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Le mafie foggiane devono uscire dall’anonimato in cui sono state relegate per decenni e del quale si sono avvantaggiate, approfittando del clima di generale sottovalutazione”. È l’allarme lanciato dal Procuratore Aggiunto di Foggia Antonino Laronga, durante la presentazione del libro “Quarta mafia. La criminalità organizzata foggiana nel racconto di un magistrato sul fronte” (ed. PaperFirst), tenuta ieri sulla pagina Facebook del Fatto Quotidiano. Assieme al magistrato, anche il presidente della Regione Puglia (ed ex magistrato), Michele Emiliano, il conduttore televisivo Giulio Golia ed il giornalista del Fatto, Marco Lillo (moderatore dell’evento).

L’origine della “quarta mafia”
Le mafie foggiane si sono evolute e rafforzate in un clima di generale sottovalutazione da parte della società civile, adottando le strategie violente tipiche della Camorra e la struttura famigliare della ‘Ndrangheta. Si tratta di "una mafia che nasce soprattutto in carcere” poiché ci fu uno “spostamento di tutti i detenuti della nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo nelle carceri Foggiane”, ha spiegato il Presidente Emiliano. Lo stesso boss di Ottaviano, nel 1979, tenne un incontro con i vertici criminali Foggiani all’hotel Florio con l’obbiettivo di aggregare alla Nuova Camorra Organizzata i più capaci criminali pugliesi. Il libro, inoltre, chiarisce anche come questi spostamenti siano stati fatti nella convinzione che i camorristi non avrebbero dato problemi se allontanati dal loro territorio.

“Le mafie pugliesi sono un fenomeno orizzontale molto difficile da combattere perché non c’è una cupola”, ha continuato Emiliano. Infatti, tutta l’organizzazione ha adottato metodi mafiosi basati sulla violenza e l’intimidazione, “anche senza una gerarchia”.

Chi cercò di combatterla, nonostante il clima di forte indifferenza, accusò un durissimo colpo il 24 ottobre 1982. “In quella data - ha evidenziato l’ex magistrato - il tribunale di Bari ha fatto un ragionamento secondo me giuridicamente sbagliato. Ha detto ‘queste non sono mafie vere, sono scimmiottature’, quindi non erano mafia”.

Questa grave decisione - approfondisce il libro - venne presa in presenza di prove granitiche come documenti e testimonianze. Questo fatto provocò un senso di profonda delusione in molti operatori del diritto impegnati nella lotta alla mafia foggiana, tanto che per molto tempo quasi nessuno se ne occupò più. “Se questo problema non viene risolto - ha concluso il Presidente della Puglia - presto lo troveremo anche a Milano, come ha fatto la ‘Ndrangheta con le ‘Ndrine”.

Antonio Laronga: “Occorre accendere un faro su questa realtà criminale”
Il procuratore aggiunto di Foggia, ha spiegato che i gruppi criminali foggiani “sono stati riconosciuti con sentenze definitive come associazioni mafiose” in grado di esercitare il controllo sul territorio mediante la violenza e “di allacciare alleanze con organizzazioni criminali estere. In particolare, con la mafia albanese per quanto riguarda il traffico di marihuana e hashish e con i narcos colombiani per quanto riguarda la fornitura di cocaina”.
“Si corre il rischio di commettere lo stesso errore che è stato commesso con la ‘Ndrangheta” -
ha detto il dott. Laronga -. Sono delle organizzazioni criminali che non sono più arcaiche. Si sono modernizzate e hanno acquisito la capacità di permeare l’economia sana del territorio e la capacità di condizionare la vita pubblica. Ecco perché sono delle organizzazioni verso le quali occorre tenere alta la soglia dell’attenzione”.
Nel libro vengono anche narrati episodi significativi, come ad esempio quello di una donna diventata collaboratrice di giustizia per salvare la sua vita e quella dei suoi figli. Oppure la strage di San Marco in Lamis, che, nel 2017, è costata la vita ai fratelli innocenti Aurelio e Luigi Luciani (tragedia da cui ha avuto origine la reazione repressiva dello Stato).
Nella conclusione del suo intervento, il magistrato ha fatto una rilevante distinzione tra la Sacra Corona Unita e la mafia Foggiana: “Sono due cose completamente disarticolate fra loro. La Sacra Corona Unita oggi non dà le stesse preoccupazioni e lo stesso allarme che danno oggi le mafie foggiane. Il progetto di Pino Rogoli, fondatore della stessa, è naufragato per alcuni comportamenti non condivisi dai foggiani in particolare da Josuè Rizzi, la figura più carismatica della mafia foggiana, (assassinato più di un decennio fa)”.

La camorra come tutrice
La nota “iena” Giulio Golia, nel suo intervento ha fatto un excursus delle prime attività della mafia foggiana. Dal contrabbando di sigarette fino al traffico di stupefacenti, “la Puglia, tramite gli scafisti, era la base operativa del contrabbando” tanto che comuni cittadini si erano organizzati per allestire dei veri e propri centri di smistamento in grado di rifornire intere cittadine di sigarette.
A guidare la mafia foggiana in questo periodo embrionale, fu proprio la NCO di Cutolo che “cercò di fare proprio da tutor alla quarta mafia”, ha detto Golia.
Il conduttore televisivo, ha poi spiegato che un signore di nome Francesco Prudentino, da lui intervistato, “meglio conosciuto in zona come ciccio la busta, è stato l’unico a creare una holding e firmare contratti direttamente con la casa madre, con la Philippe Morris”
Dal contrabbando di sigarette a quello di armi e droga, il passo è stato breve. Ora, la mafia foggiana è arrivata ad essere un’organizzazione tanto evoluta quanto feroce.

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