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di Mattia Fossati
Secondo Paolo Bolognesi, Presidente dell’associazione dei familiari delle vittime alla stazione di Bologna, non si deve parlare di misteri italiani ma di segreti. Ci sono ancora persone all’interno dello Stato che sanno tutto della storia occulta del nostro Paese. Dalla strage di Piazza Fontana fino alle bombe di mafia del ’92-’93. È successa la stessa cosa per il G8 di Genova nel 2001. Dopo 19 anni, decine di processi e migliaia di pagine scritte sui giornali, i dubbi e gli interrogativi su chi abbia vagliato “la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (come l’ha definita Amnesty International) sono più vivi di prima.
Quando parliamo di ombre o opacità non ci stiano riferendo a strampalate teorie del complotto, come spesso si vuol far passare, ma a precisi fatti e responsabilità.
Come, ad esempio, quelle legate alla carica dei Carabinieri in Via Tolemaide, accaduta nel primo pomeriggio del 20 luglio 2001. L’ordine impartito al battaglione dell’Arma era di dirigersi in Piazza Giusti per bloccare un gruppo di black bloc che stavano assaltando il carcere di Marassi. I Carabinieri, invece, vennero scaricati dai cellulari in Via Tolemaide, bloccando il passaggio del corteo delle Tute Bianche che di lì a poco venne caricato dalle forze dell’ordine generando una vera e propria guerriglia per le strade della città.
Ne sono prova le stesse registrazioni degli operatori radio della Polizia: “Noo! Hanno caricato le Tute bianche, porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide”. Ancora oggi non sappiamo chi abbia impartito quest’ordine dato che nei confronti del comandante del Battaglione non è stato aperto alcun processo, lasciando che tutto andasse in prescrizione. La decisione di caricare il corteo è stata decisiva nella gestione dell’ordine pubblico durante il G8 poiché in questo modo le forze dell’ordine furono impegnate ad attaccare gli unici manifestanti autorizzati dalla Questura mentre i black bloc rimasero liberi di devastare indisturbati la città. Una carica così violenta e ingiustificata da essere stata bollata come “illegittima” dagli stessi giudici genovesi nella sentenza di primo grado. Tanto che una decina di manifestanti, processati per i disordini causati di quella giornata, vennero assolti poiché la loro reazione all’attacco dei Carabinieri venne giudicato come esercizio della “legittima difesa”.
La domanda è legittima: Possiamo credere che nella città dove si erano radunati gli otto leader più importanti del mondo, con i rispettivi servizi segreti alle costole, un singolo comandante dei Carabinieri abbia scelto autonomamente di caricare l’unico corteo autorizzato?
Secondo segreto. A seguito dell’intervento delle Forze dell’ordine si scatena una guerra tra manifestanti e Carabinieri per le strade di Genova che culmina con la morte di Carlo Giuliani, genovese di 23 anni ucciso da un colpo di pistola sparato dal giovane carabiniere di leva Mario Placanica. Il 5 maggio 2003, il Gip Elena Daloiso pronunciò una sentenza di “non luogo a procedere” affermando che il militare agì per legittima difesa dato che Carlo, nella frazione di secondo prima dello sparo, si era lanciato con un estintore in mano contro il fuoristrada dove vi era Placanica. La sequenza fotografica della scena smentì clamorosamente le conclusioni della giudice poiché prima che Carlo brandisse l’estintore una pistola (presumibilmente sempre quella di Placanica) era stata puntata contro un altro manifestante. Di conseguenza Carlo non intervenne per aggredire il carabiniere ma per difendere una persona che in quel momento era sotto il tiro del militare. Ancora oggi non è chiaro nemmeno se ad aprire il fuoco sia stato proprio Placanica, il quale ha sempre ammesso di aver sparato in aria avvalendosi in seguito della facoltà di non rispondere una volta interrogato in aula.
