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Se ne è parlato nell'incontro con il Siap e Salvatore Borsellino

L’Italia è un Paese che ha pagato e paga un dazio di sangue altissimo per il contrasto alla criminalità organizzata, in ogni sua forma. Per condurre questa lotta, lo Stato si è dotato nel tempo di una complessissima legislazione, figlia non solo dell’intelletto e dell’opera politica, ma anche del sangue dei martiri che hanno combattuto contro il sistema mafioso. L’ordinamento giuridico italiano è molto avanzato rispetto al contrasto alla mafia, comincia quando i delinquenti sono in libertà e continua dopo che sono stati arrestati, all’interno delle carceri. L’ergastolo ostativo prevede che i detenuti che scontano un ergastolo per reati terroristici o di stampo mafioso possono accedere a certi benefici solo se collaborano con la giustizia. In mancanza di una normativa come questa, la collaborazione con la giustizia sarebbe fortemente scoraggiata.
Di tutto questo si è parlato le scorse settimane nella diretta Facebook di Radio Amica, per uno speciale, antecedente il pronunciamento della Corte Costituzionale, condotto da Luigi Lombardo (segretario provinciale del SIAP di Palermo). Come ospiti sono intervenuti il capo redattore di ANTIMAFIADuemila Aaron Pettinari; Giuseppe Tiani, segretario nazionale SIAP; I.M.D., poliziotto e scrittore; e soprattutto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino e fondatore del movimento delle Agende Rosse.
"È grave il fatto che pericolosi criminali e boss possano uscire di prigione e ottenere benefici, ma ancora più grave, per la lotta alla mafia, è colpire l’istituto dei collaboratori di giustizia - ha detto Pettinari - Per anni e anni i boss mafiosi hanno vissuto la galera come parte della propria carriera, della propria scalata al successo: spesso scontare una pena in carcere permetteva di ampliare il proprio giro d’affari e salire di grado nell’organizzazione. Nel momento in cui vengono concessi premi senza collaborazione, si incoraggia, di fatto, i detenuti a restare di nuovo in silenzio". Il giornalista ha anche ricordato come "fin dalla conclusione del Maxi-processo, i boss mafiosi hanno cercato di ottenere l’attenuazione del 41-bis, dell’ergastolo e della legge sui pentiti. L'abrogazione dell’ergastolo ostativo opererebbe su due di questi tre punti, soddisfacendo le richieste della criminalità organizzata. Ancor più grave è il fatto che questo dibattito nasca da un dettame dell’Unione Europea. Sul fronte della lotta alla mafia, dovrebbero essere gli altri Paesi europei a prendere noi come modello, non viceversa. La legislazione italiana è, infatti, avanti anni luce rispetto a quelle europee nel contrasto alla criminalità organizzata. Nessuno sta dicendo che i diritti umani non debbano essere rispettati all’interno delle carceri, ma ci sono dei paletti che, in alcuni casi, come reati terroristici o di mafia, non devono essere superati".

