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La liberazione di Giovanni Brusca ha suscitato ampie reazioni nell’opinione pubblica italiana. Brusca è uno degli autori della strage di Capaci, reo confesso di centinaia di omicidi, tra cui l’efferata uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo di soli 14 anni. Il corpo di Giuseppe è stato disciolto nell’acido dopo l’omicidio. Le reazioni sono state tante, molte scomposte, anche per il fatto che ormai l’antimafia non viene intesa come cultura giuridica, espressione di una Democrazia, ma piuttosto come una reazione ad un momento emotivo.

IMD è uno pseudonimo dietro cui si cela un poliziotto scrittore, che ha lavorato per anni in Sicilia nella Catturandi, l’unità investigativa dedicata alla ricerca e all’arresto dei latitanti più pericolosi. Ha partecipato in prima persona alla cattura, tra gli altri, di Bernardo Provenzano, dei Lo Piccolo e dello stesso Brusca. Nei suoi testi ha raccontato la complessità del mondo dei più pericolosi latitanti, le indagini e le strategie per riuscire a individuarli e raggiungerli, consegnandoli alla giustizia.

Giovanni Brusca libero, l’intervista

Qual è stata la sua reazione alla liberazione di Giovanni Brusca, quali sentimenti ha suscitato? Sapeva già che sarebbe accaduto?

Oltre un decennio fa (sembra ieri), raccontai in uno dei miei primi libri dal titolo per me molto significativo 100% sbirro l’arresto di Giovanni Brusca, ricordandolo come uno degli eventi più incisivi – sia professionalmente sia umanamente – che mi fosse mai capitato nel corso della carriera di investigatore della Squadra Mobile di Palermo (oggi quasi trentennale).

Il motivo è semplice: fu la morte di Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta che mi spinsero ad abbandonare gli studi di biologia che avevo intrapreso all’Università per arruolarmi volontario nei ranghi della Polizia di Stato, unico modo che individuai, in quel 1992, per placare la mia sete di vendetta nei confronti dei cosiddetti “uomini d’onore” che avevo cominciato a conoscere e a disprezzare, poiché responsabili di sofferenze dirette e indirette verso persone che avevo imparato a rispettare, voler bene ed anche ad amare.

Per questo, per un giovanissimo sbirro poco più che ventenne, membro della mitica Sezione Catturandi di Palermo, arrestare Giovanni Brusca, “la bestia”, “u verru”, responsabile di decine di morti, tra cui quella del piccolo Di Matteo, degli uomini e delle donne uccisi nella strage di Capaci e poi in Via D’Amelio, non poteva che essere uno stimolo e un obiettivo primario, raggiunto quel pomeriggio del 20 maggio del 1996 a Cannatello nell’agrigentino. Questa premessa per chiarire che ciò che sto per dire non proviene da qualcuno completamente distaccato ed estraneo ai fatti di cui mi chiede ma, al contrario, da un individuo estremamente coinvolto.

Sì – per rispondere alla domanda – sapevo già che sarebbe accaduto e me lo aspettavo. Anche lo sconto dei 45 giorni era prevedibile, poiché applicato a tutti i soggetti che mantengono un comportamento conforme alla vita carceraria (“buona condotta”). Da uomo delle Istituzioni le dico, pertanto, che non mi ha colto impreparato ed è conforme a quanto previsto dalla legge.

Legge che adesso molti criticano, ma che è di straordinaria importanza e funzionalità per il contrasto alle mafie e che, nonostante tutto, vorrei rimanesse in vigore. Senza entrare nello specifico, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori e anche a quelle di Giovanni Brusca, molti altri mafiosi sono stati arrestati, l’organizzazione – quella di cui io mi sono occupato è Cosa Nostra – almeno nel suo aspetto militare è stata gravemente disarticolata e lo Stato ha ottenuto successi che nei decenni precedenti all’entrata in vigore della norma e alla nascita del “pentitismo” non aveva mai raggiunto.

E non perché non vi fossero – come erroneamente racconta qualcuno – persone che la contrastassero, perché altrimenti faremmo un ulteriore torto ai tanti magistrati, poliziotti, carabinieri, sindacalisti, medici e cittadini inermi, che ci hanno provato e hanno perso la vita. Questa legge è stata promossa dallo stesso Giovanni Falcone, e se i benefici che i collaboratori hanno sono tali è perché sono il frutto di un compromesso terribile, ma necessario, tra pena-punizione/utilità/reinserimento nella società.

Moralmente non mi sento neanche colpito; quello che mi ferisce, invece, è il silenzio che c’è oggi, sia da parte della politica sia dei mass media nei confronti della lotta alle mafie che, a mio modesto parere, non risulta adeguatamente supportata. Si parla di mafie solo durante le ricorrenze e poi, nel resto dell’anno, solo pochi accenni e solo se si fanno un numero cospicuo di arresti. Non ci si è accorti, ad esempio, che prima di Brusca sono usciti tanti altri pericolosi boss che avevano scontato la loro pena e che non si sono mai dissociati. Questi sì che mi fanno paura.

