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caccia bruno web4di Francesca Mondin
L'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983, fu la “controffensiva” scatenata da un sistema di poteri composto da intoccabili, 'ndranghetisti, criminali e figure ambigue “che beneficiavano della "complicità o della non opposizione di magistrati opachi per non dire di peggio". Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte considerato “l'allievo” di Caccia ha sollevato delle ombre su alcuni colleghi, durante la commemorazione (rivolta ai giovani magistrati) tenutasi ieri al palazzo di Giustizia di Torino. Saluzzo è un esperto di 'ndrangheta e già ben 22 anni prima di Minotauro lanciò l’allarme sulla massiccia presenza in Canavese di nuovi e vecchi boss. Ora, a pochi giorni dall'apertura del processo a Rocco Schirripa, uno dei presunti esecutori materiali dell'omicidio Caccia arrestato lo scorso dicembre, rievoca i retroscena inquietanti di un omicidio che dopo oltre trent'anni continua a non avere giustizia.
Il procuratore del Piemonte punta il dito su personaggi che “prosperavano vicino alla Procura”, la stessa guidata da Caccia in modo rigoroso e inflessibile contro un "un tessuto criminale insidiosissimo, contro il quale, per anni, non era stato fatto nulla".
All'epoca infatti emersero dalle indagini, strane frequentazioni di alcuni magistrati di un bar gestito da un pregiudicato a pochi passi dalla Procura.
Già il collaboratore di giustizia Vincenzo Pavia nel 1995 aveva evidenziato il coinvolgimento di soggetti interni alla magistratura dicendo: “Se parlo dell’omicidio Caccia devo coinvolgere carabinieri e magistrati, per il momento non mi sento sicuro”.
C'è anche un 'intercettazione, come ricordato da Paolo Borgna, oggi procuratore aggiunto, dove: "Un nostro ex collega disse che Caccia era stato assassinato perché 'con lui non era più possibile fare neppure una raccomandazione'”.
Un omicidio quello di Caccia che rientra nelle tante storie italiane di uomini e donne che si opposero ad un sistema cercando di portare una rivoluzione etica e morale ma che da quel sistema per “convergenza d'interessi” furono schiacciati.
L'avvocato Fabio Repici, legale dei famigliari di Caccia aveva denunciato già in passato che “Ci sono magistrati a Torino e Milano che sanno cosa è avvenuto a monte dell’attentato di Bruno Caccia e durante i depistaggi che lo hanno seguito”.
La famiglia Caccia e il loro legale avevano sollecitato la riapertura delle indagini chiedendo di guardare oltre le 'ndrine, evidenziando gli interessi di Cosa Nostra per i casinò del nord Italia e i rapporti con i servizi segreti ed anche denunciando i depistaggi che si sono susseguiti, oltre alle inerzie nelle indagini da parte di alcuni magistrati torinesi e milanesi. Mentre le indagini procedono, il sei luglio a Milano con l'apertura del processo a carico di Schirripa, forse ci sarà l'occasione di fare luce su molte zone d'ombra.
Intanto l'avvocato Basilio Foti, uno dei legali di Schirripa si chiede: “Finora è stato condannato un mandante, ma quell’omicidio è stato fatto a favore di chi?” e nella sua lista testi compaiono carabinieri, collaboratori di giustizia e uomini dei servizi segreti.
Anche Davide Mattiello, deputato membro della commissione parlamentare antimafia, ha sottolineato come questo processo sia “una occasione forse irripetibile per guardare attraverso il buco stretto della serratura, l’arresto di uno dei presunti killer, una camera vasta e finora inviolata. L’omicidio Caccia fa pensare alla saldatura di diversi interessi, quelli della ’ndrangheta e quelli di un ambiente opaco e meschino forse abituato a rendite di posizione”.

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