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A Siracusa la tavola rotonda di “Ossigeno per l’Informazione”

Come si può porre un freno all'impunità per i reati contro i giornalisti? E' questo uno dei quesiti posti sul tavolo dell'incontro organizzata da Ossigeno per l'informazione e Unesco, in collaborazione con il Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights e Ordine dei giornalisti della Sicilia. Un evento, condotto via streaming, che rientrava nei percorsi di formazione della stampa italiana e che ha visto il conferimento, da parte del Quirinale, addirittura della Medaglia del Presidente della Repubblica.
Un evento che giunge proprio nei giorni in cui si celebra la “Giornata internazionale dell’ONU per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti”.
All'incontro hanno partecipato diversi addetti ai lavori di prim'ordine, come il sostituto procuratore di Roma, Eugenio Albamonte; la giornalista Marilù Mastrogiovanni, minacciata dalla mafia; Guilherme Canela, capo della sezione per la libertà di espressione e la sicurezza dei giornalisti presso la sede dell’UNESCO a Parigi; Dalia Nasreddin, responsabile legale della Fondazione intitolata a Daphne Caruana Galizia; Elena Kaniadakis (Grecia) giornalista autrice di un reportage sulla situazione dopo l’assassinio del giornalista Giorgos Karaivaz ucciso ad Atene il 9 aprile 2021; Han Moral, Segretario Generale dello IAP /associazione Internazionale dei procuratori); Sabin Ouellet, President-Directeur general S2G Management Groupe conseil; Saba Ashraf (Gran Bretagna), esperta legale dell’associazione no-profit Media Defence che fornisce assistenza legale gratuita in molti paesi ai giornalisti in difficoltà; Michele Albanese, giornalista sotto scorta dal 2014 per minacce della ‘Ndrangheta; il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho; ed il giornalista olandese Thomas Bruning (Olanda).


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I dati Unesco
A livello internazionale i numeri sono agghiaccianti. Nove assassinii su dieci di giornalisti non vengono perseguiti. Un livello di impunità dell'87 per cento. Numeri confermati da Tawfik Jelassi, assistente del direttore generale dell'Unesco: "Ci sono stati 400 assassinii di giornalisti negli ultimi due anni e negli ultimi due giorni sono morti 3 giornalisti in Messico e nelle Filippine. I 139 professionisti uccisi in America Latina tra il 2011 e il 2020 avevano ricevuto minacce. Abbiamo bisogno di un'azione giudiziaria per mettere fine all'impunità, rischiamo di arrivare tardi. Bisogna garantire libertà d'espressione e diritto all'informazione".
Proseguendo l'incontro, dunque, i relatori hanno raccontato esperienze, fornito analisi, idee e proposte per porre un freno a certi fenomeni. Perché è un dato di fatto che, tanto in Italia quanto nel mondo, mancano delle contromisure adeguate per difendere i giornalisti dalle varie forme di aggressione ed intimidazione.
Tra le idee messe sul tavolo la possibilità di indagare più sistematicamente sulle intimidazioni, le minacce, e le ritorsioni contro i giornalisti, e sulla possibilità che i procedimenti tengano conto del fatto che i reati contestati agli aggressori sono stati compiuti allo scopo di impedire l’esercizio del diritto di informare e di essere informati.
Parlando dell'impunità presente in Italia Alberto Spampinato, presidente dell'associazione Ossigeno per l'informazione, ha evidenziato come essa "oscilla intorno al 93 per cento". Quindi si è chiesto: "Quali possono essere le contromisure da mettere in campo? Come possiamo passare dalla retorica della denuncia al linguaggio dei fatti? Ricordiamoci che non difendiamo solo i giornalisti, ma valori più alti". L'obiettivo, ha ricordato poi, "è passare dalla fase della protesta per le intimidazioni ai giornalisti e per l'impunità degli aggressori alla fase più matura della proposta, della discussione e dell'attuazione concreta delle possibili contromisure a livello legislativo, giudiziario, giornalistico ed editoriale".
Nel suo intervento Eugenio Albamonte, sostituto procuratore a Roma, ha evidenziato la necessità che i professionisti della comunicazione, come intermediari che offrono una lettura articolata della realtà, siano tutelati. Una riflessione dovuta al crescente uso, che si trasforma in "abuso del diritto di querela. Poi ci sono le campagne d'odio su internet e abbiamo difficoltà a contrastarle. Ci deve essere una cooperazione internazionale così come accaduto in altri settori. Inoltre, negli ultimi periodi, stiamo osservando che le aggressioni non provengono solo dalle mafie, ma anche dalla cosiddetta criminalità di matrice politica. Oggi assistiamo anche a manifestazioni pubbliche dove i giornalisti vengono aggrediti solo perché sono presenti per documentare e raccontare ciò che vedono. E parliamo anche di aggressioni violente".


