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Sono sette mesi ormai che forze dell’ordine, magistratura, istituti carcerari, centri antiviolenza e strutture sanitarie lavorano in modo sinergico per tutelare situazioni di possibile pericolo e violenza per le donne. 
Il nuovo mezzo utilizzato per tale scopo? Una grande banca dati detta “Scudo” nella quale vengono raccolte le schede compilate dalla polizia o dai carabinieri quando questi si trovano davanti a donne in una situazione di disagio a causa di una lite con il compagno. Le segnalazioni ricevute fin ora sono 60 mila. 
Ogni scheda è una forma di prevenzione perché nel caso dovesse accadere un altro evento riguardante una di quelle donne, essendo inserite nella banca dati, si potrebbe agire tempestivamente prima che possa accadere il peggio. 
Per poter davvero attivare un’azione immediata in difesa delle donne, il prefetto e direttore centrale anticrimine della polizia di Stato Francesco Messina afferma che è necessario un lavoro coordinato di forze dell’ordine, magistratura, carcere, centri antiviolenza e strutture mediche. 
Questa collaborazione tra più enti - afferma lo stesso Messina - è mancata nel caso di Vanessa Zappalà, l’ultima della lunga e dolorosa serie di vittime di femminicidio. 
Nell’ultimo anno si sono ridotti i delitti del 13 per cento, grazie a nuove norme e strumenti che consentono di prevenire la violenza contro le donne, ma ancora non basta. La banca dati “Scudo” deve raccogliere anche i più innocui segnali e far scattare un’indagine immediata, per far sì che ogni donna possa essere tutelata e protetta. Perfino le più piccole segnalazioni non vanno trascurate, perché possono essere il punto da cui si generano gravi atti di violenza. 
Messina ha sostenuto che sarebbe opportuno attivare l’ammonimento anche in caso di minaccia o danneggiamento a casa, fino ad arrivare a modificare la pena edittale se necessario. 
Altre forme di prevenzione sono la segnalazione di tutti gli atti di persecuzione alle divisioni anticrimine delle questure, così che si possa attivare una sorveglianza verso il soggetto aggressivo. 
Le carceri inoltre sono tenute a comunicare le scarcerazioni, per poter allertare le stazioni dei carabinieri del paese dove vivono le vittime. 
Fondamentale è anche il “protocollo Zeus”, un percorso per curare gli uomini violenti che porta il 90 per cento dei maltrattanti a non molestare più le donne. 
Ecco che emerge come sia d’obbligo una collaborazione tra i diversi enti pubblici per far sì che mai più si ripeta un femminicidio, che mai più una donna venga perseguitata, molestata, maltrattata, ferita e uccisa da un uomo. La vita di ogni donna deve essere difesa e salvaguardata in ogni modo possibile dallo Stato. 
E’ necessario creare una realtà con pari diritti e pari opportunità per uomini e donne, ma la strada per poter raggiungere una simile utopia è ancora lunga e tortuosa. Questo perché per conquistare la parità una donna prima di tutto deve poter essere libera di scegliere, di poter decidere per sé e di esprimere la sua opinione. 
Fa inorridire pensare che in soli sette mesi 60 mila donne si siano sentite obbligate a chiedere aiuto alla polizia o ai carabinieri per paura che il loro compagno, nell’intimità della casa, avrebbe potuto aggredirle o far loro del male. È indicibile pensare che una donna non possa vestirsi come preferisce, non possa camminare da sola in specifici quartieri o ad una certa ora della sera e non possa rispondere a molestie verbali o fisiche per paura di essere gravemente ferita. Questa non è libertà ed è ciò che c’è di più lontano dalla parità dei sessi. 
Quando finirà questo stato di paura, vergogna e frustrazione che ogni donna ha vissuto almeno una volta, e che purtroppo molte vivono quotidianamente talvolta temendo per la propria incolumità, solo allora si potrà dibattere per poter guadagnare una parità tra i sessi in tutti gli ambiti della vita. 
Ogni donna ha come priorità il sentirsi libera e al sicuro ed è prezioso sapere che lo Stato sta offrendo sempre più strumenti per far fronte a questa necessità.

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