Difatti, una perizia depositata dalla stessa difesa del Carabiniere evidenziava che il proiettile sparato non presentava residui di ‘camiciatura’, tipici delle pallottole in dotazione agli ufficiali e non agli agenti del servizio di leva come Placanica. Sarebbe stato uno più in alto in grado a prendersi la responsabilità di ammazzare a sangue freddo un manifestante. Una teoria sostenuta anche dalla famiglia Giuliani.
Mette i brividi pensare che il 5 giugno 2001, 40 giorni dall’inizio del G8, due poliziotti di quartiere ritrovarono in un cestino in Via delle Vite a Roma, non lontano da Palazzo Chigi, un documento anonimo scritto in gergo dei servizi segreti nel quale si avanzava l’ipotesi che un giovane poliziotto, stressato dalle lunghe giornate genovesi, avrebbe potuto reagire uccidendo uno dei manifestanti. Una descrizione che collima perfettamente con ciò che si è verificato il 20 luglio 2001.
Ancora più inquietante ciò che accadde a Genova il giorno seguente. Dopo violenti scontri e l’ennesimo bagno di sangue da parte delle forze dell’ordine, mentre i black bloc indisturbati spaccavano vetrine dei negozi, bruciavano automobili e mettevano a ferro e fuoco la città, arrivò una soffiata in Questura. Fonti confidenziali affermavano che gli appartenenti al blocco nero si erano rintanati nella scuola Diaz, sede degli attivisti del Genoa Social Forum e dormitorio per tutti i manifestanti e giornalisti che non sapevano dove andare a passare la notte. Favorevole all’irruzione nell’istituto scolastico era anche Arnaldo La Barbera, ex capo delle mobili di Venezia e Palermo sospettato di essere stato l’uomo chiave nella costruzione del finto pentito Scarantino (che si accusò dell’attentato di Via d’Amelio) ed ex collaboratore dei servizi segreti. Ciò che successe in seguito è storia. Gli oltre 300 agenti penetrarono nella Diaz e massacrarono senza pietà chiunque incontrarono nella scuola. Non avendo rinvenuto del materiale che potesse collegare i 93 arrestati (poi prosciolti) ai black bloc venne deciso di far ‘ritrovare’ all’interno della Diaz due bottiglie molotov che invece erano state sequestrate nel pomeriggio in un’altra parte della città. Un contentino per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la “macelleria messicana” praticata dalla Polizia dentro la scuola.
Difatti solo 125 sui 300 agenti coinvolti nell’operazione furono poi chiamati a rispondere in un tribunale del pestaggio perpetrato quella notte contro gli occupanti della Diaz. A distanza di quasi dieci anni dai fatti, 25 poliziotti vennero condannati in via definitiva, molti altri invece riuscirono a salvarsi con la prescrizione o con il fatto di non essere stati riconosciuti dalle vittime. Basti pensare che nemmeno i vertici della Polizia conoscevano i nomi di chi aveva partecipato all’irruzione. “C’era una macedonia di polizia” - dichiarò in un’intervista Vincenzo Canterini, capo del VII nucleo di Roma.
Stessa situazione si è ripetuta per i fatti della caserma di Bolzaneto, dove agenti della polizia penitenziaria e poliziotti in borghese torturarono e abusarono gli oltre 500 fermati che aspettavano di essere tradotti in carcere. Solo la prescrizione ha potuto salvare 36 sui 44 agenti individuati dalle vittime, i restanti otto invece hanno portato a casa condanne sotto i tre anni di reclusione senza nemmeno essere stati sospesi dal servizio.
Dopo 19 anni da quelle giornate di follia, dove le garanzie costituzionali sembravano essere state sospese di punto in bianco, mancano ancora molti brandelli di verità. Ne basterebbe far emergere solo uno per archiviare questa brutta vicenda e riscattare il buon nome delle forze dell’ordine: fare i nomi di chi ordinò o avallò questo scientifico piano di repressione.
Le loro responsabilità potranno essere andate in prescrizione per la giustizia, ma non per la storia.

Foto: Wikipedia/Ares Ferrari-w:it:Camillo

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