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di Karim El Sadi
Gioè mi disse che c’era questa specie di triangolo, tra la mafia, gli Stati Uniti e i piani alti del governo italiano

E’ ripresa martedì la deposizione dell’ex primula nera di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini al processo che si celebra a Caltanissetta, nei confronti del superlatitante di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, accusato di essere il mandante delle stragi di Capaci e via d’Amelio. L’ultima udienza, datata 12 settembre, si era conclusa con le domande del Procuratore aggiunto Gabriele Paci a Bellini sui rapporti avuti con il boss di Altofonte Antonino Gioé, che "fu suicidato" in carcere nell’estate 1993, e quanto gli fu detto su un “canale di matrice statunitense” nella trattativa tra lo Stato e gli uomini di Cosa nostra. Sul punto la memoria del Bellini non è apparsa sempre lucida e più volte il pm è dovuto ricorrere all’utilizzo di precedenti verbali, procedendo con alcune contestazioni. Bellini ha così spiegato che il discorso sugli USA “era improntato con loro (i boss, ndr) e in particolare su conoscenze o parentele di Totò Riina che vivono in America”. “Al procuratore Ingroia - ha continuato - parlai di questa specie di triangolo, tra la mafia, gli Stati Uniti e i piani alti del governo. In pratica in uno stesso contesto c’erano più canali”. In precedenti occasioni Bellini era anche stato più specifico. "Gioè mi raccontava di Capaci e ripeteva: “Ci hanno consumati”, “Ci hanno usati”. E poi mi spiegò che Riina aveva un ulteriore canale di trattativa, con lo scopo di ottenere benefici per l’organizzazione mafiosa. Era una trattativa triangolare fra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti negli Stati Uniti per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani che Gioè non mi disse”. Svelò soltanto che i “tramiti negli Stati Uniti" erano in contatto con alcuni “parenti americani di Totò Riina”.
Secondo Bellini quindi vi sarebbe stata, oltre alla trattativa di cui lui si stava direttamente occupando denominata “delle opere d’arte” (poi arenatasi), una seconda trattativa, la stessa che vedeva coinvolti uomini delle istituzioni e uomini di Cosa nostra nella quale si era convogliato un terzo canale americano grazie ai contatti del Capo dei Capi negli States. “Una specie di triangolazione”, appunto, come ha ribadito in aula il collaboratore. “Tant’è vero - ha aggiunto il teste raccontando un aneddoto - che un giorno quando fui contattato da un giornalista del Resto del Carlino dove dicevano che avrei suggerito ai boss l’impiego di siringhe (ai fini della strategia di intimidazione allo Stato, ndr) io arrabbiato risposi “dite a Brusca di parlare della seconda Trattativa invece di queste barzellette e di queste cose che non mi competono””.

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Paolo Bellini



Un’altro tema affrontato in aula è stato quello della lettera rinvenuta nella cella del boss Antonino Gioè a fine luglio 1993, immediatamente dopo il suo suicidio, nella quale si fa chiaro riferimento a Paolo Bellini. “…Dimenticavo di dire che mio fratello Mario nell’andare a tentare di recuperare il credito ha consegnato al creditore una tessera dello stesso creditore il che adesso mi rendo conto che quest’ultimo fosse un infiltrato; mio fratello non lo ha incontrato ed il figlio gli ha detto che il padre era ri­cercato. Supponendo che il sig. Bellini fosse un infiltrato sarà lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo. L’ulti­ma volta che ho incontrato quest’uomo è stato presso la cava Buttitta solo per pura fatalità me lo sono fatto portare in quel posto dove ero andato per cercare di con­vincere il sig. Gaetano Buttitta a comprare del lubrificante da me…”. Questo il con­tenuto della missiva. Sul tema, però, alla domanda del pm sul motivo per il quale Gioè avesse tirato in mezzo Bellini, quest’ultimo ha fatto "spallucce" dicendo: “Se lui (Nino Gioè, ndr) aveva intenzione di fare sapere tutto quello che era successo si faceva sbirro, collaborava e faceva tutto quello che doveva fare invece di uccidersi. Delegando me - ha aggiunto l’ex di Avanguardia Nazionale - mi ha fatto un grande favore sotto un profilo che ha capito forse allora che l’unica strada che era rimasta per far sapere la schifezza che era stata fatta in giro era di scrivere “se lui è un infiltrato sa tutto e dica tutto"”. "Io ho reso onore alla sua memoria - ha concluso - e ho detto tutto ciò che sapevo senza nessun problema”.
Infine davanti alla Corte presieduta dal giudice Roberta Serio è stato chiamato a deporre il collaboratore di giustizia Giovanbattista Ferrante, ex soldato del mandamento palermitano di San Lorenzo, ritenuto vicinissimo al boss Salvatore Biondino. Ferrante, rispondendo alle domande del pubblico ministero, ha rammentato un episodio in cui il boss Francesco Geraci si sarebbe recato all’arsenale del mandamento di San Lorenzo presso la “Casa Ferreri” per uno scambio di armi e telecomandi. Ferrante ha dichiarato di aver visto per l’ultima volta Matteo Messina Denaro in occasione di questo scambio che il pentito ha collocato “tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992”. Il pentito ha rircordato in particolare che “Geraci è venuto nella Casa Ferreri perchè Matteo Messina Denaro doveva consegnarci delle armi. In cambio - ha rammentato con qualche sforzo il teste - gli dovevamo consegnare una coppia di telecomandi… qualcosa del genere. Lui era venuto con un Alfa Romeo e le armi le aveva nascoste in un doppiofondo fra la spalliera e il portabagagli”. Una volta presi i telecomandi li avrebbe poi nascosti in quel sottofondo e “se ne andò via” ha concluso il pentito. Di telecomandi Ferrante ne aveva parlato già nel 2014 al processo Borsellino Quater, quando rivelò di averne testati alcuni prima dell’eccidio di via d’Amelio. La prossima udienza si terrà il 17 ottobre.

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