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Le parole di Marilù Mastrogiovanni e Michele Albanese
Tra le testimonianze più rilevanti, sicuramente vi sono state quelle dei giornalisti Mariù Mastrogiovanni e Michele Albanese. La prima ha raccontato l'esperienza vissuta con il suo giornale, "Il Tacco d'Italia", finita nel mirino della criminalità organizzata pugliese e non solo.
"In diciotto anni ho avuto vari tipi di ostacoli al mio lavoro - ha raccontato - dalle minacce fisiche a quelle online, dalla devastazione della redazione ai furti. Senza considerare almeno un centinaio tra querele temerarie e diffide. Ma mai una condanna".
La giornalista, presidente di giuria del premio Guillermo Cano World Press Freedom, alla tavola rotonda a Siracusa ha anche ricordato di aver subito l'oscuramento del suo giornale online per ben 45 giorni. "Fu oggetto di sequestro, poi è stato dissequestrato, ma per questa violenta azione nessuno paga. I giornalisti sono invece oggi costretti a difendersi spendendo tanti soldi e la maggior parte dei procedimenti si chiude con l'archiviazione". Quindi Marilù Mastrogiovanni ha anche sottolineato "l'abuso delle richieste di cancellazione delle notizie in rete" e "la mancanza di un'assicurazione professionale per i giornalisti così come avviene per gli altri professionisti".
Quindi ha fatto alcune proposte, sicuramente interessanti: "Eliminare il reato di opinione. Depenalizzare il reato di diffamazione a mezzo stampa, o quantomeno renderlo colposo: questo consentirebbe di accedere a una assicurazione professionale. Per chi fa inchieste: consentire ai giornalisti l'accesso ai fascicoli d'indagine."
Michele Albanese, cronista del Quotidiano del Sud nel mirino della 'Ndrangheta che da anni vive sotto scorta, ha denunciato il silenzio della grande stampa rispetto a temi come quello delle mafie e della corruzione. Dopo aver parlato della propria storia ("Venti giorni fa sono ripiombato nella preoccupazione soprattutto per la mia famiglia, quando ho saputo che, in seguito ad alcuni arresti a Pesaro, gli inquirenti hanno scoperto che gli indagati trattavano bazooka e bombe a mano per utilizzarle contro personalità sotto scorta, tra cui anche io") Albanese ha sottolineato come "la Calabria è oggi al centro di una serie di dinamiche che la portano ad essere crocevia criminale". Eppure questi temi vengono "spiegati meglio da media locali che da quelli nazionali".


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Dunque per Albanese "serve accompagnare il riscatto sociale, scrivendo testo e contesto, di una terra stanca, che ha voglia e bisogno di uscire dal tunnel. Se un giovane cronista che inizia a lavorare nelle periferie degradate riceve una richiesta di risarcimento danni milionaria cosa fa? Cambia lavoro, ma così l’informazione perde".
All'evento è anche intervenuto Federico Cafiero de Raho, che ha fatto notare come "la minaccia raggiunge il giornalista quando il giornalista non è tutelato da una testata giornalistica e ci sono argomenti non coperti dalle testate giornalistiche.
I temi come corruzioni e mafie forse non sono ritenuti significativi da alcuni editori che hanno evidentemente interessi diversi. E non voglio mettere in discussione la capacità etica degli editori, ma purtroppo alcuni temi non vengono trattati da tutti". Inoltre, quando magari si trova il modo di arrivare a certe pubblicazioni, ecco che il giornalista viene colpito dalle cosiddette azioni temerarie. "I giornalisti - ha sottolineato il magistrato - sono chiamati in tante cause civili con risarcimenti dei danni stratosferici. E il giornalista cosi' non può svolgere serenamente il proprio lavoro". Per questo "serve una normativa che difenda i giornalisti dalle azioni legali temerarie: tanti giornalisti soli, senza editore, vengono chiamati in cause civili con risarcimenti danni molto gravosi. Se la querela risulta temeraria, il soggetto che ha citato in giudizio il giornalista deve essere condannato al doppio del risarcimento richiesto. Prevedere sanzioni, un meccanismo innovativo, perché l’informazione è un cardine della democrazia. Conoscere consente di partecipare”.
Sul piano internazionale si è parlato del caso Caruana Galizia, Kuciak e la morte del giornalista olandese Peter R. de Vries. Quindi è stata affrontata la situazione anche di altri Paesi come la Grecia. Sul punto è intervenuta Elena Kaniadakis che ha confermato come anche nel suo Paese "vi sono ingerenze del potere politico nell’informazione, come un finanziamento governativo dato solo ad alcune testate filogovernative a inizio pandemia".
Non solo. “Preoccupa la riforma del processo penale in corso in Grecia: si prevede una multa e la reclusione per chi diffonde informazioni che possono turbare l’attività governativa. Che dire poi degli arresti e degli abusi perpetrati dalla polizia ai danni dei giornalisti? Kostas Vaxevanis ha scritto più volte che i lettori rappresentano la sua unica scorta".


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Le linee guida internazionali per i pm
Nel corso della tavola rotonda sono poi intervenuti Guilherme Canela, che ha evidenziato come "i giornalisti sono ossigeno per la democrazia" in quanto "senza il giornalista non possiamo proteggere la libertà d'espressione" e Han Moral, segretario generale dello Iap (associazione Internazionale dei procuratori). Quest'ultimo, collegato online, ha preannunciato la nascita di una piattaforma internazionale dove i magistrati potranno collaborare seguendo le linee guida elaborate per i pubblici ministeri nei procedimenti per i reati elaborate dall'Unesco. Secondo Sabin Ouellet, direttore generale S2G Management Groupe Conseil, "ci troviamo di fronte alla tragedia di uomini e donne che sono morti per difendere la ricerca delle verità". "I pm - ha osservato - devono avere una formazione specialistica, ma molti di noi non hanno una preparazione di questo genere. E' necessaria far partire un'analisi di contesto tra il crimine e l'attività della vittima per guidare meglio l'indagine. Di queste linee guida si parlerà nell'ambito di un corso di formazione pratico che avremo a Siracusa".

Foto tratte da Ossigeno per l'Informazione

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