Anche il segretario nazionale del Sindacato Italiano Appartenenti Polizia, Taiani ha ravvisato la necessità di partire da lontano, per comprendere la necessità di certi provvedimenti: "Il 2 maggio 1947, l’allora Ministro dell’Interno Mario Scelba intervenne all’Assemblea Costituente, definendo la strage di Portella della Ginestra un episodio senza alcuna finalità politica o terroristica, ma circoscritto. Eppure ci sono prove e dichiarazioni dello stesso Pisciotta riguardo a zone grigie coinvolte in questa strage, riguardo alla mafia siciliana e allo Stato. È chiaro che questo fatto risale a molti anni fa, ma certe commistioni partono da allora per arrivare fino ad oggi. La storia della legislazione italiana antimafia è diversa da quella europea, tanto quanto la storia delle democrazie europee è diversa da quella italiana. Oggettivamente, l’ergastolo ostativo contrasta con il fine del precetto costituzionale, nella teoria. Durante una delle sue ultime lezioni universitarie, Moro si esprimeva così: 'Ricordatevi che la pena non è la passione smodata della vendetta privata, è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, al rigore di dare al reato una risposta che si esprime in una pena giusta'. E definiva l’ergastolo agghiacciante, psicologicamente crudele e disumano. Questo è un pensiero giusto e nobile, ma bisogna calarlo nella realtà: le norme sono vive solo quando sono calate nella realtà. E si può essere contrari all'ergastolo come contrari all’abolizione dell’ergastolo ostativo. Con uomini che si sono macchiati di innumerevoli crimini, di stragi, di omicidi di innocenti e che non collaborano e rimangono fedeli alla mentalità mafiosa di contrasto allo Stato e all’umanità, non si può essere favorevoli all’abolizione dell’ergastolo ostativo, i poliziotti non possono essere favorevoli. Se c’è un pentimento e una dissociazione vera, allora il caso è diverso. Ogni detenuto deve essere rispettato e mantenere la propria dignità in carcere, ma questo non vuol dire essere liberato".
Successivamente è stato il poliziotto I.M.D. a ricordare il ruolo che certi boss hanno avuto dentro e fuori le carceri. "L’11 aprile è l’anniversario della cattura di Bernardo Provenzano - ha affermato - Nell’ultima fase delle indagini e appena dopo l’arresto, I.M.D. ricorda numerose polemiche riguardo all’investimento di così tante risorse nella cattura di un vecchietto. Nonostante la veneranda età e la latitanza, però, il boss continuava ad esercitare il suo potente ruolo all’interno dell’organizzazione. Lo stesso riusciva a fare Totò Riina, seppur fosse al 41-bis. Pensare di liberare personaggi di questo calibro, significa non riconoscere la pericolosità di queste organizzazioni criminali e svilire il lavoro fatto fino ad ora. Significa uccidere chi è già stato ucciso. Avendo visto cosa sono le mafie e cosa vuol dire combatterle, non si può pensare di rinunciare ad uno strumento indispensabile come questo. Le indagini per la cattura di Provenzano sono iniziate nel settembre 1998 quando è stato intercettato un “pizzino” proveniente da un detenuto che aveva la necessità di comunicare con il boss dal carcere. Se dopo 27 anni di galera e di buona condotta un individuo viene rilasciato perché ritenuto inoffensivo, tornerà a condurre una vita criminale. Dalla mafia si esce solo morti o attraverso la collaborazione con la giustizia". E poi ancora: "Quando è stato scritto l’articolo 27 della Costituzione, non si pensava alla criminalità organizzata. Pensare che tutto il lavoro svolto dalla squadra Catturandi possa essere rovinato dall’abrogazione di una legislazione nata dal sangue dei martiri della lotta alla mafia è sconfortante".
A concludere il giro di opinioni l'intervento di Salvatore Borsellino che combatte per la verità e per la giustizia da 30 anni, in un Paese come l’Italia, dove il peso di questa lotta viene spesso lasciato sulle spalle dei familiari delle vittime.
Fermamente convinto che il fratello sia stato ucciso perché sarebbe stato un insormontabile ostacolo alla Trattativa Stato-Mafia, proprio Borsellino ha ricordato come "l’obiettivo della Trattativa sarebbe stato quello di fermare le stragi, ma non si può fermare la mafia contrattando con essa. Da un lato c’è uno Stato, che può offrire dei benefici e delle agevolazioni, dall’altro c’è un’organizzazione criminale che utilizza come merce di scambio le stragi, le vite delle vittime innocenti delle stragi. La Trattativa ha portato, infatti, ad un aumento delle stragi e alla loro propagazione anche nel resto di Italia: con la conclusione della Trattativa c’è stata anche la fine della stagione delle stragi. Paolo Borsellino avrebbe rivelato che lo Stato stava trattando con gli assassini di Giovanni Falcone: per questo doveva essere ucciso e la sua agenda rossa doveva essere fatta sparire". "Tutto quello che sta succedendo oggi - ha proseguito Borsellino - è la conseguenza del pagamento del debito contratto dallo Stato nei confronti della mafia con la Trattativa. L’abrogazione dell’ergastolo ostativo è il più grosso di questi pagamenti. Sta succedendo ciò che è successo nel 1993, quando Conso ha liberato dal 41-bis circa 300 mafiosi, affermando che fosse una sua iniziativa, ma sostenendo anche di essere stato lui a fermare le stragi. O nel 1998, quando sono stati chiusi le carceri di Pianosa e Asinara, nonostante stessero riuscendo ad isolare veramente i detenuti con il 41-bis. Cambiano i governi, ma il sistema è sempre lo stesso. Dall’ergastolo si può uscire dopo 27 anni e dopo aver completato un percorso di riabilitazione, che deve includere la collaborazione con la giustizia, non la sola dissociazione. L’ergastolo deve essere rieducativo e proprio per questo deve arrivare alla collaborazione con la giustizia, culmine della rieducazione del condannato: non è una contraddizione".

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