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di Aaron Pettinari

Berlusconi candidato a presidente della Repubblica? Se mi chiede il mio parere personale, le dico di sì: secondo me può ambire al Quirinale". Parola di Matteo Salvini.
La proposta non è solo indecente, ma vergognosa. Non c'è crisi politica che tenga. Pensare all'ex premier Silvio Berlusconi come possibile candidato al Quirinale è un'offesa a tutti gli italiani onesti.
Quella del leader della lega Matteo Salvini (sì proprio quello che fino a poche settimane fa si recava in via d'Amelio con tanto di mascherina anti-covid con l'effigie di Paolo Borsellino) durante la trasmissione Non è l'Arena, non è solo una battuta, ma una vera candidatura.
Basta leggere i commenti del giorno dopo. Perché se da una parte c'è chi ha parlato di "ipotesi lunare", come la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, ma anche chi, come Gianfranco Rotondi, che di Berlusconi è stato ministro e oggi fa il deputato di Forza Italia, non nasconde la propria gioia definendo l'ipotesi come "la scelta di un paese normale" ricordando che "Berlusconi è stato il fondatore della seconda repubblica, del bipolarismo, del centrodestra”. Per poi aggiungere: "In questo momento il centrodestra è maggioranza elettorale nei sondaggi e nel ‘sentiment‘ del Paese. L’elezione di Berlusconi al Quirinale sarebbe naturale, legittima e pacificatrice. Sarebbe, sarà".
E' così che si innesta un'idea, travalicando quella che poteva apparire come una semplice ipotesi. Perché i giornali già alzano il volume del megafono e c'è chi sostiene che in caso di voto anticipato e conseguente vittoria delle elezioni - come suggeriscono la maggior parte dei sondaggi - Lega e Forza Italia spingeranno per la candidatura dell'uomo di Arcore come capo dello Stato, in vista del 2022.
Inutile girarci attorno. L'idea che Silvio Berlusconi possa salire al Quirinale è indegna. E' un fatto noto che il nostro Paese ha la memoria corta, ma così si passa totalmente il segno.
E' vero. Silvio Berlusconi ha segnato la storia della Seconda Repubblica, ma i fatti non possono essere dimenticati. E non serve andare troppo indietro con la memoria.
Proprio nei giorni scorsi la sentenza della Corte d'assise di Reggio Calabria del processo 'Ndrangheta stragista, affrontando la successione di attentati ai carabinieri in Calabria e la tentata strage dell'Olimpico, aveva ricordato che gli stessi erano avvenuti "in un momento in cui le organizzazioni erano alla ricerca di nuovi e più affidabili referenti politici, disposti a scendere a patti con la mafia, che furono individuati nel neopartito Forza Italia di Silvio Berlusconi in cui erano confluiti i movimenti separatisti nati in quegli anni come risposta alle spinte autonomistiche in Sicilia e Calabria".
Quanti organi di informazione hanno dato voce alla sentenza?
Pochi. Nessuno tra le televisioni. E' dal silenzio che passa l'ignoranza.

Memoria corta
L'Italia dimentica che Silvio Berlusconi è un pregiudicato, condannato in via definitiva a quattro anni per frode fiscale (pena scontata), salvato da numerose leggi ad personam e prescrizioni in altri processi ed oggi ancora indagato dalla Procura di Firenze, assieme all'ex senatore Marcello Dell'Utri, come mandante esterno delle stragi del 1993.
L'Italia dimentica le considerazioni dell'ex Premier sui temi della giustizia, gli editti bulgari e quell'idea di bavaglio mai sopita contro la stampa.
L'Italia dimentica che Berlusconi era iscritto alla loggia massonica segreta P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli. Una struttura che aveva elaborato un Piano di rinascita democratica che prevedeva una strategia di conquista dall’interno della politica, della magistratura, dell’informazione.


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L'ex senatore, Marcello Dell'Utri e l'ex premier, Silvio Berlusconi © Imagoeconomica


Gli obiettivi della P2
L'Italia dimentica che il 17 marzo 1981, durante le perquisizioni nella villa e nella fabbrica di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo) nell'ambito delle indagini sul presunto rapimento di Michele Sindona, venne rinvenuta una lista degli affiliati alla loggia. La presidenza del Consiglio dei ministri la rese pubblica il 21 maggio dello stesso anno. Tra i 962 nomi in elenco vi erano 44 parlamentari, 2 ministri, un segretario di partito, 12 generali dei Carabinieri, 5 generali della Guardia di Finanza, 22 generali dell'esercito italiano, 4 dell'aeronautica militare, 8 ammiragli, magistrati e funzionari pubblici, direttori e funzionari dei servizi segreti, giornalisti e imprenditori. Tra i nomi di rilievo vi era proprio quello di Silvio Berlusconi (numero di riferimento 625), all'epoca presidente Fininvest, poi fondatore di Forza Italia assieme, tra gli altri, al condannato per mafia Marcello Dell'Utri (condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) e dal 1994 più volte presidente del Consiglio.

