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Oggi come ieri le mafie attraversano il consenso

Se c'è un metodo che ha sempre contraddistinto le organizzazioni criminali è quello della ricerca del consenso sociale. Un dato che è emerso anche in indagini recenti e che gli inquirenti, in tempi di emergenza sanitaria, hanno più volte evidenziato.
Nei mesi scorsi il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, intervistato da Carlo Piano su Il Secolo XIX, aveva ricordato come ci siano stati casi in cui le mafie “hanno dimostrato quella generosità interessata che li ha sempre caratterizzati”. “Non sono mai stati dalla parte della povera gente - evidenziava il magistrato - Hanno sempre calcolato ogni loro iniziativa, sempre funzionale a logiche di consenso sociale. Garantire cibo, arrivare in certi posti prima dello Stato significa aumentare la loro credibilità sul territorio, garantendo servizi che poi diventano obblighi”.
Quel “modus operandi” non è tipico solo nel nostro Paese. Anche in Sudamerica le organizzazioni criminali hanno saputo sfruttare il disagio sociale del popolo, inserendosi tra le pieghe dell'incapacità istituzionale a far fronte ai bisogni più elementari.
Ed è così che è nato il “mito” di Pablo Escobar.
Al vertice del cartello di Medellìn, da lui stesso fondato assieme ai fratelli Ochoa e Josè Gonzalo Rodriguez Gacha, riuscì ad avere il controllo sullo smercio dell’80% della cocaina mondiale.
Al culmine del suo potere, si stima incassasse più di 80 milioni di dollari al giorno, soldi che prontamente investiva in attività sociali costruendo campi da calcio, scuole, ospedali.
In questo modo si spacciava come un “Robin Hood” o un “rivoluzionario politico” dalle nuove e giovani idee, spesso anche distribuendo soldi alla popolazione colombiana in cambio di estrema fedeltà.
Ma non era altro che un sanguinario narcotrafficante senza scrupoli che al Potere, in Colombia, dava del “Tu”. Infatti, durante il suo regno di 17 anni ai vertici dell’impero colombiano della cocaina, ordinò l’uccisione di migliaia di persone, tra cui giudici, ministri e persino un candidato presidente. Conoscere la sua storia diventa fondamentale per comprendere le logiche di un potere internazionale che sull'asse Sud America-Italia, ad oggi, frutta alla 'Ndrangheta svariati miliardi di euro l'anno. Numeri che, come ha sempre ricordato Gratteri, possono anche alterare una democrazia.

Primi anni di vita
Pablo Emilio Escobar Gaviria nacque il 1° dicembre 1949 nella cittadina di Rionegro, a 45 minuti da Medellín, in Colombia. Crebbe in una famiglia modesta ed era il terzo di 7 figli. Suo padre Abel era un umile contadino, mentre sua madre Hermilda un’insegnante di scuola. Rionegro era un piccolo villaggio la cui economia era basata sul commercio di cocaina e marijuana. Così fin da giovanissimo Pablo cominciò a conoscere la violenza che accompagnava il traffico della droga e l’illegalità.
A scuola Pablo si dimostrò uno studente brillante e talentuoso in tutti gli sport, in particolare nel calcio. A 13 anni entrò a far parte di un movimento di cultura giovanile noto come Nadaismo (dadaismo in versione colombiana) che incoraggiava i giovani a sfidare e a schierarsi contro l’ordine stabilito ed a disobbedire ai genitori. Parte di questo movimento di controcultura prevedeva la sperimentazione di droghe, portando il futuro boss a sviluppare una dipendenza dalla marijuana che non lo avrebbe mai più abbandonato. Un paio di mesi prima del suo diciassettesimo compleanno lasciò la scuola, annoiato dalla solita routine e desideroso di farsi strada nel mondo. Avviò così una piccola officina per riparazioni di biciclette e con i soldi guadagnati da questa impresa riuscì a comprare una lambretta con cui iniziò a pianificare un modo per fare soldi più facilmente: le rapine di negozi. Dopo alcune rapine andate a buon fine reclutò suo cugino Gustavo Gaviria e con quest’ultimo stabilì un contatto con un rivenditore Renault che gli procurò le copie delle chiavi delle auto appena vendute, con tanto di indirizzi degli acquirenti così da poterle rubare indisturbatamente. Durante uno di questi furti finì in carcere a La Ladera, che si rivelò essere per lui una vera università del crimine. Qui infatti apprese dai carcerati più anziani tutto su rapimenti e sul traffico di droga.


