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Caselli: la storia del “l’antimafia del giorno dopo”

Il giorno 28 febbraio 2022 a Torino si è tenuto un convegno dedicato alla ricorrenza dei Trent’anni dalle stragi del 1992. L’idea è partita dal cantautore palermitano Pippo Pollina, con il patrocinio del Comune di Torino, il contributo del Politecnico di Torino, la collaborazione di Libera, del movimento delle Agende Rosse e dell’ACLI Torino.
Un evento, moderato da Andrea Giambartolomei, che ha visto la partecipazione di Margherita Asta (referente Libera), Gian Carlo Caselli (ex magistrato), Maria José Fava (referente Libera Piemonte), Leoluca Orlando (sindaco di Palermo), Salvatore Borsellino (fondatore Movimento Agende Rosse), Mario Vaudano (ex magistrato), Paola Caccia (figlia di Bruno Caccia magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta), Raffaella Dispensa (Presidente ACLI Torino), Pippo Pollina (Cantautore), Stefano Lo Russo (sindaco di Torino) e Guido Saracco (Rettore). 

A creare la giusta atmosfera il minuto di silenzio in rispetto delle prime vittime della guerra appena scoppiata in Ucraina. Dopodiché è intervenuto il Rettore del Politecnico, prof. Guido Saracco, che ha aperto il convegno con i saluti iniziali. Quest'ultimo, da rappresentante di un ateneo votato alla tecnologia e all’innovazione, ha ricordato come anche la mafia sia sempre più tecnologica. Ed è per potersi confrontare con questa realtà criminale che il Politecnico sta formando nuovi professionisti con una maggior sensibilità anche al tema della responsabilità sociale e dell’etica.

Il Sindaco di Torino, dott. Stefano Lo Russo, si è aggiunto ai saluti iniziali precisando come la città sia estremamente attenta al fenomeno della criminalità organizzata, essendo stato il territorio torinese oggetto di infiltrazioni della ‘ndrangheta. Ovviamente è stato ricordato che molto presto arriveranno le risorse del recovery plan e di come sia imperativo evitare che questa possa essere un’occasione di proliferazione e infiltrazione delle mafie. Al contrario questo avvenimento deve rappresentare una fase di ricostruzione e di crescita della legalità.

Pippo Pollina artista palermitano e promotore dell’incontro, ha precisato che “la custodia della memoria è qualcosa che è stata affidata a due soggetti molto diversi tra loro. Da una parte c’è lo storico dall’altra parte c’è l’artista”. Lo storico “ricostruisce i fatti sulla base di documentazioni, testimonianze dirette”, mentre l’artista “lavora per sublimazione e in un certo senso mette in moto i sentimenti, le emozioni e colpisce l’ascoltatore in una zona di confine tra il cuore, la pancia e il cervello”.

La dott.ssa Raffaella Dispensa, presidente ACLI Torino, nel suo intervento ha ricordato come sia importante “non abbassare l’attenzione sul fenomeno mafioso sempre più internazionalizzato e finanziario che richiede di agire su tanti fronti e quindi ognuno deve fare la sua parte”. Quando lo Stato non garantisce i diritti sociali, appare debole e incapace di dare risposte ai problemi dei cittadini, questo contesto favorisce il proliferare delle organizzazioni criminali che sono in grado di offrire un welfare “sostitutivo”. Lo Stato deve quindi sviluppare politiche sociali volte ad eliminare situazioni in cui vi siano lavoratori precari e in condizione di impoverimento. Per tali motivi è fondamentale promuovere percorsi formativi ed educativi attraverso linguaggi diversi, come i linguaggi della musica e della cultura che sono linguaggi potenti all’interno di una logica di sensibilizzazione al fine di creare una cultura della legalità, partendo dall’impegno e dal sacrificio della vita di persone come Borsellino, Falcone, gli uomini della scorta e tutte quelle che sono state citate prima.


