di Umberto Mormile (il testo è stato scritto con l’autorizzazione di Stefano, fratello della vittima), educatore penitenziario assassinato negli anni ‘90 dalla ‘ndrangheta e della vicenda di Paolo Borrometi (anche questo brano approvato personalmente dal professionista), giornalista minacciato dalla mafia ed attualmente sotto protezione. Nel monologo dedicato a quest’ultimo, partecipa anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, che ha registrato alcune frasi in siciliano che vengono riprodotte verso la fine del pezzo.

Per approfondire i temi della giornata trascorsa a Corciano, riportiamo di seguito un video in cui Federica Fabbretti, con l’aiuto tecnico di Arianna Fiandrini, intervista Stefano Mormile, l’Avv. Fabio Repici ed il Magistato Giovanni Spinosa. Durante l’intervista, scorrono alcune immagini delle bellissime performance artistiche che hanno avuto luogo presso il teatro di Corciano.

Tratto da: 19luglio1992.com

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