Berlusconi e la mafia
In questi anni abbiamo sentito più volte Berlusconi sostenere il proprio impegno antimafia con i suoi governi che hanno "reso permanente e inasprito il 41 bis, che sono stati arrestati 1.296 latitanti mafiosi (32 fra i principali ricercati); il Procuratore Antimafia ha avuto più poteri; sono stati sequestrati e confiscati 49.035 beni alla mafia, per un totale di 25 miliardi di euro".
Si dimentica però che Silvio Berlusconi, lo dicono le sentenze, ha pagato la mafia "cospicue somme di denaro". Basta leggere le motivazioni della sentenza di condanna per concorso esterno nei confronti di Marcello Dell'Utri. I giudici certificano che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, l’ex senatore è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. Inoltre “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Cinà (Gaetano Cinà, boss mafioso, ndr) sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”.
La Cassazione aveva poi evidenziato come vi fosse un “patto di protezione andato avanti senza interruzioni” in cui Dell’Utri era il garante per “la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”.

Quale lotta alla mafia?
Sulle strabilianti azioni antimafiose intraprese dai governi “Berlusconi & company” hanno sempre straparlato decine e decine di “vassalli”, “valvassori” e “valvassini”.
Basta andare con ordine per capire che la storia è ben diversa dalle apparenze che si vogliono rappresentare.
Nella sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia viene passata in rassegna un'importante testimonianza come quella dell'ex ministro Roberto Maroni che, in un’intervista al Tg3 del 16 luglio 1994, denunciò l'"imbroglio" con cui il Consiglio dei ministri aveva approvato il "decreto Biondi" (anche conosciuto come "Salvaladri").
Con quella normativa si vietava la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la Pubblica Amministrazione e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione.
Inoltre, sottobanco, sarebbero state inserite disposizioni che favorivano Cosa Nostra.
Un decreto che, hanno evidenziato i giudici della Corte d'Assise di Palermo, interveniva sull'articolo 275 del codice di procedura penale. Se prima di allora si prevedeva che “… quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all’art. 416 bis… ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo… è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari”. Di fatto, mentre per gli altri reati la custodia cautelare era l’extrema ratio, per i reati di mafia era una scelta obbligata fino a prova contraria. L’articolo 2 del decreto Biondi modificava quella norma: nel senso che anche per i delitti di mafia il giudice, prima di applicare la custodia in carcere, avrebbe dovuto cercare e illustrare le esigenze cautelari, prima date per scontate. Inoltre si restringeva ulteriormente la possibilità di arresto preventivo in caso di pericolo di fuga: non bastava più il “concreto pericolo che l’imputato si dia alla fuga”, ma occorreva provare che l’indagato “stia per darsi alla fuga”. Inoltre vi era anche un altro articolo, l’art. 9, (che portò Maroni a denunciare anche in televisione il fatto) in cui si diceva: 'Nell’art. 335 del C.C.P. il comma 3 è sostituito dal seguente: le iscrizioni previste dai commi 1 e 2 sono comunicati alla persona alla quale il reato è attribuito, al suo difensore e alla persona offesa che ne facciano richiesta. Se sussistono specifiche esigenze attinenti all’attività di indagine il pubblico ministero può disporre con decreto motivato il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore complessivamente a 3 mesi'.
Maroni, sentito nel dicembre 2016 come teste, aveva ribadito di essersi sentito "imbrogliato" perché quella norma era stata inserita nel testo a sua insaputa. Fu una telefonata del Procuratore Caselli ad avvisarlo che con quella norma diventavano difficili, se non impossibili, le indagini sulla mafia. Il 23 luglio 1994 il decreto venne poi ritirato per una questione relativa alla ritenuta mancanza di motivi di urgenza.


