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Al festival Legalitria presentato il libro "Un morto ogni tanto"

Minacce di morte, intimidazioni, aggressioni, attentati. E' il rischio che ogni giorno corre un giornalista-giornalista, per dirla con le parole di Giancarlo Siani, che sceglie di occuparsi di mafia, di raccontarne i suoi intrecci, facendo nomi e cognomi, svolgendo il proprio dovere, informando e raccontato fatti e misfatti.
Paolo Borrometi, oggi vice direttore dell’Agi e direttore del sito indipendente La Spia.it, Paolo Borrometi è un giornalista che, per aver fatto il proprio lavoro, è stato massacrato di botte.
Ma ciò non gli ha impedito di continuare a denunciare così come ha fatto nel suo ultimo libro, "Un morto ogni tanto" (ed. Solferino) in cui racconta una serie di intrecci tra mafia e politica.
Un racconto inchiesta su sfruttamenti e violenze che si nascondono dietro la filiera del pomodorino Pachino Igp; per poi passare alla compravendita di voti, dal traffico di armi e droga. E poi le guerre tra i clan per il controllo del territorio.
Nelle pagine del libro si fotografa una mafia moderna che va oltre alla semplice
immagine della "coppola e della lupara" e che sceglie di infiltrarsi, di nascondersi nel tessuto economico della società per riciclare i proventi illeciti.
Una mafia che, però, non disdegna l'uso della violenza così come è accaduto a Borrometi. “Io ho avuto paura e ho paura ogni giorno. - ha detto il giornalista, intervenuto via web al festival Legalitria, ideato, diretto e organizzato dalla Società Cooperativa Radici Future Produzioni, con la direzione artistica di Leonardo Palmisano, andato in scena on line dal 9 al 14 novembre - Quella paura, però, non deve entrare nell’aspetto giornalistico, perché se io ho scelto, e difendo il mio diritto di scelta, di scegliere la professione, che per me è la più bella al mondo, e cioè di fare il giornalista, certo che ho paura, ma non l’ho fatta mai vincere”. “Quando mi aggredirono e mi dissero quella frase molto colorita (“non ti sei fatto i cazzi tuoi e se non te li fai questa è solo la prima”), - ha aggiunto - se io quel giorno avessi smesso, non avrei perso io, ma anche tutte quelle persone che, non grazie a Paolo Borrometi, ma grazie agli articoli, anche di altri colleghi, stavano scoprendo una parte di un territorio che non raccontava nessuno. Questo è fondamentale ed è un discrimine fortissimo che dobbiamo avere e comprendere, rendendoci conto che questo è deve essere il vero motore per muovere l’azione di un giornalista”.
Nonostante le minacce e progetti di attentato, Borrometi non si è mai fermato nel suo lavoro: “Sono parte offesa in 34 processi, anche contro capi mafia, ma in questi anni ho continuato a raccontare e quando mi sono reso conto che stessi mettendo troppo del mio e allora non ho più raccontato un determinato clan o boss”.



Con la tecnologia che avanza, i social network sono diventati luoghi anche per intimidire giornalisti. “I social sono importantissimi, sono fondamentali per la vita di ognuno di noi se utilizzati bene, però, dobbiamo stare attenti, perché non dobbiamo essere posseduti dai social ma possedere i social. - ha detto Borrometi, rispondendo alle domande della moderatrice Annamaria Minunno e a quelle di tanti giovani - Non possono essere utilizzati come la clava di qualcuno che per problemi personali, poi alla fine, altro non fa, che sfogarsi. I social devono essere utilizzati per condividere storie, denunce, io tento di utilizzarli così per diffondere quella che è la denuncia, ma non per rimanerne ostaggio di quelle che possono essere le minacce”.
Alla domanda se lo stato possa fare di più, oltre che assegnare una scorta, il giornalista ha sostenuto che “lo Stato fa molto, inteso come istituzione. Invece bisogna fare molto di più con lo Stato inteso come ognuno di noi: ci indigniamo troppo poco rispetto a tanti fatti. - ha continuato - Come si fa ad aiutare un imprenditore o magistrato sotto scorta? Non solo commuovendoci con le loro storie ma soprattutto praticando la legalità, non cercando la strada più semplice. Quando noi cerchiamo una raccomandazione, non è un reato, ma noi stiamo fregando una persona che ha studiato più di noi e che quella raccomandazione non ha. A furia di chiedere raccomandazioni troveremo qualcun altro che avrà la raccomandazione più forte della nostra e i fregati saremo noi. Utilizzando questo esempio per far capire che lo Stato deve stare accanto a chi denuncia, ma anche ogni cittadino deve stare accanto a chi denuncia. E se i ragazzi fanno squadra, a partire dai social, chi come me denuncia si sentirà meno solo”.
In conclusione, Borrometi si è rivolto ai giovani: “I ragazzi non sono solo il miglior futuro, ma anche i miglior presente, ma come tecnicamente? Studiando, non lasciando la propria vita nelle mani di qualcun altro, non delegando, essendo protagonisti del nostro presente delle nostre responsabilità di non cercare la strada più comoda o più breve perché in questo momento può apparire comoda, ma non nel domani”.

Foto © Imagoeconomica

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