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Reputazione violenta e la specializzazione in rapimenti
Una volta tornati in strada, Pablo e suo cugino Gustavo ricominciarono subito a rubare auto e, così facendo, accumularono una grande quantità di ricambi rubati da rivendere a poco prezzo. I due non si limitarono al solo furto d’auto ma decisero, in stile mafioso, anche di “vendere protezione” (chiedere il pizzo) agli abitanti di Medellín, i quali sborsarono indigenti somme di denaro per assicurarsi che le loro auto non venissero rubate.
Escobar acquisì ben presto la reputazione di giovane imprevedibile e violento: infatti, se qualcuno gli doveva dei soldi, non ci pensava due volte ad assumere uno scagnozzo per rapire la persona e farsi così pagare in forma di riscatto. Spesso, semplicemente per intimorire il popolo e accrescere la propria reputazione, faceva uccidere la persona rapita anche se il riscatto veniva pagato.
Divenne un esperto nei rapimenti e ancora una volta, con l’aiuto di suo cugino, rapì un ricco uomo d’affari di nome Diego Echavarrìa. Quest’ultimo non era visto bene da gran parte degli operai poveri di Medellin, che venivano spesso licenziati e abbandonati alla povertà da industriali come lui. Nonostante la famiglia avesse pagato il riscatto di 50.000 pesos, Echavarrìa venne picchiato, strangolato e gettato in un fosso. La scelta della vittima, anche commettendo un terribile crimine, lo rese estremamente popolare tra la gente povera di Medellín, la quale vedeva nel ricco Echavarrìa nient’altro che uno spietato sfruttatore della povera gente.

Il Narcotraffico
Nel 1971, iniziò a lavorare per il contrabbandiere di Medellín, Alvaro Prieto. Sotto la guida di Prieto, partecipò al traffico di una discreta quantità di droga ma con un ruolo marginale. Dopo poco tempo, tuttavia, decise di incrementare i suoi guadagni e così alla guida della sua Renault 4 rubata, trasportò dall’Ecuador alla Colombia 5 Kg di pasta di cocaina peruviana, attraversando una serie di posti di blocco di polizia e militari. Una volta tornato a Medellín, raffinò la cocaina e si mise in contatto con i fratelli Ochoa che lo aiutarono a vendere la merce a Fabio Restrepo, il principale trafficante di cocaina del luogo.
L’affare fu un successo e gli rese quasi centomila dollari, superando di gran lunga qualsiasi cosa avesse fatto in precedenza e mettendolo saldamente sulla strada del traffico di droga ad alto livello.
Dopo due mesi venne assassinato Fabio Restrepo e da quel momento Pablo Escobar diventò il nuovo capo delle operazioni di traffico di coca a Medellín. Non esistono prove che Escobar abbia ucciso Restrepo, ma tutti in città sapevano il reale svolgimento dei fatti e cominciarono a temere Escobar ed i suoi spietati scagnozzi. All’età di soli 26 anni Pablo Escobar era a capo del sindacato della coca di Medellín.

