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174119580 98df6e8a 42f3 438a 9267 808bcc5e5e8fdi Antonio Nicola Pezzuto
Il PM Giovanni Musarò: ''Stefano Cucchi fu sottoposto ad un violentissimo pestaggio''
A distanza di sei anni emergono nuovi fatti e nuovi elementi nella vicenda Cucchi, il giovane deceduto il 22 ottobre 2009 presso la Struttura Protetta dell’Ospedale Sandro Pertini di Roma dove era stato ricoverato in stato di custodia cautelare per detenzione e traffico di sostanze stupefacenti.
Dopo l’arresto effettuato dai Carabinieri del Comando Stazione di Roma Appia nella tarda serata del 15 ottobre 2009, il Cucchi veniva dapprima portato  al Comando di Roma Appia, poi presso l’abitazione dei genitori dove i militari avevano eseguito una perquisizione domiciliare e da qui nuovamente ricondotto presso il Comando di Roma Appia per la redazione dei verbali prima di trascorrere la notte al Comando di Tor Sapienza.
La mattina seguente veniva condotto dai Carabinieri della Compagnia di Roma Casilina a Piazzale Clodio dove era prevista l’udienza di convalida dell’arresto con rito direttissimo. Convalidato il fermo, Stefano Cucchi veniva rinchiuso nella casa circondariale di Regina Coeli. Poche ore dopo, a causa delle sue condizioni fisiche, veniva trasportato in ambulanza al vicino ospedale Fatebenefratelli e sottoposto ad una serie di accertamenti. Nonostante gli fosse stato consigliato il ricovero da parte dei sanitari, l’uomo rifiutava e rientrava a Regina Coeli dove veniva ricoverato presso il Centro Clinico della struttura carceraria. Qui trascorreva la serata del 16 ottobre e la successiva nottata. Poi, il giorno successivo, a causa di forti dolori alla schiena, veniva riportato al Fatebenefratelli e finalmente si convinceva ad accettare il ricovero.
L’unico ospedale ad avere un posto disponibile era il Sandro Pertini, struttura definita protetta perché ospita soltanto detenuti. Qui avveniva il decesso alle ore 6.00 del 22 ottobre.
Per questi fatti venivano indagati tre agenti della Polizia Penitenziaria preposti alla gestione del servizio delle camere di sicurezza del Tribunale Penale di Roma e nove operatori sanitari, tra cui sei medici e tre infermieri dell’Ospedale Sandro Pertini.
Agli agenti veniva contestato il reato di lesioni personali pluriaggravate e di abuso di autorità contro arrestati e detenuti. Al personale medico, invece, si contestavano, a vario titolo,  i reati di abbandono di persona incapace pluriaggravata, omissioni di atti d’ufficio e di falso ideologico in atto pubblico.
In primo grado, la Corte d’Assise di Roma, con sentenza pronunciata in data 5 giugno 2013, condannava cinque medici, a vario titolo, per il delitto di abbandono di persona incapace pluriaggravata, omissioni di atti d’ufficio e falso ideologico in atto pubblico. Tutti gli altri imputati venivano assolti. In particolare, venivano assolti per non aver commesso il fatto, gli agenti della Polizia Penitenziaria.
Il 31 ottobre 2014, la Corte d’Assise di Appello di Roma confermava le assoluzioni e riformava la sentenza di primo grado, assolvendo anche gli altri imputati.

musaro giovanni web0A questo punto, il Procuratore Capo, Giuseppe Pignatone, affida le indagini al Sostituto Procuratore Giovanni Musarò (in foto) che riceve nel suo ufficio le missive di due detenuti: Lainà Luigi e Bracci Antonio. Questi chiedevano di essere sentiti per riferire notizie di cui erano a conoscenza e che riguardavano il decesso di Stefano Cucchi.
In data 18 novembre 2014, il PM Giovanni Musarò ascoltava Lainà Luigi che affermava di avere visto Stefano Cucchi e di avere parlato con lui presso il Centro Clinico di Roma Regina Coeli dove erano entrambi detenuti.
“Ricordo che il Cucchi aveva il viso gonfio, era evidente che era stato picchiato. Aveva tutto il viso gonfio, anche all’altezza del naso. Intendo precisare che in passato ho visto tante persone picchiate, ma non avevo mai visto nulla del genere”, raccontava il Lainà al magistrato.
