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Dai Casalesi ai Mancuso, oggi gli idrocarburi attraggono sempre più interesse. Si parla di affari per 15 miliardi

"Pecunia non olet", dicevano i latini: "Il denaro non puzza". E il denaro non puzza nemmeno se intriso di olio e carburante. Lo sanno bene le mafie che da tempo hanno messo il naso su un nuovo, grande business: il contrabbando del petrolio. Dai Moccia di Roma ai Casalesi in Campania fino ai potenti Mancuso in Calabria, tutti, ma proprio tutti, sono interessati all’oro nero, la nuova fonte di ricchezza della mala. Negli ultimi tempi, però, gli affari si sono moltiplicati, specie dall’avvento della pandemia in cui grandi capitali illeciti sono stati investiti nel settore degli idrocarburi perché facili da ripulire oltre che fonti di enorme guadagno. Fiumi di soldi che fluiscono alle spalle dello Stato. Si parla di 15 miliardi di euro di affari l’anno, di cui due sottratti dalle tasche dei contribuenti. Numeri di capogiro, come si evince anche dalle carte della recente maxi operazione "Petrolmafia S.p.a." in cui le procure di Napoli, Roma, Reggio Calabria e Catanzaro sono riuscite a sequestrare beni per circa un miliardo di euro frutto "della illecita commercializzazione di carburanti e del riciclaggio di centinaia di milioni di euro in società petrolifere intestate a prestanome". Le Fiamme Gialle osservano che ogni anno si muovono illegalmente non meno di 300 milioni di litri di benzina e 3.000 milioni di litri di gasolio. Cifre esorbitanti sintomo di strutture intelligenti e organizzate, figlie di regie strutturate che da un lato, si legge in un report della Guardia di Finanza, "reimpiega i proventi illeciti nell’acquisizione di depositi di stoccaggio o impianti di distribuzione stradale". Dall’altro "realizza ulteriori ingenti profitti grazie all’evasione dell’Iva e delle accise immettendo sul mercato carburanti benzina e gasolio a prezzi estremamente concorrenziali" che quindi vanno a svantaggiare un vasto numero di imprenditori onesti. La conseguenza, infatti, spiega ancora la Finanza, "è che chi fa legalmente il mestiere potrebbe cedere le proprie attività a soggetti dotati di ingenti capitali da investire”, capitali che spesso arrivano appunto dalle mafie.

I metodi per contrabbandare il petrolio sono sostanzialmente due: l’importazione dall’estero per canali occulti, oppure spacciare per agricolo il carburante comune. Un trucchetto efficace che si potrebbe smascherare osservando il colore, l’unico elemento visibile che differenza i due tipi di carburante. Per consentire l’irrorazione di questi fiumi d’oro nero senza correre rischi di venire incastrati dalla questione del colore i boss hanno ingegnato un sofisticato meccanismo piazzato sui camion, un pulsante in pratica che, in caso di controlli, era in grado di rilasciare nella cisterna uno speciale colorante. "Negli ultimi anni - si legge poi nell’informativa - si è registrato un incremento dei traffici di prodotti energetici dell’Est Europa". Sono falsi. "Si tratta - spiegano gli esperti - di miscele, classificate come oli, ma che hanno caratteristiche simili a quelle del normale gasolio". Le direttrici principali sono, via terra o treno, attraverso Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria e Slovenia, cui si aggiungono le rotte via mare dal Nord Africa e dal Medio Oriente, spesso con l’intermediazione di società maltesi che rendono, sulla carta, il prodotto "comunitario". Sul punto il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri in conferenza stampa a commento dell’operazione "Petrolmafie S.p.a." aveva detto che "barriere, steccati e confini sono un problema nostro, della società civile e degli stati". Non delle mafie perché "presenti sempre dove c’è da gestire denaro e potere". Sempre durante la conferenza stampa Gratteri aveva sottolineato "la grande sinergia tra le principali mafie italiane". Una "sinergia" per la corsa all’oro nero che, osservava Gratteri riportando un’intercettazione "frutta più della droga".

Grafica copertina © Freepick

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