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Mentre dal cielo dell’antimafia ogni tanto, come per una legge cosmica, si stacca una stella, sulla terra dell’antimafia le cose buone si moltiplicano.

Così in Sicilia, epicentro Catania, è andato in onda un progetto intitolato “Le scarpe dell’antimafia”. Parola d’ordine: i soldi dei mafiosi a chi lavora. Parola d’ordine vecchia, all’apparenza. Perché la legge per l’uso sociale dei beni confiscati, l’idea di ottenere la “restituzione del maltolto” sono nate nel cuore degli anni novanta. Il fatto è che i famosi “beni” sono spesso abbandonati, vandalizzati o ancora saldamente nelle mani dei mafiosi a cui sono stati confiscati. E gli effetti del Covid sono maledettamente attuali.

Ecco dunque il manifesto dei promotori del progetto, un gruppo di giovani siciliani sotto i trent’anni: “Noi ‘professionisti dell’antimafia’ pensiamo che bisogna intervenire subito sull’economia mafiosa. Non solo afferrare i suoi soldi, ma reinvestirli rapidamente, non come al solito distribuendo allegramente a questo o quel prenditore, ma facendo impresa. Con nuovi imprenditori, coi nostri giovani colti e coraggiosi e lasciati in un angolo a morire dentro. Questa è l’occasione per loro”.

Da qui un’idea estranea alla maggior parte dei gruppi di ricerca finanziati per “uno studio sui beni confiscati”: andarseli a vedere. Uno per uno, sul campo. Con le scarpe dell’antimafia, appunto. Chiedere “chi è lei” al signore che ci si incontra sopra e che ha l’aria del padrone. Andarci per controllare che il signore non sia proprio lui, il boss confiscato. Lavoro impegnativo, soprattutto in Sicilia, dove i beni confiscati aumentano ogni mese. Ma loro l’hanno fatto.

Sotto dunque con eventi social di puro artigianato, con la mobilitazione consentita dal Covid maledetto. È nata così una banda, termine loro, sotto le insegne de “I Siciliani giovani” e dell’Arci Sicilia.

Il capobanda si chiama Matteo Iannitti e nell’occasione ha dimostrato con le sue cronache la stoffa del giornalista di razza. Tutti a bordo di un camper battezzato “Poderosa” come la moto del Che. Poi visite sul campo, denunce radiofoniche, pubblici dibattiti.

L’elenco delle associazioni e dei gruppi che hanno partecipato alla grande marcia è straripante e può essere solo esemplificato. Dal “Mandarinarte” di Ciaculli all’ associazione “Acunamatata” di Palermo; dalla Cooperativa “Rosario Livatino” di Naro al Circolo Arci di San Cataldo; dalle associazioni antimafia di Palma di Montechiaro e Vittoria all’Istituto Comprensivo Leonardo da Vinci di Misterbianco e alla Cooperativa “Geotrans” di Catania. A loro si sono aggiunti in occasioni simboliche il Centro “Peppino Impastato” di Palermo o gli stessi presidenti della Commissione antimafia regionale e parlamentare, Claudio Fava e Nicola Morra.

Ma scrutando il materiale scritto e video raccolto dalla “banda” tra metà settembre e i primi di ottobre in più di venti città e paesi una cosa mi ha commosso. Ed è che a lavorare con i ventenni ci fossero anche due settantenni di lungo corso: Giovanni Caruso, fotografo, e Riccardo Orioles, giornalista, che lavorarono per anni al fianco di Giuseppe Fava, il direttore degli antichi, veri, “I Siciliani”, ucciso il 5 gennaio del 1984.

“Lui cieco, io sciancato”, racconta Orioles di sé e del coetaneo, “eppure non ce la siamo cavata male fra i Siciliani giovani”. Sospiro sotto la barbetta: “Quarant’anni fa giravamo per strade e trazzere – io cronista, lui fotoreporter – sulla mia mitica Citroen ammaccata, terrore degli automobilisti catanesi e anche di lui che stringeva la macchina fotografica guardando la strada… Adesso Giovani era lì coi ragazzi, nel Poderosa che percorreva più o meno le stesse strade. Peccato che non l’abbia visto l’antico direttore. Ma a volte uno s’illude ‘chissà che un’occhiata non ce l’abbia data’…”.

Un lampo di malinconia, un lampo di orgoglio.
(13 Ottobre 2021)

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 11/10/2021

Tratto da: liberainformazione.org

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