Ai vertici del cartello
Sotto la sua guida l’industria della cocaina divenne efficiente ed altamente organizzata.
Il commercio di cocaina che da Panama, attraverso la Colombia, arrivava direttamente negli Stati Uniti crebbe esponenzialmente alla fine degli anni ’70. Acquistò così un Jet privato ed una completa flotta di piccoli aeroplani ad elica che usava per trasportare la droga negli Stati Uniti, dove la domanda di cocaina pareva essere inesauribile.
Tra il 1976 ed il 1980 esorbitanti somme di denaro si riversarono nelle sue tasche, con depositi nelle quattro principali banche del paese. Pablo usava i suoi milioni, viaggiando in Perù, Bolivia e Panama per acquistare tutte le fattorie di coltivazione e gli impianti di lavorazione della coca. Riuscì a comprare anche la compiacenza delle polizie dei vari paesi, sviluppando la famosa politica nota come “plato o plomo” (argento o piombo) che costringeva le forze dell’ordine a corrompersi accettando grandi somme di denaro o in caso contrario, morire.
Nel 1980 Pablo Escobar era al culmine del suo potere e aveva tutte le forze dell’ordine sul suo libro paga: era il re incontrastato di Medellín.
Possedeva ville e palazzi, macchine di lusso e da corsa, elicotteri, aerei ed era costantemente circondato da un gran numero di guardie del corpo. Il denaro della cocaina trasformò completamente Medellín, dove nacquero discoteche alla moda e ristoranti di lusso in tutta la città.
Fece costruire campi da calcio perfettamente livellati ed illuminati per sé e per la sua banda e tutta la popolazione di Medellín. Era noto che chiamasse famosi radiocronisti della televisione per commentare le partite della sua banda, come se fosse una finale di trofei internazionali.
Si regalò una lussuosa tenuta su un terreno di 30 Kmq, chiamata Hacienda Los Napoles, dove fece costruire un enorme palazzo che poteva ospitare centinaia di ospiti. La struttura era fornita di sei piscine ed inoltre Escobar acquistò animali esotici da tutto il mondo da destinare al suo zoo privato.
In questo stesso periodo cominciò a occuparsi della sua immagine pubblica. Negava costantemente di essere coinvolto in qualsiasi attività illecita, interpretando al contrario un personaggio umile ed educato. Coltivava la falsa immagine di un combattente per la libertà dei meno privilegiati e si proponeva come alternativa all’allora attuale establishment.
Per dar credibilità al suo inganno donò milioni di dollari ai programmi di edilizia sociale, a beneficio dei più poveri.
Di fatto (ed è questo l'assurdo per cui le mafie ancora oggi godono di consenso sociale), tra il 1980 e il 1982 fece di più lui per aiutare i poveri di Medellín di quanto il governo colombiano avesse mai fatto in decenni. Una delle sue iniziative più famose fu il progetto di edilizia popolare chiamato Barrio Pablo Escobar, dove fece costruire migliaia di case per le famiglie che vivevano rifugiate in baracche presso la discarica della città. Questo ed una serie di altri progetti lo resero il cittadino più popolare di Medellín.
In privato, Pablo si atteggiava in modo molto discreto. Parlava a bassa voce ed era rilassato e disinvolto con quelli che lo circondavano. Era estremamente indulgente con se stesso circondandosi di ottimo cibo, bevande, donne e si considerava al di sopra di ogni legge.


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Medellín, capitale di Antioquia (Colombia)


Carriera politica
Con la sua popolarità tra le masse e la ricchezza del suo impero economico, il successivo passo logico per Escobar fu la politica. Il suo esordio avvenne nel 1978 quando venne eletto consigliere comunale a Medellín. Nel 1980 contribuì personalmente e finanziariamente alla formazione di un nuovo movimento politico nazionale chiamato Alternativa Liberal.
Tra la fine del 1981 e l'inizio del 1982, data l’esposizione politica e la nascita di nuovi gruppi di ribelli intenzionati a creare guerriglie urbane, intuì di aver bisogno di maggior controllo del territorio colombiano e dei suoi possedimenti. Così dopo una serie di incontri tra membri del cartello di Medellín, militari colombiani, membri della società statunitense Texas Petroleum, politici, piccoli industriali e ricchi allevatori, nacque il MAS (acronimo di Muerte a Secuestradores, "Morte ai rapitori"): organizzazione paramilitare incaricata di difendere gli interessi economici dei fondatori, di reprimere i fenomeni di guerriglia e di fornire protezione per le élite locali minacciate da rapimenti ed estorsioni.
Nel 1982 venne eletto al Parlamento, godendo così dell’immunità parlamentare, grazie alla quale, ai sensi della legge colombiana, non poteva essere condannato per alcun crimine. La posizione gli procurò anche un passaporto diplomatico, che usava per portare regolarmente la sua famiglia in viaggio negli Stati Uniti.
La sua esposizione politica si rivelò però essere l’inizio della sua caduta. Mentre a Medellín era visto come una sorta di Robin Hood, la maggior parte della società colombiana lo vedeva per quello che era veramente: uno spietato trafficante di droga.
Il 16 Agosto 1983, giorno in cui partecipò per la prima volta all’assemblea parlamentare, venne gravemente (e giustamente) accusato dal ministro della giustizia Rodrigo Lara a seguito di un reclamo di corruzione arrivato nei suoi confronti. Lara sosteneva che Escobar proveniva da una zona della Colombia estremamente povera e che attraverso “astuti” accordi commerciali in biciclette, era adesso a capo di un vasto impero, metteva in scena azioni di beneficienza con le quali cercava di corrompere persone bisognose e ancora affermava l’esistenza di indagini e prove in corso negli Stati Uniti atte a confermare la condotta criminale del parlamentare. A tali affermazioni Escobar, attonito, non riuscì a replicare e quando uscì dal parlamento venne assediato dai giornalisti. Attraverso il suo avvocato fece informare Rodrigo Lara che se non avesse presentato le prove delle sue affermazioni entro 24 ore avrebbe esperito un’azione legale nei suoi confronti. Il Ministro Lara riuscì a presentare le prove a fondamento delle sue accuse e nei giorni seguenti i giornali erano pieni di ogni sorta di rivelazione sull’attività criminale di Pablo Escobar.