Come le opinioni vengono condizionate dal tam tam mediatico

Mi ha colpito molto la reazione dell’opinione pubblica, che non ha tenuto conto del fatto che Brusca non se n’è andato a casa da solo, per sua decisione, ma per volontà di un sistema Stato che vigila, giudica e prende decisioni basate sulle leggi.

L’opinione pubblica oggi è guidata prevalentemente da ciò che apprende attraverso i social e i talk show, pochi leggono i giornali e vedono i telegiornali e anche se lo facessero, mi sembra che la qualità dell’informazione non sia adeguata alle necessità di un Paese moderno e democratico. Pertanto basta che parta il “tam tam” e l’opinione diventa una, e una soltanto. Questo è estremamente pericoloso, poiché chi ha gli strumenti per controllare i social e i network ha la possibilità di orientare l’opinione pubblica, e quindi il voto, la politica e in fine l’ordinamento normativo.

Quando incontro i ragazzi nelle scuole dico loro: «andate alla fonte della notizia, studiatela bene, fatevi una vostra opinione; poi, se ritenete che la cosa sia sbagliata, combattete per cambiarla, spiegate agli altri le vostre ragioni e insieme trasformate un’idea in una norma utile a tutti». Soltanto pochi si sono accorti che la liberazione di Brusca è la conseguenza di una legge che personalmente ritengo giusta e che la partita non è conclusa. Per cinque anni almeno, Brusca sarà sottoposto ad un regime di controlli molto accurati e se violerà gli accordi, ritornerà in prigione.

Si dibatte di Giovanni Brusca perché è un nome noto tra i più efferati boss della mafia, ma è il solo che è stato rimesso in libertà? E queste pubbliche rimostranze non dimostrano, invece, che sul tema dell’antimafia si dibatte come se si fosse sui social media?

Ha ragione quando dice che Brusca è un nome noto. Ma è di qualche settimana fa l’allarme lanciato da alcuni magistrati, tra cui il Dottor Nino Di Matteo, che sottolineavano come molti mafiosi avessero scontato le loro pene e fossero tornati liberi. Su questi nessuno ha detto nulla, nonostante siano invischiati in molti omicidi e non si siano mai dissociati dal loro gruppo criminale.

D’altronde poco c’era da dire visto che hanno scontato le loro pene. La mia speranza, che è anche una certezza, sta nel fatto che la Magistratura e le Forze dell’ordine tengono alta la guardia, anche se devo dire che gli ultimi scandali dovrebbero spingerci a chiedere con forza (intendo come opinione pubblica) una vera riforma del sistema-giustizia.

La legge sui pentiti

La legge sui pentiti – che all’epoca suscitò anche indignazione – rimane un’arma fondamentale di contrasto alle mafie? Ha bisogno, o meno, di essere rivista?

Non sono un tecnico del diritto ma un operaio, abituato soltanto a rispettare, e a far rispettare, le leggi. Come ho già scritto e pubblicato nei miei saggi 100% sbirro e Catturandi, ritengo che la normativa sui collaboratori e i testimoni di giustizia sia uno strumento imprescindibile. Se tale norma vada modificata non sono in grado di stabilirlo, perché è il frutto della compressione di interessi che soltanto la politica dovrebbe essere in grado di leggere e tradurre in norma. Adesso mi occupo di criminalità straniera e anche in questo campo la collaborazione di alcuni soggetti appartenenti ai secret cult nigeriani (la cosiddetta “mafia nigeriana”) ha permesso di comprendere e far scoprire (portando a numerosi arresti) un fenomeno che altrimenti sarebbe di difficile contrasto, se non addirittura impossibile senza la collaborazione di un interno che ne rivelasse (come fece Buscetta) i codici linguistici e operativi. Quindi il mio augurio è che la norma rimanga e non subisca modifiche dannose rispetto alle premialità, perché allontanerebbe il vantaggio alla collaborazione e vanificherebbe la portata della legge stessa.

Matteo Messina Denaro, l’ultimo dei grandi latitanti

Oggi è ancora latitante Matteo Messina Denaro, l’ultimo dei grandi latitanti. Da chi ha lavorato sul campo, perché riuscire a catturarlo è così difficile, perché non si riesce a stringere definitivamente il cerchio intorno a questa figura così enigmatica?   

Una volta avrei detto di essere certo della sua cattura. Oggi lo sono di meno e non mi stupirei se un giorno lo trovassimo come suo padre, Don Ciccio, vestito elegantemente e riposto sulla nuda terra, morto da latitante. Ma queste sono considerazioni da cittadino, conoscitore del territorio e del difficile lavoro che c’è dietro la cattura di un latitante. Se non si scardina quel muro omertoso di protezione che gli consente di vivere libero nell’ombra, sarà veramente difficile poterlo arrestare. Più si allontana il ricordo dei suoi massacri, più è lacunoso l’intervento dello Stato e delle sue Istituzioni nei territori coinvolti, più gente farà il tifo per lui e minore sarà la probabilità di una sua cattura in vita.

Tratto da: leurispes.it

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