“Cucchi mi disse che era stato picchiato dai Carabinieri all’interno della prima Caserma da cui era transitato nella notte dell’arresto. Aggiunse che era stato picchiato da due Carabinieri in borghese, mentre un terzo Carabiniere, in divisa, diceva agli altri due di smetterla. Proseguendo, il Cucchi mi raccontò che a quel punto il terzo Carabiniere notiziò un superiore di quanto accaduto e lui fu trasferito in un’altra caserma”.
Quindi, dalle dichiarazioni del Lainà, emergeva che Cucchi avrebbe avuto un contatto diretto con due Carabinieri in borghese: Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, come appurato dalle indagini. I due militari avevano partecipato all’arresto, alla perquisizione personale, alla perquisizione domiciliare e al fotosegnalamento del Cucchi.
Alcuni mesi dopo, esattamente il 14 maggio 2015, avviene un altro fatto importante. Due Carabinieri, Riccardo Casamassima e Maria Rosati, si presentano presso lo studio dell’av. Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi. I due riferivano circostanze rilevanti di cui erano a conoscenza. I files audio delle relative audizioni venivano depositati presso l’ufficio del PM che provvedeva alla loro trascrizione.
Casamassima e la Rosati venivano ascoltati in Procura, rispettivamente, il 30 giugno 2015 il primo e il 9 luglio la seconda.
Entrambi affermavano di aver assistito a un episodio nell’ottobre del 2009, quando prestavano servizio presso il Comando Stazione di Tor Vergata.
“Il Maresciallo Mandolini, qualche mese dopo il suo trasferimento presso la Stazione CC Appia, si presentò presso il Comando Stazione CC di Torvergata. Ricordo che questo avvenne in mattinata, ma non posso essere più preciso sull’orario. Nella circostanza il Mandolini, mettendosi una mano sulla fronte, mi disse: “È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”. Poi, a spasso spedito, si diresse verso l’ufficio del Comandante della Stazione, il Maresciallo Enrico Mastronardi, e vi fece ingresso. All’interno di quell’Ufficio c’era anche il Carabiniere Rosati Maria, la mia attuale compagna, la quale ebbe modo di ascoltare qualcosa in più prima di essere allontanata. In particolare, per come riferitomi dalla Rosati, il Mandolini fece il nome dell’arrestato (“Cucchi”) e aggiunse che stavano cercando di scaricare la responsabilità sugli agenti della Polizia Penitenziaria”. Questo affermava il Casamassima negli uffici della Procura, specificando di aver parlato con il Maresciallo Sabatino Mastronardi (figlio di Enrico), che gli aveva detto di aver visto Stefano Cucchi presso la stazione di Roma Tor Sapienza e di aver riscontrato che era “messo proprio male”.
Dello stesso tenore le dichiarazioni rese da Rosati Maria al PM: “Un giorno, intorno alle ore 10/11 (ricordo orientativamente l’orario perché erano passate circa due ore da quando avevamo preso il caffè e non era ancora arrivato il catering con il pranzo), si presentò all’interno della caserma di Tor Vergata un ragazzo che non conoscevo, che era in borghese e che mi fu presentato dal Marescialllo Mastronardi come il Maresciallo Mandolini. Tale presentazione avvenne nel corridoio della Stazione, davanti alla fotocopiatrice posta vicino all’ingresso dell’ufficio del Maresciallo Mastronardi. Questo Maresciallo Mandolini, visibilmente preoccupato ed agitato, si rivolse al Maresciallo Mastronardi dicendogli “è successa una cosa brutta, le devo parlare”, ma il Mastronardi gli disse che poteva tranquillamente parlare in mia presenza in quanto ero una persona di fiducia. A questo punto il Mandolini disse: “È successo un casino con un ragazzo che si chiama Cucchi, lo hanno massacrato. A questo punto il Mandolini chiese al Maresciallo Mastronardi di parlare esclusivamente con lui e si chiusero nell’ufficio del Mastronardi. Per quella che fu la mia percezione, il Maresciallo Mandolini, quando disse “lo hanno massacrato”, si riferiva alla condotta posta in essere da Carabinieri suoi subordinati, condotta cui lui non aveva partecipato”.