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Il super boss di Cosa nostra, Leoluca Bagarella © Letizia Battaglia


Destra o sinistra?
Successivamente, caduto il governo dopo appena 7 mesi, vi furono anche altri interventi della politica sul tema antimafia.
L'Ulivo, con l’appoggio del centrodestra dal ’96 al 2001, arrivò a decretare la chiusura di Pianosa e Asinara, l'abolizione di fatto dell’ergastolo (per due anni), e la predisposizione di una legge anti-pentiti.
Ciò non bastava a Cosa nostra che al punto 2 del papello di Riina recitava: “Annullamento decreto 41-bis”.
E' noto che nel 2002 il boss stragista Leoluca Bagarella, intervenendo in teleconferenza a un processo dal carcere de L’Aquila, lesse una dichiarazione a nome dei detenuti in sciopero della fame contro i politici che non avevano mantenuto le promesse sul 41-bis: “Siamo stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche”. E il 22 dicembre, allo stadio di Palermo, comparve uno striscione a caratteri cubitali: “Uniti contro il 41-bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Il 27 dicembre l'ex premier, intervenendo in conferenza stampa al municipio di Catania, rispose quasi giustificandosi che "il 41 bis contiene una filosofia illiberale, ma siamo stati costretti ad adottarlo affinché permanga per tutta la legislatura, perché la gente ha diritto a non avere paura”.

Rinnovamento 41 bis
E' proprio di quell'anno il "rinnovato” 41-bis. Con la legge 279 si trasforma il carcere duro per i mafiosi da provvedimento amministrativo straordinario, rinnovato di semestre in semestre dal ministro della Giustizia, in una misura stabile dell’ordinamento penitenziario. Quello che in apparenza sembrava come un duro attacco alla mafia, però, sortì un effetto opposto. E così vi furono centinaia di boss che ottennero la revoca del 41-bis dai Tribunali di sorveglianza, per una serie di difficoltà interpretative della nuova legge e perché la riforma agevolava le richieste di annullamento.
Nel 2006, con il governo di centrosinistra in auge, ma anche con l'appoggio del centro destra, vi fu il mega-indulto Mastella di tre anni, che includeva anche i reati collegati a quelli mafiosi e il voto di scambio politico-mafioso. Votarono contro Idv, Pdci e Lega.
Il 2008 è l'anno del terzo governo Berlusconi, anticipato da una campagna elettorale in cui non erano mancati gli "elogi", suoi e del "buon Marcello", al compianto "stalliere" di Arcore, il boss di Porta Nuova Vittorio Mangano, che fu definito "eroe" per non aver detto nulla ai magistrati rispetto i rapporti avuti con entrambi.

Quale senso dello Stato?
Che senso dello Stato potrebbe avere l'ex Premier che al processo Stato-mafia nel novembre 2019 scelse la via del silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere?
Ma c'è un altro aspetto che vale la pena approfondire: quell'inchiesta sull'ex premier come mandante esterno delle stragi.
Il fascicolo è stato riaperto nel 2017 dopo la trasmissione di atti, pervenuti da Palermo, con le intercettazioni dei colloqui in carcere del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.
"Berlusca mi ha chiesto questa cortesia, per questo c'è stata l'urgenza” diceva il capomafia durante l’ora di passeggio con il camorrista Umberto Adinolfi nel carcere di Ascoli Piceno".
In quelle conversazioni, avvenute tra il 19 gennaio 2016 e il 29 marzo 2017, si diceva anche altro. A parlare era sempre Graviano: "Nel ‘92 già voleva scendere, voleva tutto, ed era disturbato... In mezzo la strada era Berlusca... lui voleva scendere... però in quel periodo c’erano i vecchi... lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa...". Ed è questo secondo gli inquirenti un altro riferimento alla "cortesia". Ma in quel dialogo il boss di Brancaccio esprimeva anche altre considerazioni: "Nel ‘94 lui è ubriacato perché lui dice, ma io non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato... Pigliò le distanze... e ha fatto il traditore". O ancora "25 anni fa mi sono seduto con te... Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, tu cominci a pugnalarmi... Ma vagli a dire com’è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose...".


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Il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano


Parole che, se si ha a cuore veramente la ricerca della verità su quella stagione di terrore che portò alla morte i giudici Falcone, Borsellino, gli agenti delle scorte ed anche altre vittime innocenti, vanno doverosamente approfondite.
Può l'Italia avere come Capo dello Stato un soggetto indagato per le stragi? Si può passare dall'avere come Presidente della Repubblica il fratello di una vittima di mafia ad avere una "vittima" che pagava la mafia?
Sarebbe la vittoria dello Stato-mafia. E, forse, nel Paese delle mancate verità, della memoria corta, o peggio, di chi vuol far finta di niente, dentro e fuori le istituzioni, sarebbe la conclusione più ovvia.
(Prima pubblicazione: 25-01-2021)

Foto di copertina © Imagoeconomica

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