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L’ex procuratrice capo del Tribunale per la ex Jugoslavia insieme ad altri relatori intervengono a Lugano per la presentazione di “Into the fire” al Film Festival dei diritti umani

“Abbiamo capito che qualsiasi conflitto armato, qualsiasi guerra comporta la commissione di crimini: crimini di guerra, crimini contro umanità e anche genocidi”. Queste sono state le parole con le quali Carla Del Ponte, già procuratrice capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, ha iniziato il suo intervento al Palazzo dei Congressi di Lugano, nell’ambito della Settima edizione del Film Festival dei diritti umani che si è tenuto in varie città della Svizzera dal 14 al 18 ottobre.
Lo scorso sabato è stato proiettato il documentario intitolato “Into the fire” diretto da Orlando Von Einsiedel e realizzato nel 2019 in un’area dell’Iraq distrutta dall’Isis. In questa specifica zona un gruppo di sole donne Yazidi dirette da Hana Khider, quotidianamente si muove tra campi, edifici e paesi distrutti dai bombardamenti, alla meticolosa ricerca di mine e di trappole rimaste inesplose, per cercare di eliminarle completamente e di neutralizzare il territorio. Ogni passo di queste donne resilienti e coraggiose deve essere studiato al dettaglio, perché un movimento sbagliato o calcolato male potrebbe valere la loro morte.
In questo contesto di guerre, di impunità e di migliaia di vittime e di famiglie rimaste senza giustizia e nel quadro della Convenzione sulle munizioni a grappolo presidiata dalla Svizzera che ne ha vietato l’utilizzo, si è sviluppato l’acceso dibattito svoltosi successivamente alla visione del documentario. La discussione è stata moderata dalla giornalista Alessia Candelari con ospiti di nazionalità sia svizzera sia italiana: Tibisay Ambrosini, responsabile Relazioni Istituzionali Campagna italiana contro le mine, Stefano Toscano, direttore del Centro internazionale per lo sminamento umanitario (GICHD), Félix Baumann, presidente della seconda Conferenza di revisione della Convenzione sulle munizioni a grappolo e Roberto Agosta, direttore Swiss Labs.

Del Ponte: senza volontà politica non ci può essere giustizia
“A livello internazionale niente succede se non c’è la volontà politica di ottenerlo, la giustizia internazionale ha potuto lavorare sul tribunale della ex Jugoslavia, sul tribunale del Ruanda e su altri tribunali ad hoc, tutto questo perché gli Stati hanno avuto la volontà politica di ottenere giustizia per le vittime”, ha affermato Carla Del Ponte, spiegando la sua esperienza su questi territori dove sistematicamente si è dovuta confrontare con un vero e proprio muro di gomma, perché fare giustizia è difficile e in pochi sono disposti a collaborare. “Devo dirvi che questa volontà politica non c’è più”, ha continuato poi l’ex procuratrice, ricordando il suo lavoro all’interno della commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu sulla Siria. Dal 2011 al 2017, sei anni di duro lavoro, di ricerca di prove credibili e verificabili e dopo tutto questo tempo la Del Ponte si dimise dalla stessa commissione. Aveva tentato di convincere il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, composto dai soli cinque paesi permanenti con diritto di veto (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito), ad istituire un tribunale speciale per la Siria, al fine di fare giustizia e condannare i responsabili degli atroci crimini commessi durante il lungo conflitto.
Ma il Consiglio di sicurezza non l’ha fatto, perché non c’era la volontà politica di mettere fine al conflitto, “soprattutto degli Stati che sono nel consiglio di sicurezza nell’Onu, perché il male sta lì”, ha spiegato il magistrato svizzero. “Perché in Siria non abbiamo giustizia per le vittime che sono tantissime? Perché ci sono la Russia e gli Stati Uniti. Evitiamo di metterli a confronto e non ci ricordiamo delle vittime di tutti questi crimini. La giustizia non è per le vittime della Siria perché politicamente non si vuole fare. Dobbiamo ammettere che è così”.
“Il consiglio”, ha poi aggiunto, “non riesce più ad adempiere al proprio mandato, non è solo l’aiuto umanitario, che è l’unica parte che funziona ancora abbastanza bene, ma uno dei grandi compiti della Onu è la pace e la democrazia. La pace nel mondo… Se ci guardiamo attorno, dobbiamo dire, che siamo in un brutto momento”.