Da sottolineare che l’attendibilità del Casamassima e della Rosati veniva confermata dalle intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura sulle utenze usate dai due. Le conversazioni confermavano che entrambi avevano detto la verità.
Le indagini si sono avvalse anche delle intercettazioni effettuate sulle utenze degli indagati. Queste conversazioni sono risultate assai interessanti come quella del 27 luglio 2015: in questa circostanza D’Alessandro e Di Bernardo fanno riferimento al fatto che, mentre tentavano di eseguire il fotosegnalamento di Cucchi, questi colpiva il Di Bernardo con uno schiaffo o un pugno, gettandosi poi in terra. La telefonata assume particolare importanza perché i due fanno riferimento a un episodio che spiegherebbe il successivo pestaggio subito da Cucchi quella notte, sicuramente dopo la perquisizione. Inoltre il D’Alessandro dimostrava di essere a conoscenza del fatto che durante il processo Tedesco e Mandolini avevano volutamente evitato di parlare di ciò che era accaduto durante il foto segnalamento. “Ma quello non lo hanno detto proprio che è andato… che lo abbiamo portato a fare il foto segnalamento ..e chiamammo a Mandolini e non lo volle fare il foto segnalamento… quello non è stato proprio detto!”.
La Procura ritiene che “non si era trattato, quindi, di un’omissione dovuta ad un ricordo poco nitido, ma di una precisa scelta. Già tale circostanza induce a ritenere che, evidentemente, nel corso del foto segnalamento era accaduto qualcosa che doveva essere a tutti i costi taciuto, assunto che troverà numerose conferme nel prosieguo dell’indagine”.

FOTOGALLERY Sentenza Cucchi, la sorella mostra foto gigante di Stefano


Inquietante la conversazione tra il Di Bernardo e il D’Alessandro che manifestavano la loro preoccupazione temendo di essere destituiti dall’Arma. “Raffaele se ci congedano ci apriamo un bar, tu ti metti a…”, diveva il Di Bernardo. Da brividi la risposta del D’Alessandro: “Se mi congedano, te lo giuro sui figli miei, non sto giocando, che mi metto a fare le rapine, ragazzi. Vado a fare le rapine agli orafi, quelli là che portano a vedere i gioielli dentro le gioiellerie”. A questa conversazione, avvenuta in auto dopo l’interrogatorio del 30 luglio 2015, aveva partecipato anche Francesco Tedesco che veniva chiamato in correità dal D’Alessandro che, facendo riferimento alle dichiarazioni del Lainà Luigi che aveva affermato che il Cucchi era stato picchiato da due Carabinieri in borghese mentre un altro in divisa lo invitava a smettere, si rivolgeva al Tedesco ironicamente: “Tu dicevi basta?”.  
Un’altra figura cardine delle indagini è quella di Anna Carino, ex moglie del D’Alessandro, e del suo nuovo compagno, Giancarlo Rendina. Le intercettazioni dimostrano che la donna sapeva del pestaggio di Stefano Cucchi, perché le era stato raccontato proprio dal D’Alessandro.
Il 10 settembre 2015, su un noto quotidiano, veniva pubblicata la notizia dell’iscrizione di Mandolini Roberto sul registro degli indagati per falsa testimonianza e nell’articolo si faceva riferimento al fatto che i Carabinieri Di Bernardo Alessio e D’Alessandro Raffaele avrebbero potuto essere coinvolti nell’indagine perché ritenuti i responsabili dell’aggressione a Stefano Cucchi.
“Sai…Non mi ha stupito leggere il tuo nome in quell’articolo, prima o poi, sarebbe successo…ecco quali erano i problemi al Lavoro!!”, affermava la donna in una conversazione telefonica intercettata il 10 settembre 2015.
