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mori mario web8di Aaron Pettinari
“La Procura generale chiede alla Corte di concentrarsi sul dolo. Noi chiediamo alla corte di valutare anche i moventi e giudicare sulle aggravanti, confermando la sentenza di primo grado”. E' questa l'ultima mossa di Basilio Milio, avvocato assieme ad Enzo Musco dei due ufficiali Mario Mori (in foto) e Mauro Obinu, all'udienza odierna del processo d'Appello che vede quest'ultimi come imputati per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Se durante la scorsa udienza tra il legale si era concentrato nel fornire la propria visione dei fatti di Mezzojuso e Terme Vigliatore oggi ha replicato alle posizioni espresse dalla Procura generale che aveva chiesto la condanna a quattro anni e sei mesi di carcere per l’ex generale del Ros Mori, e a tre anni e sei mesi per il colonnello Obinu. In particolare si è soffermato sulla rinuncia, da parte dell'accusa, all'aggravante dell'art. 7, contestata agli imputati in primo grado e cioè aver agito per favorire Cosa Nostra, e dell'aggravante di cui all'art. 61 n. 2, con riferimento al processo Bagarella + altri, quello sulla trattativa Stato-mafia, che invece sanziona l’aver commesso il reato per assicurare a sé o ad altri il prodotto o l’impunità di un altro reato. “Nelle sue osservazioni - ha detto Milio nella sua arringa - il dottor Scarpinato ha chiesto alla corte di concentrarsi sul dolo, abbandonando il discorso del movente. Ma ciò non è possibile. Pensare che i miei assistiti abbiano compiuto un favore personale a Bernardo Provenzano, inconsapevoli che fosse appartenente a Cosa nostra, equivale a dire che sono incapaci di intendere e di volere”.
Secondo la difesa, dunque, era “normale” che sui luoghi di Mezzojuso, a supporto di Riccio, vi fossero solo pochi uomini, un numero inadeguato anche per un semplice servizio di appostamento (“la sezione dei carabinieri di Caltanissetta era quella meno oberata di lavoro e poteva dare miglior supporto a Riccio”).
E' “normale” che gli accertamenti sui favoreggiatori di Provenzano siano iniziati solo dopo alla morte del confidente Ilardo.“L'obiettivo – ha sostenuto Milio – era quello di arrivare a Provenzano e poi, una volta arrestato si sarebbero attivate le indagini su Napoli, Ferro e La Barbera. Così come poi è avvenuto (a mesi di distanza con Provenzano che resta ancora in stato di libertà, ndr)”. E' anche “normale” che non siano state compiute intercettazioni sugli stessi soggetti indicati.
“Prova” dell'accertamento compiuto sarebbe che nell'informativa “Grande Oriente” compare comunque la descrizione “di tale Giovanni che guida la Ford escort. C'è la descrizione, l'altezza, il nome però - ammette lo stesso Milio - manca il cognome”. Da quando in qua può dirsi completo un accertamento compiuto privo del cognome?
Inoltre la difesa dei due ex ufficiali del Ros scarica totalmente su Riccio, che al Ros era stato aggregato, l'eventuale responsabilità della mancata comunicazione alla Procura “in quanto era lui a parlare direttamente con il dottor Pignatone, prima, dopo e durante i fatti di Mezzojuso. E le notizie che avrebbero potuto dare sarebbero state solo de relato”.
Eppure, nonostante vi fosse l'obbligo di legge, in base all'articolo 347, di informare l'autorità giudiziaria anche oralmente riguardo reati in corso come il 416 bis e lo sviluppo di attività estorsive, di fronte alle relazioni trasmesse da Riccio ai suoi superiori, resta il dato di fatto che i due ufficiali non informarono di nulla alla Procura.
Milio ha proseguito cercando di mettere in cattiva luce, agli occhi della Corte, l'immagine di Riccio parlando di sentenze e provvedimenti di archiviazione anche quando nei suoi confronti vi è un'unica sentenza definitiva di condanna, relativa ad alcune operazioni antidroga, presenti una forte similitudine con i reati per i quali sono stati imputati Obinu e Ganzer davanti alla Corte di Appello di Milano. Sulla credibilità del tenente colonnello Michele Riccio si era soffermato a lungo anche il Procuratore generale Roberto Scarpinato nell'udienza del 18 gennaio.
Milio, a difesa dei propri assistiti, cita poi la sentenza di assoluzione al processo per la mancata perquisizione del covo di Riina (imputati erano Mori ed il capitano Sergio De Caprio, ndr) poiché, a suo dire, “le considerazioni fatte allora dai giudici valgano identiche in questo processo”.
“In quella sentenza – ha ricordato – è scritto che non essendo stata provata la causale del delitto, né come “ragione di Stato” né come volontà di agevolare specifici soggetti, diversi dall’organizzazione criminale nella sua globalità, l’ipotesi accusatoria è rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilità logica non verificata”. Sempre in quella sentenza della 3^ sezione del Tribunale di Palermo (datata 20 febbraio 2006), vengono messe in luce diverse pecche operative dei due ufficiali.
Nella sua arringa Milio, che ha cercato di sminuire le dichiarazioni dei pentiti Siino, Brusca, Lo Verso, Malvagna e Flamia (singolare che non ha nominato Giuffré, ndr), ha anche accusato la Procura generale di “non credere all'impostazione data dai colleghi di primo grado” per poi sostenere il “solito teorema” dell'uguaglianza tra il procedimento sui fatti di Mezzojuso e quello che vede imputato Mori e De Donno, in Corte d'assise, per “attentato a corpo politico dello Stato”. Quindi ha dato vita al proprio show. In primis annunciando alla corte d'Appello di voler depositare, non in questo processo ma in quello trattativa che si celebra di fronte alla corte d'Assise, documenti sul 41 bis ed un verbale di Giovanni Ciancimino in cui non riconoscerebbe il documento del “papello” presentato dal fratello Massimo. Poi criticando le indagini della Procura di Palermo, “rea” di aver aperto “fascicoli” contro ignoti sul “Protocollo farfalla” e le attività dei servizi segreti negli anni'70, oltre che aver riaperto il fascicolo sul caso Impastato che “vede indagati quattro soggetti tutti ultra ottantenni escluso Canale”.
Infine, per l'ennesima volta, ha asserito che l'attuale Pg di Palermo, Scarpinato, nel giugno 1992 intervenne in favore della “dissociazione” mentre la proposta di legge presentata dall'ex pm del processo Andreotti riguardava la legislazione sui collaboratori di giustizia. I fatti sono sul tavolo e la corte, probabilmente entro settembre, arriverà ad una sentenza. Il processo, intanto, è stato rinviato al prossimo 2 maggio.

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