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di AMDuemila
“Viviamo in uno dei Paesi più violenti d’Europa, in cui quello che Giovanni Falcone definiva il ‘gioco grande’ - il gioco del potere - è stato condotto per anni con stragi, con omicidi politici che si sono susseguiti ininterrottamente”. E’ quanto ha detto il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, in un'intervento al Libro Possibile nella presentazione del libro “La strage e il miracolo” (ed. PaperFirst) tornando a parlare della strategia stragista messa in atto da Cosa nostra nel biennio ’92-’93. Le stragi a partire da quella di Portella della Ginestra per passare da quelle degli anni di piombo per arrivare a quella del fallito attentato dello stadio Olimpico di Roma il 23 gennaio 1994 per il magistrato sono tutte stragi figlie di una “strategia della tensione” e che tutte queste hanno “un comune denominatore, i depistaggi. (…) E perché si depista una strage? Per nascondere una verità inconfessabile. Per nascondere la mano dei mandanti eccellenti”. Secondo Scarpinato tutte quelle stragi “erano politiche, con delle menti politiche che usavano di volta in volta come braccio armato la mafia, esponenti della destra eversiva, esponenti della criminalità comune, restando sempre dietro le quinte. E che avevano un unico filo conduttore. La strategia della tensione voleva orientare il processo politico evitando un evento che veniva considerato catastrofico: il possibile avvento delle sinistre al potere. Ogni volta che si manifestava questo pericolo, il ‘linguaggio delle bombe’ tendeva a stabilizzare lo status quo attraverso una destabilizzazione”. “Questo pericolo, che ha caratterizzato tutta la storia repubblicana - il sorpasso a sinistra, - ha aggiunto - che non poteva verificarsi sia per gli equilibri nazionali, sia per quelli internazionali - è un evento che rischia di verificarsi nuovamente alla fine della storia della prima Repubblica. Infatti io definisco le stragi del ‘92 e del ‘93 come le stragi degli orfani della Guerra fredda. Con la caduta del muro di Berlino, la fine del bipolarismo internazionale, si scioglie il collante che aveva tenuto insieme il sistema di potere della Prima Repubblica. Il montanelliano ‘votiamo turandoci il naso’: votiamo un sistema di potere che sappiamo patologicamente corrotto, perché altrimenti le sinistre vanno al potere. Ecco: una volta che finisce il pericolo comunista a livello internazionale, si scongelano i serbatoi del voto ideologico, quel sistema di potere rischia di crollare - sta crollando - sotto i colpi di Tangentopoli e di un voto di opinione che va in libertà”. Per il procuratore generale “a quel punto si crea una situazione drammatica per tutte le organizzazioni criminali italiane che nel sistema di potere della Prima Repubblica avevano goduto di protezioni, d’impunità e avevano fatto affari d’oro. (...) E lì sarebbe stata la fine non soltanto per i capi della mafia, ma sarebbe stata la fine di tanti soggetti che durante la Prima Repubblica avevano collaborato a stragi e omicidi. E si verifica quindi una convergenza di interessi tra queste lobby criminali che viene subito evidenziata, in un’informativa della Direzione investigativa antimafia dell’agosto 1993 che dice attenzione, queste stragi non sono soltanto stragi di mafia”.
Scarpinato ha poi spiegato che questa strategia è stata confermata da tanti collaboratori di giustizia i quali hanno raccontato della famosa riunione di Enna alla fine del ’91 quando Totò Riina diede inizio al piano stragista di Cosa nostra. “Questo piano segreto è conosciuto soltanto da alcuni capi della mafia, quella che Riina chiama la “super-cosa”, - ha scritto Scarpinato - di cui facevano parte Riina, Graviano, Matteo Messina Denaro, ma viene taciuto agli altri capi della mafia, viene taciuto agli esecutori materiali, ai quali viene invece data una spiegazione tutta interna a Cosa Nostra: si fanno queste stragi perché dobbiamo vendicarci di Falcone, di Borsellino, dobbiamo punire i politici che ci avevano promesso protezione e non ce l’hanno più garantita. Esistono quindi due livelli di conoscenza”. Secondo il magistrato “chi aveva ordito questo piano aveva previsto una strategia di destabilizzazione che sarà portata avanti con grande lucidità, e che vedrà la sua massima espansione quando per la prima volta, col governo Ciampi, a cui Padellaro dedica una parte del libro, si crea un laboratorio politico che anticipa quello che si temeva sarebbe avvenuto, l’avvento delle sinistre al potere, perché è il primo governo della storia repubblicana dove ci sono tre ministri che appartengono all’ex Partito comunista. Il governo Ciampi ottiene la fiducia, due giorni dopo c’è l’attentato a Costanzo (14 maggio), il 27 maggio c’è la strage di Firenze, il 2 giugno viene fatta trovare in via dei Sabini una macchina piena di esplosivo - e quest’attentato, attenzione, nessun collaboratore ci ha detto che fu preparato dalla mafia - in una strada in cui doveva passare il presidente Ciampi, il 27 luglio c’è la strage di Milano e l’esplosione delle chiese a Roma, e nel giugno del 1993 iniziano i preparativi per la strage all’Olimpico che doveva essere attuata nel ‘94. Si fanno i primi sopralluoghi. Una sequenza di stragi che mette in fortissima crisi il governo Ciampi: Ciampi dice di rendersi conto che si vuole creare un colpo di Stato, e prende un’iniziativa significativa: azzera i vertici dei servizi segreti, li sostituisce e mette in campo una riforma degli stessi servizi segreti”. Nella scia delle stragi nel contempo si “sta creando una nuova forza politica che vedrà la luce qualche mese dopo e che vincerà le elezioni del 1994, e in quel gennaio del 1994 - come dirà Graviano, uno degli strateghi e dei conoscitori della strategia che c’è dietro le stragi del 1992-1993 - bisognava dare ‘un colpo di grazia definitivo’. - ha spiegato - Quella strage - una strage con circa 200 morti - avrebbe veramente messo in ginocchio l’Italia, determinato la caduta del governo, creato una situazione di panico collettivo, aperto la strada a qualunque nuova forza politica si fosse presentata, in quel momento, come forza in grado di riprendere in mano le redini di un paese stremato e in ginocchio”.
In conclusione, Scarpinato ha evidenziato che “è motivo di riflessione il fatto che nel processo ‘Ndrangheta stragista Graviano rappresenta se stesso come uno che è stato tradito. ‘Io sono stato tradito. Volete sapere chi sono i veri mandanti delle stragi? Andate a cercare quelli che mi hanno fatto arrestare’. (...) Quando Graviano dice questa cosa, in qualche modo indica un sistema criminale che in qualche modo, insieme alla mafia, era composto da pezzi di potere deviato, servizi segreti e altre entità. Quindi tu, Antonio Padellaro, sei un sopravvissuto, e potevi essere l’ennesima vittima del gioco grande del potere (...) un gioco del potere condotto da persone di estrema crudeltà, che hanno sempre considerato gli altri come moneta di scambio per mantenere un sistema che si fondava su poteri marci”.

Foto © Imagoeconomica

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