Il 19 ottobre 2015, Anna Carino e Giovanni Rendina si recavano nell’ufficio del PM Giovanni Musarò per essere ascoltati come persone informate dei fatti. Ed è in questa occasione che la donna racconta che il D’Alessandro le aveva confidato che “la notte dell’arresto Stefano Cucchi era stato pestato da lui e da altri colleghi della Stazione di Appia di cui non mi ha mai fatto il nome”, raccontava la Carino. “Gliene abbiamo date tante a quel drogato di merda”, avrebbe detto l’ex marito in diverse circostanze. E poi il racconto di un “violento calcio” che uno di loro (non ricordava se lui o uno degli altri) aveva sferrato al Cucchi causandone una rovinosa caduta. “Ricordo che Raffaele mi parlò, fra l’altro, di un violento calcio che uno di loro (non ricordo se lui o uno degli altri) aveva sferrato al Cucchi e che aveva determinato una rovinosa caduta di questi. Preciso, anzi, che Raffaele raccontava che il calcio fu sferrato proprio per provocare la caduta. Quando raccontava queste cose Raffaele rideva e, davanti ai miei rimproveri, rispondeva “Chill è sulu nu drogatu e’ merda”.
La donna evidenziava che dai racconti del D’Alessandro aveva percepito che “Raffaele e i suoi colleghi si erano divertiti a picchiare Stefano Cucchi. Più volte ho chiesto a Raffaele le ragioni di tale pestaggio, ma non mi ha mai risposto, forse non lo sa neanche lui il perché. Devo dire, inoltre, che il pestaggio di Cucchi non fu un caso isolato. Raffaele mi raccontava anche di pestaggi ai danni di altri soggetti, che erano stati arrestati o che comunque avevano portato in caserma in altre circostanze. Ricordo, in particolare, che mi parlò di pestaggi ai danni di extracomunitari, anche se non si trattava di pestaggi di questo livello. Per quello che ho percepito io, soprattutto quando lo sentivo mentre ne parlava con altri (nei tempi e modi sopra indicati), il pestaggio di Stefano Cucchi fu molto più violento rispetto ad altri pestaggi avvenuti in altre circostanze da parte dei militari in servizio presso la stazione Appia”.
Anche le dichiarazioni di Giancarlo Rendina sono simili a quelle della Carino. Rendina era stato molto amico del D’Alessandro che gli aveva raccontato di aver partecipato all’arresto di Stefano Cucchi e alla successiva perquisizione domiciliare. Il D’Alessandro gli aveva anche detto di aver preso parte al pestaggio di Cucchi che era caduto violentemente dalle scale a causa dei colpi ricevuti.
Anche al Rendina il D’Alessandro non aveva spiegato il perché di quella aggressione dicendo soltanto che era “un drogato di merda”.
“Inoltre il Rendina era rimasto colpito dal fatto che, quando D’Alessandro parlava di quanto accaduto al Cucchi, lo faceva quasi con divertimento e in modo molto spavaldo. Anche il Rendina, inoltre, riferiva una serie di circostanze riscontrate dalle conversazioni e dagli sms tra Carino Anna e D’Alessandro Raffaele che erano stati intercettati in precedenza”, si legge nelle carte della Procura.
Le dichiarazioni della Carino e del Rendina sono state riscontrate durante le indagini e vengono ritenute attendibili.
A confermarlo è anche il comportamento del D’Alessandro che, dopo anni di scontri con la moglie, cambia atteggiamento diventando anche troppo accondiscendente, “Un agnellino”, come lo definiva la Carino. Nel corso delle intercettazioni con la ex moglie, l’uomo dichiarava di voler “mettere bandiera bianca”. Dopo averle fatto la guerra per tanto tempo. In una telefonata tra i due, captata dagli inquirenti il 20 ottobre 2015, la donna esclamava: “Raffae perché hai messo la bandiera bianca così all’improvviso?” , rivolgendosi all’uomo che era consapevole di quanti problemi gli avrebbe potuto causare se questa avesse raccontato al magistrato quanto sapeva sul caso Cucchi.
L’attendibilità delle dichiarazioni della Carino e del Rendina venivano confermate durante l’interrogatorio di Gemma D’Alessandro, madre della Carino, sentita in Procura il 5 novembre 2015. La donna, che era residente a Trentola Ducenta (CE), arrivava a Roma con il treno, e alla stazione Termini veniva prelevata dalla figlia e dal suo compagno che l’accompagnavano presso gli uffici della Repubblica in Piazzale Clodio. Durante il percorso venivano intercettati i colloqui tra i tre che dimostravano la loro assoluta buona fede. La Carino e il Rendina invitavano la donna a dire la verità, senza operare alcuna forma di condizionamento: “Tu tanto Gemma basta che dici la verità .. noi uguale abbiamo detto quello che sapevamo…”.