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Gian Carlo Caselli: “L’antimafia del giorno dopo”
L’ex magistrato Gian Carlo Caselli ha introdotto il suo intervento ricordando da dove è partita la legislazione antimafia. La mafia, infatti, esiste da più di due secoli ma per molto tempo non è esistita. Una contraddizione in termini che si può spiegare con un piccolo aneddoto. Il dottor Caselli ha ricordato, infatti, Giuseppe Guido Lo Schiavo. Quest’ultimo, procuratore generale presso la Corte di Cassazione, sulla rivista giuridica “Processi”, il 5 gennaio 1955 scrisse: “Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura. E’ una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura e la giustizia, si è sempre inchinata alle sue sentenze, non ha mai ostacolato l'opera del giudice, nella persecuzione dei fuorilegge e dei banditi, ha addirittura affiancato le forze dell'ordine” per poi concludere quell'intervento facendo, “fervidi, fervidissimi auguri di buon lavoro al successore nella carica tenuta da don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta”. Non solo quindi la mafia non esiste ma proprio perché non esiste chi ne parla non può che essere un “matto”. Questo è capitato nel 1974 a Leonardo Vitale il quale ha fornito complete indicazioni dell’organizzazione criminale di appartenenza capeggiata da Totò Riina. Non viene creduto e, per aver parlato di una cosa che non esiste, viene rinchiuso in manicomio dal quale uscirà dopo dieci anni. Verrà poi ucciso perché la mafia non può tollerare che un suo affiliato collabori con la giustizia. Prosegue Caselli: “questo potrebbe essere un memento, un ammonimento, per chi oggi discute di ergastolo ostativo”. Infatti, l’abolizione dell’ergastolo ostativo renderebbe inutile intraprendere il percorso di collaborazione. Purtroppo la legislazione antimafia ha sempre richiesto il sacrificio di uno o più uomini dello Stato. L’introduzione del reato di “associazione di tipo mafioso” previsto dall’art. 416 bis c.p. è avvenuta solo dopo due omicidi eccellenti, Pio La Torre e il generale Dalla Chiesa nel 1982. Ha ricordato Caselli “ancora una volta è l'antimafia del giorno dopo”. A questo punto la legislazione ha confermato che la mafia esiste e per combatterla nasce a Palermo il pool antimafia, creato da Rocco Chinnici e perfezionato da Antonino Caponnetto, dove brillavano Falcone e Borsellino. Si inizia a perfezionare la lotta alla mafia con specializzazione e centralizzazione, che porta come risultato al Maxi processo, con le condanne agli affiliati di cosa nostra, che dimostra “la fine del mito dell’impunità e della invulnerabilità di cosa nostra”. Nonostante questi grandi risultati quando Caponnetto lascia Palermo e il successore ideale sembrerebbe essere Giovanni Falcone il CSM, con il voto di qualche giuda (cit. Paolo Borsellino), gli preferì il dott. Neri, il quale aveva fin da subito dichiarato che non avrebbe seguito il “metodo Falcone”. Con questo episodio secondo Paolo Borsellino “l’antimafia subisce un arretramento di circa venti – trent’anni”. A questo punto Giovanni Falcone, che era un uomo pragmatico, capisce che a Palermo non avrebbe potuto più incidere alla lotta alla mafia e accetta l’incarico di direttore degli affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Proprio a Roma Giovanni Falcone “suggerisce al ministro Claudio Martelli” l’introduzione del carcere duro, la creazione della DIA e la Procura nazionale antimafia. Propone anche di monitorare le sentenze del magistrato Corrado Carnevale, detto "l’ammazzasentenze", a seguito del quale si decide di introdurre il meccanismo della rotazione della presidenza della prima sezione della Corte di Cassazione, quella che si occupava di mafia, proprio nel momento in cui il maxiprocesso arriva al terzo grado di giudizio. Le condanne vengono tutte confermate e questo porterà alla dura reazione della mafia con le stragi di cui si commemora il trentennale.


