Continua l’iter alla Commissione Industria del Senato del DDL Concorrenza, redatto da Stefano Collina (PD), ed approvato dal Consiglio dei Ministri il 5 novembre scorso, che apre alle privatizzazioni di servizi pubblici essenziali come acqua, energia, rifiuti, trasporti. Intanto, con un decreto del 30 dicembre 2021, il Governo ha aperto alla possibilità di utilizzare strumenti finanziari derivati nelle operazioni di gestione del debito pubblico, mettendo le finanze pubbliche in stato di subalternità rispetto agli influssi speculativi dei mercati.
Il saccheggio del Bel Paese continua. I “migliori” continuano a tutelare gli interessi dei peggiori, mentre i canali di informazione tradizionali e “mainstream” tacciono. Il popolo, che subisce, continua a rimanere in silenzio. A prevalere rispetto al benessere collettivo sono ancora gli interessi della comunità finanziaria. Del resto, non poteva andare diversamente, con un banchiere al governo. Del resto, non ci poteva aspettare altro da una classe politica (si badi, non solo in Italia, ma anche nella comunità europea) che ha spalancato le porte agli interessi della comunità finanziaria, da quarant’anni a questa parte. Permettendo, addirittura, ai rappresentanti della stessa comunità finanziaria, come Draghi, appunto, di entrare nei luoghi decisionali primari, rilevanti per la vita di milioni di persone.
Un Disegno di Legge e un Decreto Legge. Tanto basta a questi signori per mettere nelle mani dei “mercati” servizi pubblici di rilevanza assoluta come acqua, rifiuti, trasporti, energia, e per sancire il definitivo asservimento del nostro amato Paese al potere delle lobbies e del denaro. In una situazione socio-economica già precaria di per sé: la povertà continua ad aumentare, il caro bollette sta già mettendo interi settori produttivi in ginocchio, e l’inflazione, si prevede per quest’anno, “spillerà” dalle tasche degli italiani una cifra media di 1.000€. Tutta questa situazione, non poteva essere diversamente, porta ancora la firma di questi signori: le forsennate politiche monetarie delle Banche Centrali a cui siamo stati abituati negli ultimi anni, unite alla mala gestione pandemica, dobbiamo ammetterlo, hanno fatto accendere la miccia, che rischia di trascinare l’Italia, o peggio, l’Occidente intero, o peggio, il modello capitalistico per come lo conosciamo, sull’orlo del baratro.

Svendita dei servizi pubblici: è inevitabile, “ce lo chiede l’Europa”
Approvato il 5 novembre scorso dal Consiglio dei Ministri, il DDL “Concorrenza” ha iniziato da allora l’iter parlamentare in Commissione Industria del Senato. L’obiettivo è quello di far divenire il Decreto il nuovo Testo Unico di ordinamento degli Enti Locali nella prossima primavera. Il DDL, redatto da Stefano Collina del PD, dovrà essere comunque approvato entro la fine dell’anno. Perché “dovrà”? Perché il DDL “Concorrenza” rientra negli impegni assunti dall’Italia, o meglio, nelle condizionalità imposte dall’Europa, affinché possiamo ricevere i soldi del Recovery Fund, nell’adempimento del PNRR. Soldi, ovviamente, che saranno da restituire. Con gli interessi. Alle banche. Facendo ciò che ci viene imposto, per l’appunto.
Infatti, come è possibile leggere a pagina 142 documento rilasciato dal Consiglio dell’Unione Europea l’8 luglio 2021, avente ad oggetto “Allegato RIVEDUTO della DECISIONE DI ESECUZIONE DEL CONSIGLIO relativa all'approvazione della valutazione del piano per la ripresa e la resilienza dell'Italia”, un DDL sulla Concorrenza rientra nei 102 obiettivi, o nelle 102 imposizioni, a seconda dei punti di vista, che il nostro Paese dovrà rispettare, o subire, di nuovo a seconda dei punti di vista, per ottenere i famigerati “soldi del Recovery Fund”. Le finalità del DDL concorrenza sono esplicitate nel testo di riferimento. Si parla di “tutela della concorrenza”, di “promuovere lo sviluppo della concorrenza (…), nonché di contribuire al rafforzamento della giustizia sociale, di migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici e di potenziare la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini”, “garantire la tutela dei consumatori” e di “rimuovere gli ostacoli regolatori (…) all’apertura dei mercati”. Insomma, parole, parole e parole. Che avranno le solite conseguenze: la consegna “all’accumulazione finanziaria” di “beni e servizi primari per la vita e la dignità delle persone”, come riportato nell’articolo di Marco Bersani, “Fermare le privatizzazioni, ora!”, scritto per Attac Italia. Verrà elaborato probabilmente un sito informatico sul quale sarà possibile per le aziende private vedere ciò che è in vendita e ciò che non lo è. “E lo si fa inneggiando alla concorrenza, quando è evidente si tratti di monopoli con profitti garantiti”, continua l’articolo, proprio come nel caso, è impossibile non dirlo, di Autostrade.

