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agenda soderini polettidi Antonella Beccaria
Sabato 19 giugno 1982, alle 19, tra un altro paio di impegni annotati, ce n’era uno in particolare: “Tel. Card. Poletti”. L’appunto si trova in un’agenda. È quella sequestrata a Stefano Soderini, ex militante della formazione neofascista Terza Posizione poi transitato nei Nar, i Nuclei Armati rivoluzionari, e le sue pagine sono state depositate lo scorso 6 giugno dagli avvocati di parte civile nell’ambito del processo a Gilberto Cavallini, accusato di concorso nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 per la quale sono già stati condannati in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.
Non si tratta di un dettaglio da poco perché se l’annotazione si riferisce, come sembra, al cardinale Ugo Poletti, nato a Omegna, in Piemonte, nel 1914 e ordinato sacerdote nel 1938, si tratta di un prelato che ha scalato le gerarchie vaticane partecipando a due conclavi e finendo, nel 1978, in una lista. La pubblicò il giornalista Mino Pecorelli, poi ucciso a Roma il 20 marzo 1979, sulla rivista che dirigeva, “Op - Osservatore Politico”. Pecorelli, iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli e nell’ultima parte della sua vita allontanatosi da quel gruppo, era un cronista che, forte anche di precedenti legami con uomini delle strutture di sicurezza dello Stato, la sapeva lunga.

Gli scoop di Pecorelli
O almeno così sembra. Si prendano due esempi dell’attendibilità delle sue fonti. Il primo. Nel 1990 fu ritrovata una seconda versione, più ampia, del memoriale del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978 a valle di un sequestro durato 55 giorni. Moro lo scrisse durante la prigionia e Pecorelli, 12 anni prima del ritrovamento del 1990, aveva anticipato su Op alcuni suoi contenuti. Come fece? A oggi non c’è una risposta, così come non c’è una risposta sull’identità dei suoi assassini dopo l’assoluzione definitiva a Perugia di personaggi come il 7 volte presidente del consiglio Giulio Andreotti e il neofascista Massimo Carminati, finito molti anni dopo nelle maglie dell’inchiesta Mafia Capitale.
Ecco il secondo esempio sull’onniscienza delle fonti di Pecorelli. Prima di essere ucciso, il giornalista scrisse per tre volte di una struttura indicata solo con il nome di “Anello”. Nella seconda metà degli anni Settanta, ai più quel riferimento non disse nulla. Meno di vent’anni dopo, però, con il ritrovamento all’apparenza casuale di una serie di faldoni del Viminale, si scoprì che una rete chiamata proprio “Anello” o “Noto Servizio” indicava un servizio segreto clandestino attribuito da Gelli ad Andreotti che doveva occuparsi di affari sporchi. Quali? Progetti di attentati a politici, come al socialista Aldo Aniasi, o la trattativa con la camorra per la liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore ai lavori pubblici della Regione Campania rapito nel 1981 dalle Brigate Rosse. Anche in questo caso Pecorelli sapeva o usò quel termine per una coincidenza?

La lista dei prelati massoni
La risposta, nella storia raccontata qui, è secondaria. Più rilevante è che il direttore di Op pubblicò i nomi di una serie di ecclesiastici ritenuti iscritti alla massoneria. Tra loro c’era anche il cardinale Ugo Poletti. Può darsi che fosse una “polpetta avvelenata”, una fake news si direbbe oggi. Ma un’informazione analoga si desume anche da un’altra fonte. Si tratta del cosiddetto “Dossier Cogliando” che fu analizzato dal giornalista Gianni Cipriani. L’autore era il generale del Sismi Demetrio Cogliandro e il documento raccoglieva veline redatte tra il 1989 e il 1991 che furono al centro di un’inchiesta parlamentare sui servizi segreti. Anche in questo caso si parlava di una lista di prelati massoni tra cui “sembra certa la presenza [...] di [Ugo] Poletti”, oltre che di monsignor Paul Marcinkus, a capo dello Ior (Istituto per le opere di religione) nel periodo in cui le finanze vaticane ebbero non poco a che vedere con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra il 18 giugno 1982.
Se anche questa informazione potrebbe non godere del massimo dell’affidabilità, ce n’è una ulteriore che invece reca la firma di un ministro della Repubblica. È quella di Annamaria Cancellieri, agli Interni durante la presidenza del consiglio di Mario Monti. Nel 2012, Cancellieri, rispondendo a un’interrogazione di Walter Veltroni, confermava un fatto di cui si è discusso a lungo. Il 10 marzo 1990, il cardinal Poletti, all’epoca presidente della Cei e vicario generale della diocesi di Roma, aveva firmato il nulla osta della Santa Sede alla sepoltura di Enrico De Pedis, conosciuto anche come Renatino, nella basilica di basilica di Sant’Apollinare, in terra vaticana.
Così De Pedis - ritenuto uno dei boss della banda della Magliana e il cui nome è stato accostato, senza però ulteriori riscontri da parte della magistratura, al sequestro della cittadina vaticana Emanuela Orlandi, rapita a Roma il 22 giugno 1983 e mai più ritrovata - poté lasciare il cimitero monumentale del Verano per essere traslato, fino allo scoppio dello scandalo, a Sant’Apollinare. Motivo ufficiale: le generose elargizioni offerte dalla famiglia del malavitoso, assassinato in un agguato il 2 febbraio 1990.

“Contatti con la Magliana? Solo Alibranti”
Ma che c’entra Poletti con Stefano Soderini? La domanda è stata rivolta dalle parti civili a Valerio Fioravanti, sentito a Bologna per il secondo giorno nel processo a carico di Cavallini. “Avrà fornito delle spiegazioni lui”, ha risposto l’ex Nar. Suscita tuttavia sorpresa che un nome di tale peso compaia nell’agenda di un neofascista il quale, come sostenuto dai suoi sodali, faceva parte di una formazione “spontaneista” che, a detta loro, non avrebbe mai e poi mai avuto contatti con ambienti opachi dello Stato, figurarsi con alte sfere vaticane, per lo più chiacchierate.
Soderini, nella storia dei Nar, è colui che viene arrestato nel 1983 a Milano con l’attuale imputato a Bologna, Gilberto Cavallini. Con i Nar, aveva partecipato ad alcune azioni centrali, come la rapina del 19 dicembre 1980 alla gioielleria Giraldo di Treviso e all’omicidio di due carabinieri, Enea Codotto e Luigi Maronese, azione compiuta il 5 febbraio 1981 a Padova e conclusasi con il ferimento e l’arresto di Valerio Fioravanti. Se a quest’ultimo, a parte l’appunto sull’agenda, non risultano contatti con il Vaticano, sa di altri suoi camerati in rapporti con la banda della Magliana e con alcuni dei suoi boss, come Danilo Abbruciati ed Ernesto Diotallevi? “Ce li aveva avuti solo Alessandro Alibrandi, ha risposto Fioravanti. Ma Alibrandi è morto, ucciso in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine il 5 dicembre 1981.

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