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Borsellino: “Il momento più buio”
Salvatore Borsellino ha iniziato il suo intervento ricordando che dopo trent’anni “le verità nascoste sono ancora di gran lunga superiori alle verità rivelate”. Un riferimento non poteva mancare sulle verità rivelate il processo Borsellino quater, confermato in Corte di Cassazione, in cui si mette in evidenza come primi due processi sulla strage costituiscano “il più grande depistaggio della storia, ed è stato definito come un depistaggio di Stato”. Infatti, come poteva Scarantino essere a conoscenza di alcuni particolari sulla strage se non fosse stato indottrinato da chi sapeva oppure aveva partecipato? “Quindi erano stati i funzionari di Stato a mettere in bocca queste menzogne a Scarantino” e “quel Borsellino quater quindi rappresenta una svolta, il primo barlume di verità e giustizia”, anche se, nonostante siano stati individuati gli esecutori materiali, non è ancora stato accertato chi ha ordinato la morte di Paolo Borsellino. In questo contesto si innesta poi la sentenza di secondo grado del processo “trattativa Stato - mafia” nella quale sono stati condannati i mafiosi ma non gli uomini dello Stato che hanno trattato con i criminali. Salvatore Borsellino riconosce che sebbene una trattativa possa essere capita, se serve a salvare vite umane, il discorso cambia quando a trattare con lo Stato di diritto c’è l’anti-stato, che chiede in cambio benefici legislativi, quali “per esempio l'abolizione del 41 bis e l'abolizione dell'ergastolo ostativo”. Richieste che ad oggi sembrano trovare un interlocutore disponibile. Il primo prezzo da pagare per la trattativa è stato proprio l’eliminazione di Paolo Borsellino e la sottrazione della sua agenda rossa perché con “Paolo Borsellino in vita quella trattativa non sarebbe mai potuta andare avanti. Oggi si parla di trattativa come se fosse una cosa normale. Pensate cosa sarebbe successo se si fosse rivelato all'opinione pubblica in quegli anni che lo Stato stava trattando con gli assassini di Giovanni Falcone … Sarebbe successa la guerra civile in Italia e quindi quell'agenda doveva sparire”. Infatti, prosegue Salvatore Borsellino, a cosa ha portato quella trattativa? “Ha portato ad altre stragi. Ha portato alla strage di via dei Georgofili a Firenze …. alla strage di via Palestro a Milano. La prima in vicinanza degli Uffizi, l'altra davanti al museo di arte moderna a Milano, che qualche mente raffinatissima deve avere suggerito a questi mafiosi che uccidendo un giudice ne può venire fuori un altro, ma distruggendo il patrimonio artistico dello Stato invece quello non può essere restituito. Poi vengono distrutte la facciata di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro. Poi ci sarebbe dovuta essere la madre di tutte le stragi davanti allo stadio Olimpico a Roma”. Quella strage non è avvenuta né altre sono seguite e questo potrebbe indurci a pensare che sia il risultato della trattativa stessa. “E oggi a trent'anni di distanza, ed è il momento più buio, io ritengo che si stiano pagando le cambiali di quella trattativa. Perché questo e nient'altro che questo può essere il progetto di riformare il 41 bis, di abolire l'ergastolo ostativo”. Ad oggi il buio avvolge ancora troppe verità “proprio nell'anno del trentennale quando si mette sulla moneta da due euro l'effige di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, forse avrebbero fatto meglio a coniare di nuovo i trenta denari, quelli che sono serviti per pagare a Giuda il tradimento di Gesù Cristo. Mentre si commemora il trentennale si distrugge il loro patrimonio di leggi”. Lo Stato purtroppo non si dimostra capace di dare giustizia ai martiri uccisi dalla criminalità organizzata. Anzi la nuova riforma della giustizia, con il concetto d’improcedibilità, va contro tutto quello per cui si sono battuti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’abbreviazione della durata dei processi, come richiesto dalla CEDU, si ottiene “aumentando gli organici della magistratura, digitalizzando le procedure all'interno dei processi, non tagliando i processi se si supera un determinato tempo”. Con la riforma della Giustizia del ministro Cartabia lo Stato “rinuncia a dare giustizia ai propri cittadini, rinuncia a processare gli imputati di un reato e rinuncia a dare giustizia a chi è stato vittima di questo reato”. Ricordiamo quanto riportato sul punto dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri: “le conseguenze saranno, in termini concreti, la diminuzione del livello di sicurezza per la Nazione visto che certamente ancor di più conviene delinquere”.


