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In Aula anche l’ex Nar Gilberto Cavallini

Oggi al processo per la strage di Bologna che vede come principale imputato Paolo Bellini è stato sentito Agostino Vallorani - antiquario condannato per reati contro il patrimonio - il quale ha detto che l'ex avanguardista "era considerato da me un personaggio indecifrabile e potenzialmente pericoloso, tanto che misi in guardia il maresciallo Tempesta", nella convinzione che lo stesso Bellini "agisse in un mondo sotterraneo", confermando così le sue dichiarazioni già rilasciate in un precedente processo, sempre sulla strage di Bologna, nell'agosto del 2004.
Soprattutto i legali di parte civile si sono soffermati sulla vita di Vallorani a Londra agli inizi degli anni '80, dove oltre a lavorare come antiquario è entrato in contatto con alcuni estremisti di destra che si erano rifugiati nella capitale inglese. Tra le sue conoscenze anche Sergio Vaccari, antiquario, l'ultima persona ad avere visto in vita Roberto Calvi.
Per fare chiarezza, le dichiarazioni di Valloriani sono state caratterizzate da molte contraddizioni e "non ricordo" circa i suoi rapporti con l'imputato, il quale durante la deposizione si è alzato ed è uscito per alcuni minuti dall'aula.
L'ex estremista infatti era oggi presente in aula e Vallorani, nel corso della sua testimonianza, ha spesso incrociato lo sguardo di Bellini, tanto che il legale di parte civile Andrea Speranzoni ha finito per riprenderlo, invitandolo a guardare la Corte.
Il teste ha poi spiegato, senza dare riferimenti temporali precisi, di aver conosciuto l'ex avanguardista tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, quando lui (l'imputato n.d.r) si faceva chiamare Roberto Da Silva e che proprio tramite Vallorani, nel 1992, entrò in contatto con il maresciallo Roberto Tempesta, all'epoca in servizio nel Nucleo Tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, con il quale avviò una collaborazione per recuperare delle opere d'arte rubate. Lo stesso Vallorani ha spiegato di aver collaborato per una ventina d'anni con l'Arma.

Gilberto Cavallini non parla in aula
Cavallini oggi era in veste di testimone assistito ed aveva già annunciato di avvalersi della facoltà di non rispondere (come suo diritto) alle domande.
L'ex Nar dopo aver pronunciato la formula di rito si è alzato ed è uscito dall'aula.
Nessuna parola, nemmeno con i giornalisti, a parte un "buon lavoro, non ho niente da dire".
"Questo non è il suo processo" ha fatto eco il suo avvocato di parte civile Alessandro Pellegrini, riferendosi al fatto che il prossimo autunno l'ex Nar dovrà difendersi nel procedimento di secondo grado davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Bologna.
Questo processo, che comincia ad entrare nel vivo, vede anche altri due imputati oltre a Bellini: l'ex carabiniere Piergiorgio Segatel per depistaggio e Domenico Catracchia, amministratore di alcuni immobili di via Gradoli a Roma usati come rifugio dai Nar, per false informazioni al pm al fine di sviare le indagini.
Ma durante il processo, al momento, sono altri i nomi pronunciati più spesso dai pm, ovvero il Venerabile della P2 Licio Gelli, l'imprenditore e banchiere Umberto Ortolani, l'ex prefetto ed ex capo dell'ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno Federico Umberto D'Amato e il giornalista iscritto alla P2 ed ex senatore dell'Msi, Mario Tedeschi, ritenuti a vario titolo mandanti, finanziatori o organizzatori dell'attentato.
Infatti la tesi dell'accusa è che "La strage di Bologna fu finanziata dalla P2 e compiuta da elementi di estrema destra manovrati dai servizi deviati" e le voci che circolavano nell'ambiente di "un grosso attentato di cui avrebbero parlato tutti i giornali", come ha riferito in aula il giudice Giovanni Tamburino, che nel luglio 1980 ricevette questa confidenza dal detenuto Luigi Vettore Presilio.
E poi ancora, il flusso di circa 15 milioni di dollari documentati nel cosiddetto 'Appunto Bologna', trovato nel portafoglio di Gelli al momento del suo arresto a Ginevra nel settembre del 1982 con cui, secondo gli investigatori, cominciò l'operazione di finanziamento alla strage, che continuò fino a dopo la strage.
5 milioni il prezzo dell'attentato, presi dal Banco Ambrosiano di Calvi da Gelli e Ortolani e che finirono in conti svizzeri intestati a prestanome, come l'imprenditore toscano Marco Ceruti, al momento introvabile.

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