L’inizio del declino
Escobar era ora una persona non grata negli ambienti politici. Venne espulso da Alternativa Liberal e l’Ambasciata degli Stati Uniti gli revocò il visto diplomatico. Anche la chiesa cattolica prese le distanze. Il governo sequestrò persino gli 85 animali esotici nel ranch del Narcos, affermando che erano entrati illegalmente nel paese. La carriera politica di Escobar era ormai in rovina.
Il governo colombiano, su sollecitazione di Rodrigo Lara, accelerò la definizione di un trattato di estradizione con gli Stati Uniti che lo mise a rischio di venire processato per il traffico di cocaina in America.
Nel maggio 1984 però, il Ministro della Giustizia Rodrigo Lara venne assassinato con sette colpi di pistola mentre si trovava nella sua limousine. Adesso però Escobar si trovava da solo a combattere contro nemici ancora più potenti di lui, dato che anche il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan prese posizione e annunciò il proprio impegno nel contrasto al Narcotraffico colombiano.
Dopo la morte di Rodrigo Lara infatti il governo colombiano era disposto a collaborare con le autorità americane per dare la caccia ai narcotrafficanti ed in particolare a Pablo Escobar e al cartello di Medellín.
Il delitto Lara aveva aperto gli occhi a gran parte della popolazione colombiana sulla vera natura di Escobar: la situazione per il Narcos colombiano divenne presto insostenibile e fu infatti costretto a lasciare la Colombia volando in elicottero a Panama City.
Dopo poche settimane in esilio, Escobar cominciò a studiare un modo per rientrare in patria: cercò infatti di trattare col governo colombiano, facendo una proposta in base alla quale si impegnava a cessare ogni attività illecita e ad usare la sua enorme influenza per liberare la Colombia dal traffico di droga. In cambio volle conservare i suoi beni a Medellín e l’esonero dall’arresto o dall’estradizione negli Stati Uniti.
L’offerta venne seccamente respinta. Nel frattempo la sua assenza dalla Colombia mise a rischio il suo controllo sul cartello di Medellín.
Durante questi mesi di fuga, ci fu un evento che scosse il narcotrafficante e che fece precipitare probabilmente le cose: il rapimento del padre. A questo il narcos rispose rabbiosamente ordinando una vera e propria mattanza in tutta Medellín: dozzine di rapitori sospetti vennero uccisi a colpi di arma da fuoco finché, alla fine, Escobar senior venne rilasciato senza che fosse pagato alcun riscatto.


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La guerra allo Stato
Nel mezzo della carneficina per il rapimento di suo padre, Pablo tornò in Colombia. Ora era determinato ad affrontare lo stato colombiano con ogni sua risorsa. Finché rimaneva a Medellín era di fatto intoccabile, avendo comprato tutti i funzionari di polizia. Ciò gli permetteva, pur essendo l’uomo più ricercato del paese, di muoversi liberamente per le vie della città.
La sua furia vendicativa durante la metà degli anni ’80 si concentrò sulla magistratura, in particolare nei confronti di quei giudici che sostenevano il trattato di estradizione con gli Stati Uniti. In questo periodo più di trenta giudici vennero uccisi a colpi di arma da fuoco.
Nel novembre 1985 sborsò circa un milione di dollari per assoldare il gruppo di ribelli e guerriglieri M-19 e prendere d’assalto il Palazzo di Giustizia. Tenne così in ostaggio l’intero Tribunale Supremo e chiese al Governo di rinunciare al trattato di estradizione. Durante l’assedio 11 dei 24 giudici del Tribunale Supremo persero la vita.
La lunga campagna sanguinaria e stragista del Narcos sembrava ormai inarrestabile e fece tremare l’intera Colombia. All’inizio del 1988 gli omicidi venivano annunciati quasi quotidianamente, tanto che venne addirittura dichiarata la legge marziale per scongiurare la caduta dello stato. Il 18 agosto 1989 le squadre di Escobar uccisero il candidato alla presidenza Luis Galan e il capo della Polizia di Stato.
Nei quattro mesi seguenti, il governo colombiano rispose arrestando ed estradando negli Stati Uniti più di venti sospetti trafficanti di droga. Nacque anche un’unità speciale della Polizia Nazionale Colombiana (chiamata Bloque de Búsqueda) che sorvegliava le vie di Medellín appositamente per dare la caccia a Pablo Escobar. In un solo mese il 15% delle unità speciali venne ucciso dalle squadre del Narcos.
Pablo era letteralmente in guerra con il suo governo e gli riuscì a infliggere a quest’ultimo enormi perdite. Allo stesso tempo era un uomo costantemente in fuga, riuscì a restare sempre un passo avanti ai suoi inseguitori, ma era affaticato dai costanti trasferimenti.
Nel ’91 esausto, accettò di negoziare e si impegnò a porre fine alla violenza, e ad interrompere tutte le attività criminali consegnandosi spontaneamente alle forze dell’ordine. In cambio ottenne un trattamento preferenziale in una prigione di sua scelta ed una sentenza ridotta. L’accordo consisteva nel confinamento obbligatorio per 5 anni con il resto dei sicari del cartello di Medellín a La Catedral, una prigione privata che lui stesso edificò, ricca di comfort e lussi di ogni tipo. Inoltre nell’accordo ottenne la scelta delle guardie di sicurezza del carcere che ovviamente erano tutte ben retribuite dal Narcos, assicurandosi così la continuità delle attività illecite anche durante gli anni di prigionia. Per questo nei primi mesi del ’92 la polizia elaborò un piano per prelevarlo dalla sua prigione-fortezza e trasferirlo in una prigione più convenzionale. Ma Pablo avendo talpe ovunque riuscì ad intuire il piano e fuggì prima che le autorità riuscissero a trasferirlo.

