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di AMDuemila
Depositate le motivazioni della sentenza

Era entrato in grande confidenza e amicizia con nipote Messina Denaro

L’ex capitano del Palermo Calcio Fabrizio Miccoli, condannato a tre anni e sei mesi per estorsione aggravata dal metodo mafioso, aveva stretti legami "con soggetti gravitanti nel mondo criminale mafioso del capoluogo siciliano" di cui aveva "mutuato linguaggio e atteggiamenti". A scriverlo sono i giudici della corte d'appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza che a gennaio confermò la condanna inflitta all'ex calciatore in primo grado. I magistrati hanno evidenziato che il verdetto non sarebbe dipeso da "una sorta di condanna etico-morale" seguita ai pesanti insulti rivolti da Miccoli, che non sapeva di essere intercettato, al giudice Giovanni Falcone, definito dall’ex calciatore "un fango". La corte ha stigmatizzato però "l'assoluta dimestichezza con cui Miccoli si muoveva in un paradossale e incivile tessuto comunicativo, espressione di un modo di essere e di intendere i rapporti con le istituzioni dello Stato".

Rapporti con figli di latitanti
Tra i soggetti con il quale l’ex fantasista rosanero aveva stretto legami vi è anche “Francesco Guttadauro (arrestato per reati di mafia e tutt’ora detenuto, ndr), nipote del noto capomafia latitante Matteo Messina Denaro e figlio di Filippo, anche lui detenuto per reati di mafia e boss di Bagheria”, con il quale Miccoli "era entrato in grande confidenza". L'altro parente di latitante frequentato da Miccoli era stato Mauro Lauricella, figlio del boss Antonino, detto lo Scintilluni, e a sua volta condannato in un'altra tranche dello stesso processo. Miccoli aveva spiegato che, per risolvere la questione di una somma dovuta da un imprenditore a un ex fisioterapista del Palermo, si era rivolto a Lauricella "per le sue conoscenze nell'ambito della movida". In realtà, ha osservato la Corte, Miccoli in precedenza aveva chiesto aiuto al figlio del boss anche per una propria controversia col padrone dell'appartamento in cui aveva abitato: l'uomo, proprietario di una palestra, era stato più volte invitato a lasciar perdere e minacciato per poi ritrovarsi davanti la propria attività commerciale una testa di capretto e alcuni proiettili. A Francesco Guttadauro invece Miccoli aveva "procurato diversi biglietti per assistere alle partite del Palermo", consentendogli pure, "con la propria intercessione, di assistere a Boccadifalco all'allenamento della squadra". In quell'occasione il calciatore, difeso dagli avvocati Giovanni Castronovo e Gianpiero Orsino, aveva avvisato il nipote del latitante della presenza degli "sbirri", invitandolo per telefono ad allontanarsi. Al figlio della sorella di Messina Denaro, Miccoli aveva scritto "sei come Spatuzza" e il presunto mafioso aveva risposto: "Suca, Buscetta", con inequivocabile significato di "offesa attribuito ai cognomi di due famosi collaboratori di giustizia". I giudici hanno inoltre sottolineato che anche tra Guttadauro e Lauricella c'erano stati rapporti, a riprova della "grande autorevolezza di Mauro Lauricella in quell'ambiente”. Rapporti di cui era conoscenza anche lo stesso calciatore. Infatti nella vicenda estorsiva, si legge nella motivazione di sentenza, "Miccoli chiese a Lauricella di intervenire perché conosceva l'autorevolezza che all'amico derivava dal fatto di essere il figlio del latitante mafioso Antonino e dall'essere in contatto con altri soggetti che si muovevano nel medesimo ambito, come Nicola Milano e Francesco Guttadauro".

Foto © Salvo Da Palermo

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