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Leoluca Orlando: “Non si può delegare alla magistratura né la verità storica, né la valutazione etica, né la selezione delle classi dirigenti”
Secondo il sindaco di Palermo Leoluca Orlando “questi Trent’anni ci ricordano che non si può delegare alla magistratura né la verità storica, né la valutazione etica, né la selezione delle classi dirigenti … Non spetta ai magistrati, non ne hanno la possibilità, non ne hanno gli strumenti. Tanto ha dei limiti oggettivi che la mafia è il regno del bis e del ter. Tutti gli articoli bis e ter o quater sono la conferma che il sistema giuridico è inadeguato rispetto alla sfida della mafia”. Questa convinzione nasce anche dalla considerazione che neanche Tangentopoli “è riuscita nel suo intento di introdurre criteri di selezione della classe dirigente, non ha cambiato la coscienza etica della politica. Non è riuscita sostanzialmente ad un cambiamento culturale della politica né della società civile”. La mafia è cambiata e oggi è ancora presente a Palermo ma non governa più Palermo. Nel 1980 “chi si opponeva alla mafia veniva considerato ateo e comunista…. quando criticavi la mafia i vescovi corrotti dicevano che tu eri ateo. Quando criticavi la mafia i ministri corrotti dicevano che tu eri comunista”. La società civile è cambiata e nella realtà palermitana vi sono due riferimenti: “Peppino Impastato e Don Pino Puglisi. Perché sono due riferimenti, due soggetti che istituzionalmente non avevano il compito di contrastare la mafia e che hanno finito con l’essere uccisi per contrasti della loro azione nei loro mondi di riferimento. Peppino Impastato nella sua famiglia. Don Pino Puglisi nella sua Chiesa”. Nel 1978 ci fu l’uccisione di Aldo Moro e contemporaneamente è stato trovato il cadavere di Peppino Impastato e “le forze dell’ordine del tempo depistarono, nascondendo una pietra sporca del sangue di Peppino dentro un casolare per simulare un attentato fatto da un terrorista che non era riuscito a far esplodere sulla linea ferrata la bomba. Fu nascosta quella pietra per anni perché lo Stato aveva il volto della mafia e la mafia aveva il volto dello Stato”. La ricostruzione della verità storica non può essere affidata alla magistratura perché non ne ha gli strumenti. A sostegno della propria tesi Orlando cita il processo Andreotti e il processo sulla trattativa Stato-Mafia: “in sede giudiziaria Andreotti appare assolto, appare. In realtà è stato riconosciuto responsabile fino ad una certa data ma si è applicata la prescrizione. Però il messaggio che è passato è: “Andreotti assolto”. Trattativa Stato – Mafia: la sentenza ha mandato assolti coloro che erano imputati in questa trattativa. Ma c’è qualcuno oggi in buona fede che possa affermare che Andreotti non era il garante di un sistema di potere politico affaristico mafioso? È c’è qualcuno che possa in buona fede affermare che nel ’92 non ci fu trattativa Stato – Mafia? E allora la verità storica non può dipendere dalle sentenze dei magistrati. Perché da questo punto di vista con riferimento alla trattativa Stato – Mafia, la trattativa, scusate la mia provocazione, è la conferma che qualcosa era cambiato, perché prima di quelle stragi non c’era trattativa tra Stato e Mafia, c’era identificazione”. La trattativa stessa indica che “si era rotto quel patto che faceva sì che ci fosse una coincidenza tra chi vinceva dentro le famiglie mafiose e chi vinceva nella politica”. Secondo il sindaco di Palermo quindi l’eredità di questi Trent’anni dalle stragi ci ricorda chenon si può delegare alla magistratura né la verità storica, né la valutazione etica, né la selezione dei gruppi dirigenti”. Ad onor del vero, rispetto a quanto detto da Orlando, il ruolo della magistratura è fondamentale in una realtà in cui la società civile non è ispirata dai valori dell’etica e della morale e, dunque, il suo ruolo è fondamentale per contrastare il dilagare della corruzione e del malaffare.