Una lunga lista di responsabili rimasti impuniti
Nei territori distrutti dai bombardamenti, anche dopo la fine dei conflitti, intere comunità sono costrette a vivere quotidianamente una condizione di paura e di terrore che è indescrivibile.
“Io che avevo già fatto le commissioni dei crimini commessi in Jugoslavia e in Ruanda, non avevo mai visto l’orrore che invece ho visto nei crimini commessi in Siria: una crudeltà, una cosa inimmaginabile. Sia da una parte sia dall’altra, perché i crimini li commettono tutte le parti. Ma quello che più tocca è quando le vittime sono dei bambini”, ha spiegato la Del Ponte. La maggior parte delle zone di alcuni paesi come l’Iraq e la Siria, infatti, sono costellati di mine rimaste inesplose. Quest’ultime non si trovano solo sotto terra nei campi o nelle strade, ma anche all’interno dei frigoriferi o nei giocattoli dei bambini. “Solo pensare alla malvagità di qualcuno che ha ingegnato un ordigno tale a forma di giocattolo è impensabile”, ha detto Roberto Agosta, occupato nella riabilitazione fisica ed ortopedica di uomini, donne e bambini rimasti gravemente mutilati dall’esplosione delle bombe. “Mi ricordo di un bimbo Elia di 12 anni che andava nei campi insieme ai suoi amichetti a pascolare le pecore”, ha raccontato il direttore della Swiss Labs, “hanno trovato un ordigno e hanno iniziato a giocarci, a passarselo, questo è esploso e il bimbo ha raccontato come vedeva pezzi lacerati di sangue degli amici che gli arrivavano addosso. E mi chiedevo, che speranza può avere un bambino così di tornare alla vita normale?”. Nessuna. Perché sono vite sacrificabili pronte al martirio appena nate. Non c’è giustizia per loro, non esistono diritti né tribunali. La responsabilità di questi genocidi è del Signor Nessuno, perché così conviene economicamente e politicamente. Tutto resta nel dimenticatoio, perché chi sta bene è lontano e questi luoghi devastati, visti da una cartolina o in una rapida immagine di telegiornale, sembrano realtà appartenenti ad un’altra Terra. Possibile che l’umanità non si sciocchi di fronte ad un solo bambino trucidato dall’esplosione di una bomba? Probabilmente no, perché tra tutto, sono riusciti ad uccidere anche la nostra sensibilità.

La convenzione svizzera sulle bombe a grappolo: effetti e mancanze
Quella presieduta dalla Svizzera è la seconda convenzione per le munizioni a grappolo e quest’anno sono dieci anni dalla sua entrata in vigore. Gli Stati che ne fanno parte sono solo 110, ma ancora ne mancano molti all’appello, ha spiegato il presidente Felix Baumann, “dei 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza della Onu solo 2 ne fanno parte, ossia la Francia e il Regno unito”. Si pensi che la Svizzera aderendo alla convenzione ha eliminato 9 mila tonnellate di bombe a grappolo. Se uno Stato neutrale è provvisto di tali quantità di armi (di un solo tipo), possiamo solo immaginare l’incalcolabile arsenale che forse si muove sotto i nostri piedi, in Italia e nei grandi paesi mondiali produttori e finanziatori di armamenti. E se mancano i Big all’appello a cosa serve tutto questo? Non ci sono sanzioni infatti per chi decide di non aderire o di aderire ma continuare ad utilizzarle. “Ma allora cosa possiamo fare per ottenere qualcosa di più concreto?”, ha domandato la dottoressa Del Ponte, “chi può fare qualcosa? Da parte mia credo che sarebbe l’Onu che potrebbe fare qualcosa, il Consiglio di sicurezza, ma i principali Stati non aderiscono o non accettano”.
Il vero punto centrale che è stato più volte affrontato in punto di domanda dal pubblico e dalla giornalista che moderava il dibattito, è la produzione e il finanziamento di tali armi. Quali sono le aziende che fabbricano queste armi micidiali? Quali istituti finanziari e quali banche al mondo le finanziano? “La commissione per la Siria pubblicava ogni 6 mesi un rapporto”, ha spiegato Carla Del Ponte ricordando la sua esperienza all’Onu, “avevo detto al Presidente della commissione di mettere il nome degli Stati che finanziano con le armi i gruppi terroristi, perché avevamo le prove. Non è stato possibile”.
E allora quale giustizia e quali condanne potremo mai aspettarci? Le guerre sono la principale fonte di guadagno e quindi la priorità politica dei governi degli Stati, che ormai non hanno più autonomia né indipendenza nelle proprie decisioni. Perché chi comanda sono pochi e si contano sulle dita di una mano.

La Resistenza
“Nella mia esperienza ho conosciuto molte donne vittime”, ha spiegato l’ex procuratrice. Vedere “il comportamento di queste donne, è un onore per me perché più degli uomini sanno sopportare, più degli uomini sanno superare il problema e più degli uomini sanno perdonare”. “Lo spessore umano è dato dal loro coraggio, dalla loro resilienza, dalla loro disciplina e dalla loro determinazione”, ha detto infine Tibisay Ambrosini, “è un modo per onorare chi non tornerà più e un modo per garantire a chi deve tornare di poterlo fare in sicurezza”.
L’esperienza di Hana Khider e del suo gruppo di lavoro è sicuramente la prova di tutto questo. Sono sopravvissute alla crudeltà della guerra, alle violenze sulle loro figlie, sulle loro sorelle, sulle loro amiche e alla distruzione della propria casa e della propria città. Adesso, in un deserto fatto di ferro, polvere e macerie, resistono all’angoscia del silenzio e dell’oblio. Perché nessuno li sente e nessuno li ascolta. I bambini continuano a giocare e a correre sui campi, ignari del fatto che un passo in più potrebbe farli saltare in aria insieme ai loro compagni. Continuano a scherzare tra i massi trovando giocattoli colorati che in realtà sono esplosivi. Questa non è vita: è l’inferno e quelle donne e quei bambini sopravvissuti sono la Resistenza.

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