Durante l’audizione la donna conferma di sapere che Raffaele D’Alessandro aveva picchiato Stefano Cucchi, ma puntualizzava di averlo saputo dalla figlia Anna e non direttamente dall’ex genero: «Una volta, mentre stavamo cenando, in televisione si parlava di Stefano Cucchi e ad un certo punto Anna mi disse che anche mio genero D’Alessandro Raffaele aveva partecipato all’arresto del Cucchi e aggiunse che “gli hanno dato pure un sacco di mazzate”, facendo riferimento a Raffaele e ad altri suoi colleghi, di cui non mi fece il nome. Tali circostanze erano state raccontate a mia figlia dallo stesso Raffaele D’Alessandro. Quando la famiglia Cucchi fece una denuncia e chiese pubblicamente che venisse fatta chiarezza su quanto accaduto, mia figlia mi disse che il marito era preoccupato perché temeva di essere coinvolto nell’indagine. Quando recentemente è stata pubblicata la notizia del coinvolgimento di Raffaele nell’indagine relativa alla morte di Stefano Cucchi, mia figlia mi ha chiamato per comunicarmelo e io non mi sono sorpresa affatto, in quanto ricordavo bene il racconto fattomi da Anna in merito al pestaggio che Stefano Cucchi aveva subito da alcuni Carabinieri che lo avevano arrestato, fra i quali c’era Raffaele D’Alessandro… confermo che mia figlia mi ha telefonato per comunicarmi che l’ex marito era indagato per la vicenda Cucchi e confermo di averle risposto “si, mi ricordo”».

Alla fine dell’interrogatorio, Gemma D’Alessandro veniva riaccompagnata alla stazione dalla Figlia Carino Anna e dal suo compagno Giancarlo Rendina. Anche in questo caso, le intercettazioni appuravano che la donna si era limitata a dire la verità, auspicando di aver fornito un contributo per rendere giustizia ai familiari del Cucchi: “solo una cosa, che la famiglia di Cucchi sia soddisfatta, questa volta… perché perdere un figlio o un fratello, in questa maniera eh… senza aver ottenuto un po’ di giustizia, si rimane poco amareggiati, oltre che al dolore..”, diceva in macchina la donna.
Sulla base delle indagini svolte, agli interrogatori dei testimoni, compresi diversi appartenenti all’Arma, il Sostituto Procuratore Giovanni Musarò scrive che “nella notte fra il 15 e il 16 ottobre 2009 Stefano Cucchi fu sottoposto ad un violentissimo pestaggio da parte dei Carabinieri appartenenti al Comando Stazione di Roma Appia, precisamente da parte di D’Alessandro Raffaele, Di Bernardo Alessio e Francesco Tedesco”.
Quanto emerso consente di collocare il pestaggio in un arco temporale sicuramente successivo alla perquisizione domiciliare avvenuta presso l’abitazione dei genitori del Cucchi e precedente al suo ingresso nel Comando Stazione dei Carabinieri di Tor Vergata.
“Il pestaggio fu originato da una condotta di resistenza posta in essere dall’arrestato al momento del foto segnalamento, presso i locali della Compagnia CC di Roma Casilina, dove, subito dopo la perquisizione domiciliare, il Cucchi era stato condotto dai Carabinieri D’Alessandro Raffaele, Tedesco Francesco e Di Bernardo Alessio. La condotta di Stefano Cucchi, il quale nell’occasione colpì il Carabiniere Alessio Di Bernardo con uno schiaffo, indusse i tre militari ad interrompere la procedura di foto segnalamento per fare ritorno, unitamente all’arrestato, presso il Comando Stazione Cc di Roma Appia, così come disposto dal Mar. Roberto Mandolini, contattato telefonicamente”.
Del passaggio di Stefano Cucchi dalla caserma Casilina per il foto segnalamento che non fu poi eseguito non vi è traccia né negli atti relativi all’arresto né nelle deposizioni rese in dibattimento dal Mandolini e da Aristodemo Gabriele (all’epoca dei fatti Carabiniere in servizio presso il Comando di Roma Appia), nel processo “Minichini Nicola + 11” celebrato in Corte D’Assise a Roma.