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Non vittime della mafia ma parenti di vittime della mafia
Infine ha preso la parola Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo e sorella dei gemellini di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta, che morirono nella strage di Pizzolungo nel 1985 a Trapani, contro l'allora pm trapanese Carlo Palermo, rimasto miracolosamente illeso. Era la mattina del 2 aprile 1985, la mamma di Margherita sta accompagnando i suoi due figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe, a scuola, ma si trova fatidicamente al posto sbagliato nel momento sbagliato, quello in cui un'auto imbottita di tritolo, parcheggiata a ridosso di una curva, viene fatta esplodere al passaggio dell'auto sulla quale si trovava un magistrato della procura di Trapani, il dottor Carlo Palermo. La macchina e i familiari di Margherita verranno inghiottiti e dilaniati dall'esplosione. Il pm e gli agenti che lo seguivano vengono feriti, ma rimarranno vivi. Anche in questo caso la verità giudiziaria sembra lontana dall'essere raggiunta, anzi, come dice lei stessa, troppi sono i 'cortocircuiti'. Infatti, Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia, ricorda come Piddu Madonia abbia dovuto interferire con i giudici di Caltanissetta per far assolvere gli imputati di Alcamo e di Castellamare, che infatti verranno assolti con la sentenza d'appello per non aver commesso il fatto. E tale sentenza verrà poi confermata dalla Corte di Cassazione, che in quel momento era presieduta dal giudice Corrado Carnevale, ritenuto (citando Caselli) da una certa pubblicistica l''ammazza sentenze'. Queste e tante altre sono le perplessità che accomunano i famigliari delle vittime di mafia. La stessa Paola Caccia, figlia del giudice Bruno Caccia, ucciso a Torino nel 1983 dalla 'Ndrangheta, teme che la verità giudiziaria sia ormai divenuta una chimera e spera che si arrivi perlomeno a conoscere la verità storica. Anche nel suo caso, le 'anomalie' riscontrate sono molte. Per citarne una, ha fatto riferimento a Rosario Pio Cattafi, presente nel caso del padre, così come in tante altre stragi,a cui è stato revocato il 41 bis, cosa mai fatta a nessun altro’.


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Maria José Fava, referente regionale di Libera, ha ribadito come quasi nel 90% di storie di vittime di mafia non si sappia tutta la verità o le reali motivazioni, o i reali esecutori o mandanti. In questa sconcertante casistica si colloca anche Demetrio Quattrone, che era un ingegnere ed ispettore del lavoro, ucciso il 28 settembre 1991 a Reggio Calabria per aver denunciato il malaffare nelle costruzioni edili e che si era laureato proprio al Politecnico di Torino, sede del convegno.


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Infine, il magistrato Mario Vaudano, ha ricordato ai presenti, attraverso degli aneddoti, che tipo di vita conducessero i magistrati antimafia come Giovanni Falcone, che avevano rinunciato alla loro libertà per concederla a tutti noi. Da queste parole si può raccogliere l'invito fatto al convegno all'impegno individuale, per mettere ciascuno il proprio mattone nell'edificare quella tanto agognata legalità che conviene a tutti i cittadini onesti.

Foto © Rita Rossi

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