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Assostampa SiciliaAll'Assostampa le riflessioni sul giornalismo con il pm Nino Di Matteo
di Aaron Pettinari
Il ruolo del giornalismo oggi, i racconti di cronaca giudiziaria, la deontologia, il ricordo dei giornalisti che hanno perso la vita, l'avvento di una legge bavaglio per limitare il diritto di cronaca e di critica, abbassando il ruolo di “cane da guardia” che l'informazione dovrebbe avere rispetto a chi occupa i luoghi di potere. Sono solo alcuni dei punti toccati al corso di formazione “La cronaca giudiziaria: il racconto, la ricerca della verità e la deontologia” organizzato dall'Ordine dei Giornalisti presso la sede dell'Associazione Siciliana della Stampa di Palermo. Tra i relatori, oltre ai colleghi Salvo Palazzolo, Roberto Ginex e Wladimir Pantaleone, che hanno offerto contributi sull'esperienza quotidiana passata tra il Palazzo di Giustizia, storie ed inchieste vissute (anche quelle non raccontate a causa di un'informazione divenuta sempre meno spazio di riflessione e di attenzione, fagocitata dalla frenesia della rete), vi era anche il magistrato Antonino Di Matteo.

I temi proposti dal pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia e su cui pende la condanna a morte del capo di Cosa nostra, “La Bestia” Totò Riina, ci portano ad una profonda riflessione sul ruolo fondamentale che il giornalismo d'inchiesta ha in un sistema che vuole definirsi veramente democratico. Un giornalismo che “partendo dalla cronaca sappia creare, attraverso l'approfondimento, l'analisi e la capacità di collegare i fatti, quelle condizioni per contribuire a cercare la verità, raccontarla, e conservare la memoria di un Paese che ne è sempre più privo”. Uno sforzo, quello della conservazione della memoria, che secondo Di Matteo “oggi nel nostro Paese appare come un'impresa sempre più titanica e che tocca non solo il magistrato, il giornalista o lo studioso di turno, ma anche il cittadino comune. Soggetti che spesso vengono visti come elemento di rottura del sistema. Oggi si respira un'aria in cui è considerato rivoluzionario chi, magari facendo anche i nomi e cognomi tratti anche da sentenza passato in giudicato, ricorda determinati fatti”.

Le parole di Fava
Nel suo intervento Di Matteo ha ricordato le parole di un giornalista come Pippo Fava (“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”) scritte l'11 ottobre 1981 nell'editoriale “Lo spirito di un giornale”. “Parole che – secondo Di Matteo - colpiscono ancora oggi per la loro profondità non solo perché dimostrano come Fava vivesse concretamente l'impegno quotidiano. Da cittadino credo che in questo contesto sociale e politico, sempre più conformista e cloroformizzato su certi temi, c'è davvero necessità di un giornalismo vissuto e concepito con quella visione etica”.