“A quel punto fu scientificamente orchestrata una strategia finalizzata ad ostacolare l’esatta ricostruzione dei fatti e l’identificazione dei responsabili, per allontanare i sospetti dai Carabinieri appartenenti al Comando Stazione di Roma Appia”, scrive la Procura.
Una strategia basata sul nascondere la presenza del D’Alessandro e del Di Bernardo nelle fasi dell’arresto di Cucchi. Il nome dei due militari non compare, infatti, nel verbale di arresto pur avendovi partecipato. Inoltre “fu cancellata ogni traccia del passaggio di Stefano Cucchi dalla Compagnia Casilina per gli accertamenti fotosegnaletici e dattiloscopici al punto che fu contraffato con il bianchetto il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento SPIS e riscontro AFIS della Compagnia Casilina”. Nel verbale di arresto non si fa alcun riferimento al mancato fotosegnalamento. Stefano Cucchi doveva essere anche arrestato in flagranza per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, commesso nella caserma Casilina, ma non fu denunciato per tale delitto allo scopo di non fornire agli inquirenti alcun elemento che potesse spostare l’attenzione sui Carabinieri del Comando di Roma Appia, è la tesi della Procura.
I fatti accaduti nella notte fra il 15 e il 16 ottobre 2009, nella caserma della Compagnia Casilina, furono nascosti agli altri Carabinieri che avevano preso parte all’arresto di Stefano Cucchi.
E poi c’è un bigliettino con il numero di telefono del Mar. Mandolini  consegnato dall’Appuntato Scelto Vincenzo Nicolardi al Carabiniere di piantone alla stazione dei Carabinieri di Roma Tor Sapienza, con la preghiera di chiamarlo in caso di necessità. Comportamento contrario alla procedura, come confermato da tutti i soggetti interrogati sul punto. Non solo. Nell’ordine di servizio del Comando di Roma Appia si attestava che l’intervento della pattuglia automontata era stato invocato per lo stato di agitazione del detenuto e veniva occultato ogni riferimento alla chiamata fatta al 118 perché Cucchi stava male.
“Tutti i Carabinieri che ebbero modo di vedere Stefano Cucchi nella Mattinata del 16 ottobre 2009 presso i locali del Comando di Roma Tor Sapienza (Di Sano Francesco, Mollica Stefano, Schirone Pietro) hanno concordemente riferito che il Cucchi era sofferente, aveva il viso gonfio ed evidenti difficoltà nella deambulazione”, c’è scritto nella richiesta di incidente probatorio, firmata dal Procuratore Capo di Roma, Giuseppe Pignatone e dal Sostituto Procuratore Giovanni Musarò.
I Carabinieri Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Franceso Tedesco sono indagati per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità. Il Maresciallo Roberto Mandolini e l’Appuntato Scelto Vincenzo Nicolardi per falsa testimonianza.
Un’importante novità nella vicenda è costituita dalle dichiarazioni del Prof. Carlo Masciocchi, radiologo di riconosciuta competenza, Presidente della Società Italiana di Radiologia Medica, incaricato dalla famiglia Cucchi di esaminare il materiale diagnostico. “È del tutto evidente che le fratture riscontrate sembrano essere assolutamente contestuali e possono essere definite, in modo temporale, come recenti. Si deve intendere per frattura recente quella che viene documentata nell’ambito di una finestra temporale che, dal momento del trauma all’esecuzione dell’indagine radiologica o di diagnostica per immagini è compresa entro 7-15 giorni”.
Il professore Masciocchi è stato ascoltato dalla Procura che ha ritenuto importanti le sue considerazioni in base alle quali si evince che i periti nominati dalla Corte d’Assise non hanno eseguito l’accertamento sulla vertebra fratturata di Stefano Cucchi e che la risonanza magnetica eseguita in data 30 novembre 2009, cioè quasi quaranta giorni dopo la morte è inattendibile perché deve essere fatta su un soggetto vivente nelle fasi immediatamente successive al trauma e non ha valore se eseguita post mortem.
Sulla scorta di questi nuovi fatti il Pubblico Ministero chiede al GIP di predisporre un nuovo accertamento medico-legale “al fine di stabilire la natura e la portata delle lesioni patite da Stefano Cucchi”.
L’inizio del processo di terzo grado in Cassazione è previsto per il 15 dicembre.

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