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L’ex magistrato del pool antimafia intervistato da "Memoria e futuro"

La sua esperienza con Falcone e Borsellino; le decisioni nefaste del CSM; le sue impressioni sul processo trattativa Stato-mafia; la mafia di ieri e di oggi. Sono gli argomenti trattati nell’intervista fatta da Giorgio Mannino all’ex membro del pool antimafia Leonardo Guarnotta per la rubrica "30 Minuti Con...", organizzata dall'Associazione Memoria e Futuro.
L'incontro streaming, trasmesso via social lo scorso 3 dicembre, è stato anche occasione per presentare il libro: “C’era una volta il pool antimafia. I miei anni nel bunker (edizioni Zolfo).
Rispondendo alle domande, Leonardo Guarnotta è partito da quel lontano 20 aprile del 1989, giorno in cui ricevette una chiamata dal Consigliere istruttore del tribunale di Palermo Antonino Caponnetto, il quale senza tanti preamboli gli chiese di entrare a far parte del pool.
“L’idea era di affidare tutte le indagini antimafia ad un gruppo di giudici in modo che ognuno di loro sapesse delle indagini degli altri - ha ricordato il magistrato - Lavoravamo assieme senza invidie, gelosie o manie di protagonismo”.
Grazie a questo metodo venero raggiunti risultati impensabili come quello del maxiprocesso di Palermo la cui sentenza, del 16 dicembre 1987, affermò per la prima volta l’esistenza di Cosa Nostra ed erogò numerose condanne, tutte confermate dalla Suprema corte il 30 gennaio 1992.
In un clima come quello del maxiprocesso lo Stato avrebbe dovuto dare supporto alla squadra dei giudici Palermitani e invece fece l’esatto opposto. Esattamente 37 giorni dopo la sentenza di primo grado, il 19 gennaio 1988 il CSM bocciò la candidatura di Giovanni Falcone a capo dell’ufficio Istruzione di Palermo eleggendo al suo posto Antonino Meli, un giudice anziano ormai vicino alla pensione che smontò il pool antimafia tornado ad applicare il vecchio sistema di contrasto alla criminalità organizzata. “Il CSM - ha commentato Guarnotta - è come se avesse detto, basta. Vi siete divertiti, vi siete regalati il maxiprocesso, ora basta”.
Secondo l’ex magistrato, nella lotta alla mafia, una parte delle istituzioni “stava al balcone”, scegliendo di non schierarsi apertamente contro Cosa Nostra. Ma questa scelta fu fatale perché nelle strategie di Cosa Nostra, come accade ancora oggi, l’isolamento rappresenta uno strumento fondamentale per eliminare chi costituisce un pericolo per gli interessi del sistema.
Gli esempi più eclatanti di questo furono proprio i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i quali prima di essere uccisi vennero lasciati completamente soli.

Falcone, Borsellino e le stragi
Ancora oggi sono molte le zone d’ombra che si nascondono dietro le stragi di Capaci del 23 maggio e quella di via D’Amelio del 19 luglio 1992. “C’è stata una prima verità, una prima sentenza che ovviamente non è definitiva. Non possiamo dire che questa possa essere confermata in secondo grado o in sede di legittimità. E in questi processi di carattere chiaramente politico la magistratura, il potere giudiziario, può arrivare fino ad un certo punto oltre il quale è necessario che termini l’omertà delle istituzioni, l’omertà dello Stato”. Queste sono state le parole dell’ex giudice rispetto al processo trattativa Stato-mafia, in cui per la prima volta nella storia d’Italia sono stati portati alla sbarra uomini delle istituzioni accanto a uomini di Cosa nostra. Guarnotta, collegandosi alla sentenza di primo grado del 20 aprile del 2018, ha chiesto inoltre che venga fatta piena luce sulle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “Io spero che ci sia questa volontà da parte dello stato perché i nostri due morti Paolo e Giovanni, ma anche Rocco Chinnici, lo meritano. Noi dobbiamo sapere, noi che abbiamo lavorato accanto a questi magnifici magistrati dobbiamo sapere la verità perché noi glielo dobbiamo.

La mafia oggi
Infine Guarnotta, facendo riferimento ai cambiamenti di questi ultimi decenni, ha evidenziato come oggi la mafia si manifesti in modo diverso rispetti al passato. L’ex magistrato l’ha infatti descritta come “silente e trasparente”. Una mafia che ha cambiato strategia, presentandosi come commerciante, professionista e imprenditrice. Quindi non è più un problema solo meridionale, come ancora pensano alcuni. Si tratta di un cancro che ha preso forma all’interno della società sia nel contesto nazionale e soprattutto in quello internazionale. In effetti i traffici e gli interessi del sistema mafioso si sono indirizzati verso quelle aree in cui è presente molta ricchezza sulla quale è possibile lucrare, come quelle del nord Italia o della Germania.
Secondo Guarnotta questo male non può essere combattuto solo con la repressione, in quanto questo ci costringe ad aspettare che il reato si compia, occorre agire invece di prevenzione facendo la cosa più semplice: “Parlare, parlare ai giovani, a tutti, nelle scuole, negli istituti di credito, a tutti. È importante parlarne purché se ne parli spesso perché il nostro nemico va assolutamente combattuto e spero nel più breve tempo possibile vinto”. Perché come disse Antonino Caponnetto: “La mafia teme più l’istruzione che la giustizia”.

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