Governati da 30 banchieri
E non è finita. Nel Decreto 30 dicembre 2021, riguardante le “Direttive per l’attuazione delle operazioni finanziarie”, il Governo Draghi apre all’utilizzo degli strumenti derivati per le operazioni di gestione del debito pubblico. Infatti, l’articolo 3 del Decreto recita: “Il Dipartimento del Tesoro, sulla   base   delle   informazioni disponibili e delle condizioni di mercato, può effettuare operazioni di gestione del debito pubblico, ricorrendo anche a strumenti finanziari derivati. Tali operazioni, in funzione delle specifiche caratteristiche di ciascuna di esse, possono avere come obiettivo il contenimento del costo complessivo del debito, la protezione dai rischi  di  mercato  e  di  rifinanziamento del debito, nonché l'efficiente funzionamento  del  mercato  secondario  dei  titoli  di Stato”. Ricordiamo che gli strumenti finanziari derivati hanno rappresentato E non è un caso. Nel luglio 1993, infatti, il Gruppo dei Trenta, di cui Draghi fa oggi parte, rilasciò un documento dal titolo “Derivatives: Practices and Principles” (“Derivati: Pratiche e Principi” in italiano), in cui venivano elogiati gli strumenti derivati, e si dichiarava che la strada da percorrere fosse la “deregolamentazione”. Esattamente ciò che è stato poi applicato dai governi e dalle istituzioni sovranazionali di tutto il mondo. Esattamente ciò che ha contribuito, poi, al gonfiamento della bolla speculativa che ha portato alla crisi finanziaria del 2008. Del resto, lo abbiamo già detto, nei posti decisionali principali, oggi, non ci sono più i rappresentanti del popolo, ma quelli della comunità finanziaria.

Nessuna buona notizia
Nessuna sorpresa, dunque. Tutto nella norma. Il popolo continua a delegare, e questi signori continuano a servire gli interessi di chi li manda. Il giro di giostra continua, ma il giocattolo sta per rompersi. La crisi economica e finanziaria che sta per investire il modello basato sulla produzione infinita di denaro dal nulla è prevedibile da chiunque abbia un minimo di oculatezza nell’individuarla. L’inflazione galoppa, le imprese stanno già fallendo. Il sistema bancario rischia di entrare in crisi, se i crediti non restituiti saliranno sopra una certa soglia. E si rischia un altro “freezing” del mercato interbancario, esattamente come accaduto nel 2008. Non solo. L’aumento dei tassi di interesse per bloccare l’aumento dei prezzi, già annunciato dalla FED, su cui però ancora la BCE tergiversa, rischia di provocare un rallentamento, se non un crollo della crescita dei mercati azionari. E se i tassi di interesse sul debito aumentano, si rischia un’altra crisi dei debiti sovrani per i Paesi del Sud Europa. Per l’Italia, dunque, c’è anche lo spettro del MES dietro l’angolo. La situazione, dunque, non è rosea. Farà male, tanto male. Ma, del resto, ce lo meritiamo.

Foto © Imagoeconomica

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