La latitanza e la morte
La caccia al Narcotrafficante quindi ricominciò. Questa volta al reparto speciale dell'esercito statunitense Delta Force e ai Navy SEAL si aggiunse la collaborazione del cartello di Cali (da anni contrapposto agli uomini di Medellín) e un gruppo di cittadini-vigilanti noto come Los Pepes, che stava per "Persone perseguitate da Pablo Escobar". Questi ultimi uccisero più di trecento persone collegate ad Escobar ed alla sua organizzazione e distrussero la maggior parte delle sue proprietà.
Dopo la fuga da La Catedral, Pablo era costantemente in marcia, accompagnato ormai dal solo Álvaro de Jesús Agudelo la sua più fedele guardia del corpo, conosciuta col soprannome di Limón. Tutti gli altri suoi stretti collaboratori erano morti e la sua organizzazione era ormai a pezzi.
La fuga di Pablo Escobar terminò il 2 dicembre 1993, dopo circa 16 mesi di latitanza, quando i membri della squadra speciale colombiana Bloque de Búsqueda localizzarono il suo radiotelefono in una casa nel barrio di Los Olivos a Medellín. La squadra speciale circondò il nascondiglio e dopo un breve inseguimento con scontro a fuoco sui tetti delle case del quartiere, riuscì ad uccidere il Narcos e la sua fedele guardia del corpo Limón. Il figlio, Sebastian Marroquin, ritiene però che il padre si sia suicidato.


