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di AMDuemila
I procuratori Greco e Melillo: "Occorrono più argini, il decreto è pericoloso"

Alcuni magistrati delle principali procure d'Italia hanno messo in guardia il governo da alcuni rischi a cui si potrebbe andare presto incontro con il "Dl liquidità", appena varato per avviare la fase della ripartenza economico-finanziaria del Paese. Il decreto, pubblicato qualche giorno fa in Gazzetta Ufficiale, prevede considerevoli interventi finanziari garantiti dallo Stato per salvare le piccole, medie e grandi imprese che potranno chiedere fino a 25 mila euro di prestito senza istruttorie bancarie. Soldi, questi, che secondo i procuratori capo di Milano e Napoli, Francesco Greco e Giovanni Melillo, potrebbero quindi finire senza grandi difficoltà nelle tasche delle organizzazioni mafiose. "Appare concreto il rischio - scrivono i due magistrati su Repubblica - che si determinino condizioni favorevoli ad un imponente trasferimento di risorse pubbliche dallo Stato alle imprese governate da interessi opachi o prettamente illeciti, finanziando di fatto anche evasori e truffatori seriali, quando non anche fiduciari delle organizzazioni criminali della peggior specie”. E hanno pertanto chiesto a Palazzo Chigi “più alti e resistenti argini rispetto ai pericoli che si profilano”, in sede di conversione o con un intervento normativo da adottare ancora prima. Sul punto anche il Viminale in una circolare ai prefetti ha chiesto “un’attenta e accurata valutazione di tutti i possibili indicatori di rischio di condizionamento dei processi decisionali pubblici funzionali all’assegnazione degli appalti”. Nello specifico ciò che preoccupa i procuratori è il fatto che non "è previsto alcuno strumento tecnico-giuridico quale riparo dal rischio di finanziamento pubblico di imprese mafiose". Un rischio, hanno sottolineato i procuratori capo, "assai concreto, avendo ben chiare le reali dimensioni dell’espansione affaristica proprie delle componenti più raffinate dei circuiti di influenza mafiosa". Eppure il provvedimento prefigura "la sostanziale rinuncia ai tradizionali controlli prefettizi” e quel rischio “sembra finanche accettato con rassegnazione, quando si prevede che, emergendo successivamente la contiguità mafiosa dell’impresa finanziata, la revoca delle agevolazioni già concesse (e ben difficilmente recuperabili) non farà venir meno la garanzia dello Stato". Altro campanello d'allarme è quello dei "silenzi del decreto". "Quando, ad esempio, - hanno spiegato Greco e Melillo - si rinuncia alla tracciabilità dell’uso del finanziamento, attraverso il ricorso obbligatorio a conti dedicati, in grado di facilitare l’individuazione di anomalie e rischi di riciclaggio, ma anche, nell’attuale fase di grave esposizione delle imprese al rischio di vessazioni usurarie e mafiose". Starà quindi alla Sace, la società che coprirà i prestiti, e alle banche "segnalare tempestivamente eventuali operazioni sospette". Sia "in sede di concessione del finanziamento", che "nella fase di monitoraggio”. Inoltre, hanno aggiunto i procuratori Capo di Milano e Napoli, pur “comprendendo la necessità di enfatizzare più i profili di immediatezza del finanziamento piuttosto che quelli di rigorosità e trasparenza delle procedure, non convince la scelta di rinunciare anche a subordinare l’accesso al credito agevolato al preventivo assolvimento di un obbligo dell’imprenditore di attestare, innanzitutto, di non essere sottoposto a procedimenti per gravi delitti, innanzitutto di criminalità organizzata, corruzione, frode fiscale”.

Contromosse
Alla luce di ciò una prima contromossa da mettere in campo è l'introduzione di “un preciso dovere di una sorta di offerta reputazionale, agevolmente verificabile e gravemente sanzionabile in caso di falsità”, da estendere “anche alla inesistenza di liquidità personali alle quali sarebbe doveroso ricorrere per capitalizzare le imprese in crisi, anziché attingere a risorse pubbliche così sottratte ad imprese realmente bisognose. Sarebbe un modo - hanno affermato i due procuratori - per tenere lontani dall’accesso ai finanziamenti garantiti dallo Stato imprenditori che davvero non ne avrebbero bisogno”. L’altro intervento da porre in essere, per Greco e Melillo, è “un obbligo di rendicontazione da parte dell’amministratore ed un analogo dovere di verifica degli organi di controllo interni”, per garantire “la necessaria tracciabilità degli impieghi e la loro finalizzazione a sostenere i livelli occupazionali e le spese correnti”. “Ne risulterebbe grandemente potenziata la capacità dello Stato di individuare tempestivamente abusi e condotte penalmente rilevanti, spesso sintomatiche delle dinamiche e degli interessi speculativi di strutture mafiose”.
Per concludere i due magistrati hanno fatto presente che la forma attuale del decreto "non offre risposte rassicuranti alla domanda fondamentale: è possibile fare in modo che la più poderosa delle manovre di immissione di liquidità nel mercato delle imprese non apra la strada a sistematici abusi e ruberie? In un Paese ove il crimine organizzato, la corruzione e l’evasione fiscale sono connotazioni strutturali di ampia parte del tessuto sociale ed economico e la macchina giudiziaria, già lenta e farraginosa, sarà sfiancata da una lunga fase di paralisi, risposte lacunose e tardive proietteranno la loro ombra non solo sulla finanza pubblica, ma anche sulla tenuta della coesione sociale e delle stesse istituzioni democratiche cui compete garantire l’effettività della promessa di eguaglianza e di progresso sociale inscritta nel patto costituzionale. Anche nel tempo buio del contagio da Covid-19".

Foto © Imagoeconomica

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