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di Davide de Bari
Il magistrato napoletano: “E' come se avessero cancellato la parola mafia dal nostro ordinamento giuridico"

"Quello che io ho denunciato in diverse sedi era uno stato dell'arte a mio avviso preoccupante, non so se ci sia stata una sorta di regia nelle minacce ricevute da me, Gratteri e Di Matteo, che certo non possono essere lasciati soli in questa battaglia. Spero di no. Credo di no. Altrimenti la situazione sarebbe molto più grave". Commenta così il sostituto procuratore generale di Napoli, Catello Maresca, autore dell’arresto dell’ultimo boss dei Casalesi, Michele Zagari, e che rappresentò l’accusa nel processo contro lo stragista Giuseppe Setola, in un’intervista all’Agi, le minacce ricevute alla sua persona, insieme ad altri magistrati come il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri e il consigliere togato Nino Di Matteo, dopo aver lanciato l’allarme sulla gestione delle carceri e sugli aiuti finanziari che saranno elargirti per far fronte alla crisi causata dall’emergenza Coronavirus. Il magistrato è stato preso di mira sui social con minacce e insulti, proprio poco dopo aver preso una forte posizione nei confronti della nota del Dap, pubblicata il 21 marzo scorso, che di fatto ha reso possibile la scarcerazione anche di persone detenute con il massimo livello di sicurezza, se hanno patologie o età tali da essere a potenziale rischio Covid-19 all'interno degli istituti penitenziari.

Le minacce sui social
Sempre dai social sono arrivati insulti e minacce anche ad altri magistrati, come il consigliere del Csm Nino Di Matteo, che all'organismo di autogoverno della magistratura aveva chiesto di aprire una pratica sul decreto liquidità, e il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. “Speriamo che il virus uccida anche te” e “un altro morto in carcere (a proposito del decesso di un detenuto, ndr), te lo porti sulla coscienza” si leggono nelle chat di decine di persone, che esprimono sentimenti di rabbia e odio, che per fortuna sono finiti sotto l’attenzione della Fondazione Antonino Caponnetto. Ma chi si nasconde dietro questi gruppi social nati con l’intento di offendere e intimidire quei magistrati esposti in prima linea nella lotta alla mafia? Basti pensare che la giustificazione dell’emergenza sanitaria molti boss di primo piano hanno potuto varcare la porta d’uscita del carcere. Uno tra questi un boss di primissimo piano della ‘Ndrangheta: Rocco Santo Filippone, accusato insieme al capomafia di Cosa nostra, Giuseppe Graviano, di essere stato il mandante degli attentati ai carabinieri avvenuti tra il 1993 ed il 1994 (in cui morirono anche i brigadieri Fava e Garofalo), finito ai domiciliari. La lista dei detenuti mafiosi scarcerati si arricchisce di un’altra decina di persone: Paolo Zuppardi, boss di Avola, autore tra l'altro di minacce al vicedirettore dell'AGI, Paolo Borrometi, il serbo Milos Stizanin, che nel 2012 travolse e uccise con un Suv un vigile urbano fino ad arrivare al capo del clan Rea-Veneruso Antonio De Luca, al capo mafia Carmelo Vito Foti e al narcotrafficante Giuseppe Malvone.

La regina delle rivolte che porta alla mafia
Secondo Maresca “si doveva pianificare una strategia prima ancora che si verificassero le rivolte del 7 e 8 marzo scorso in 22 istituti di pena”. Basta un semplice modulo per “aggirare l’iter definito dalla legge per cui l'istanza di scarcerazione viene proposta o dai Pm o dal detenuto attraverso i suoi legali, e gettata la palla nel campo del giudice in nome del Coronavirus". Il sostituto procuratore generale ha sottolineato che “dopo la rivolta nelle carceri per la sospensione dei colloqui con i parenti” si sarebbe “innescato un meccanismo perverso. Se ci sia stata o meno una regia di queste rivolte lo diranno le indagini, ma di sicuro ci sono state modalità analoghe in 22 carceri. - ha proseguito il magistrato nell’intervista all’Agi - Io personalmente ho maturato la convinzione che se c’è stata una regia occulta, questa è in capo ai gruppi organizzati criminali”. E su questo, il magistrato ha fatto un esempio: “Non a caso, proprio nel carcere di Napoli Poggioreale, un elemento di spicco degli scissionisti dei Di Lauro, Giuseppe Bastone, ha sottolineato come nel suo padiglione fosse rimasto tutto tranquillo”.
Il sostituto procuratore generale ha fatto anche notare che i benefici concessi ai detenuti non erano mai stati dati, soprattutto le videochiamate con i parenti anche attraverso Skype, in quanto non sono intercettabili da parte della polizia giudiziaria. "In astratto sarebbe possibile tenerli sotto controllo - ha spiegato Maresca - ma nella realtà è complicato. E si sa che nei periodi particolari a dare impulso all'azione delle cosche sono i capi anche se in carcere e persino in regime 'duro'". Inoltre, ora sono possibili i bonifici on-line e con importi consistenti, anche 2mila euro, e, all'interno di una casa circondariale, avere a disposizione del denaro consente di innescare meccanismi di 'fidelizzazione' di chi non ha". Dunque, ha proseguito "si è creata una condizione difficilmente reversibile nella lotta contro la criminalità organizzata".
In conclusione, Maresca ha detto che per il post emergenza “non ci possiamo permettere di fare regali alla criminalità organizzata. E' invece sembrato che il Coronavirus avesse cancellato la parola mafia dal nostro ordinamento giuridico. Non è stata approcciata la materia come così avrebbe richiesto - ha concluso - Questo non è un allarme insensato”.

Foto © Imagoeconomica

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