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I legami con la CIA e la DEA
Diversi anni dopo la morte di Pablo Escobar emersero clamorose e drammatiche verità legate alla vita del Narcotrafficante. A quanto pare, il Colombiano aveva avuto stretti contatti nella sua lunga carriera criminale con organi di sicurezza mondiali del livello di CIA e DEA. A rivelarlo fu sempre Juan Pablo Escobar, figlio del trafficante, pubblicando un libro nel 2009 che descriveva il lato crudele ed oscuro del mafioso sudamericano distruggendo di fatto la figura del mitico Narcos creata dai mezzi di comunicazione e avvicinando le persone alle controverse realtà mafiose più dall’interno. “Ciò che si scopre nel mio libro è che mio padre lavorava per la CIA, vendendo cocaina i cui proventi servivano a finanziare la lotta anticomunista in tutto il Centroamerica. Questo fatto colloca la figura di mio padre in un contesto storico differente, dove alcuni pezzi si iniziano a incastrare” affermò Juan, che aprì una completa nuova visione mafiosa al pubblico e collocò gli stati come diretti soci in affari delle organizzazioni criminali. Nel libro, il figlio del Boss analizzò e spiegò chiaramente gli affari portati avanti dal padre con organizzazioni come DEA, CIA e vari funzionari degli Stati Uniti accusando gli stessi di essere colpevoli tanto quanto il Boss della scalata criminale e sanguinaria che portò Escobar ai vertici dei cartelli e del narcotraffico mondiale. “Quando scoppiò lo scandalo Iran-Contras, vi era coinvolto il colonnello Oliver North dell’esercito nordamericano e, dietro di lui, c’era la CIA, il cui capo era George Bush, padre. Dopo diventò vicepresidente dell’amministrazione Reagan e incaricato della lotta antidroga. Lo stesso personaggio i cui impiegati stavano lavorando con mio padre per vendere droga e portarla negli Stati Uniti, con il beneplacito di molti” affermò il figlio di Pablo Escobar. “Sono tutti punti interrogativi che chiaramente iniziano a trovare risposta e ci rivelano una realtà dietro il commercio del narcotraffico molto diversa da quella che sogniamo. Perché fino ad ora ci hanno detto: 'i narcos latinoamericani hanno la capacità di eludere tutti i controlli', ma questo non è eludere i controlli, questo è comprare i controlli, avere in mano i controlli ed avere come soci gli addetti ai controlli" aggiunse Escobar parlando della complicità del potere politico e della sicurezza, e continuò dicendo: "Faccio un esempio concreto. È il caso dei fratelli Rodríguez Orejuela, boss del cartello di Cali che si alleano con la DEA per combattere contro mio padre, fino a che finalmente escono dalla circolazione ed un anno dopo tutto il cartello è completamente smantellato. Due personaggi estradati negli USA che finirono negoziando con loro, senza dover consegnare nessuno, semplicemente consegnando denaro a patto che la sua famiglia non fosse inserita nella lista Clinton. Diedero 2.000 milioni di dollari, due persone. Quella somma va moltiplicata per tutti i narcos di cui non abbiamo neanche idea della loro esistenza. In sintesi, funziona così: lasciali crescere, aiutali a prosperare e quando diventano molto ricchi prendiamo i loro soldi. Tutti i paesi del mondo mi hanno concesso il visto ad eccezione degli USA. Il grande paradosso è che continuano a dare il visto ai narcos. Quindi forse non ho quel requisito. Mio padre è stato un ingranaggio del grande commercio del narcotraffico universale. Quando non gli è più stato utile, hanno dato l’ordine di ammazzarlo. È stato uno dei tanti patroni del male. E credo che questo libro mostra molti modelli, perché c'è sempre un pesce più grande”.

L’alta scuola stragista targata Riina
Mio padre era un osservatore e seguace di Totò Riina e chiaramente ha imparato da lui i suoi metodi violenti”, chiarì il figlio di Pablo Emilio Escobar Gaviria parlando dell’ammirazione che suo padre nutriva per la mafia italiana di Cosa Nostra. Lontano dall’essere una coincidenza, Juan spiegò che gli omicidi selettivi, le bombe, i sequestri e altre attività compiute dal Cartello di Medellín negli anni ‘80, erano stati una ripetizione letterale e rimarcata della pressione che il capo della mafia siciliana esercitava sullo Stato in quegli stessi anni. “Non sbaglio quando dico che la capacità di mio padre di sfidare lo Stato colombiano l’ha imparata da Totò Riina” disse Escobar, affermando di conoscere molto da vicino la storia del mafioso italiano, perché suo padre gli parlava continuamente di lui. Ed aggiunse: “Noi come famiglia, ed io come figlio, ci sedevamo a leggere le notizie di Totò Riina e vedevamo cosa era successo a Giovanni Falcone e anche gli altri omicidi e tutta la strategia terrorista che iniziò ad adottare per sottomettere le autorità". “In quell'epoca, per quello che io capisco, la mafia italiana era dentro gli Stati Uniti ma non voleva avere a che fare direttamente con il traffico di droga, c'era un altro tipo di attività mafiose che portavano avanti, perché consideravano che gli stupefacenti avrebbero portato loro molti più problemi, come in realtà alla lunga successe. Nacque una divisione tra quelle organizzazioni mafiose italiane che ritenevano che bisognava continuare a non invischiarsi in quel commercio, e questo avrebbe garantito loro tranquillità e libertà, e quelle altre fazioni che invece volevano farlo e pensavano che non dovevano rimanerne fuori, considerando la loro immensa capacità di distribuzione". Questo segnalò Juan Pablo Escobar, dando così, con la sua testimonianza diretta, la visione della complessità di un commercio che non si limita alla droga, ma è un sistema criminale integrato, mondiale, che coinvolge cartelli, mafie internazionali, eserciti, governi, servizi segreti e qualsiasi organismo di sicurezza.

In foto di copertina: Pablo Escobar e la città di Medellín

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