L'importanza del giornalismo d'inchiesta
Nel sottolineare l'importanza “decisiva” del ruolo di chi fa informazione Di Matteo ha descritto esattamente il contesto in cui oggi si vive dove corruzione e lobbysmo sono sempre più dilaganti, creando un pericolo forte tanto quanto le mafie. “Oggi – ha detto il pm - ritengo che il ruolo del giornalismo, non solo nel contesto siciliano ma in quello nazionale, sia per questo veramente decisivo. In passato, quando ancora ero un giovane studente, leggevo le cronache sulla guerra di magia, sulle indagini del primo pool antimafia creato da Rocco Chinnici e, sropattutto, quelle inchieste pubblicate proprio da Giuseppe Fava sul mensile 'I Siciliani'. Ricordo gli articoli sui Cavalieri del lavoro di Catania, quelli sull'incredibile potere di Nino ed Ignazio Salvo, sui moventi e sui probabili mandanti del delitto Dalla Chiesa. E poi ancora i racconti dei rapporti tra gli imprenditori che avevano una pacifica convivenza con Nitto Santapaola o sull'inedito asse tra le famiglie catanesi e quella corleonese di Riina. Fatti che al tempo erano inediti e che anticipavano anni di inchieste giudiziarie. Inchieste che costituivano evidentemente un fortissimo impatto di denuncia e rottura oltre che un atto di coraggio, di dignità ed amore per la verità”. Denunce che avvenivano nonostante non vi fossero atti giudiziari o rapporti di polizia e carabinieri che riportavano certe considerazioni. Di Matteo ha sottolineato proprio come quegli articoli anticipavano, con tanti anni di distanza, ciò che solo tempo dopo è stato poi accertato. Il magistrato palermitano ha ricordato la sentenza sulla morte di Chinnici la quale sancisce che “il giudice fu ucciso dalla Commissione provinciale di Cosa nostra ma su ordine e input esterno di Nino ed Ignazio Salvo, uomini d'onore di Salemi ma soprattutto rappresentanti di quello che in quel momento era il potentato economico più rilevante della Sicilia ed anello di collegamento tra i vertici di Cosa nostra con l'ala andreottiana della Democrazia cristiana”.
“Voi giornalisti – ha aggiunto – siete in mezzo a questa guerra dove da una parte c'è la democrazia, il rispetto delle regole e della Costituzione, dall'altra il potere, anche quello mafioso, percepito come un esercizio fine a se stesso. Siate sempre consapevoli di essere anche possibili prede, oggetto di una volontà perversa di strumentalizzazione. Sono per primi i mafiosi, ma soprattutto quelli con le teste pensanti, i colletti bianchi, che ricoprono ruoli importanti e con un collegamento con il mondo dei professionisti, dell'imprenditoria e della politica, ad avere la consapevolezza del vostro ruolo decisivo”. Un esempio chiaro è rappresentato dall'intercettazione tra Vito Guarrasi e Nino Salvo dove i due commentavano l'audizione di Ninni Cassarà al processo Chinnici lamentandosi dei giornalisti che avevano riportato le parole del poliziotto che aveva espresso la volontà del giudice di arrestare proprio i due esattori di Salemi. Oppure quelle intercettazioni tra Guttadauro (capomandamento di Brancaccio) Aragona e Miceli, dove si parlava di attenuare il carcere duro per i mafiosi avviando una campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica proprio tramite qualche contatto con la stampa.

Mafia ed antimafia non sono la stessa cosa
Di Matteo ha anche fornito uno spunto di riflessione sulla pericolosità che viene portata dalla generalizzazione quando i media diffondono l'idea che mafia ed antimafia, tutto sommato, non siano così diversi. “In questa maniera – ha detto – passa l'idea che l'intero movimento antimafia sia nient'altro che un centro di potere ed è in quel momento che la mafia, quella mentalità ha vinto. Il lettore che non è attrezzato e non ha la consapevolezza per avere un giudizio autonomo rischia di crearsi quell'alibi che “tanto sono tutti gli stessi, tanto non cambierà nulla. Un'alibi di rassegnazione che rende invincibile o difficilmente contrastabile il potere mafioso stesso. E' giusto e sacrosanto, quando doveroso, prestare attenzione giornalistica rispetto alle storture dell'antimafia di facciata ma questa deve essere accompagnata da un'analisi e non da una ingiustificata furia generalizzatrice e demolizzatrice su tutto il movimento antimafia che si nutre anche di passione civile ed è fatta da giovani e cittadini che vogliono semplicemente ribellarsi alla mafia”.

Argomenti nascosti
“Per il timore che si possano toccare argomenti scomodi e di disturbo per il potere – ha aggiunto il magistrato – ho la sensazione che vi sia una pretesa del silenzio, della minimizzazione e del nascondimento della notizia. Ad esempio ciò è avvenuto rispetto alla vicenda del conflitto di attribuzione che il Presidente della Repubblica ha sollevato nei confronti della Procura di Palermo. Non entro nel merito delle ragioni giuridiche. Quelle intercettazioni tra l'allora indagato Mancino ed il Capo dello Stato erano state ritenute irrilevanti dalla Procura che non aveva ordinato neanche la trascrizione ai funzionari della Dia. In passato era capitato che altre Procure avevano registrato casualmente conversazioni del Presidente della Repubblica. Una volta la Procura di Milano per Scalfaro ed un'altra la Procura di Firenze, nell'inchiesta per lo scandalo appalti de L'Aquila, registrando proprio la voce di Napolitano. Le intercettazioni furono scritte e persino pubblicate sui giornali ma non si è creato nessuno scandalo. Solo a Palermo è stato sollevato il conflitto di attribuzione”. Un altro esempio di parole nascoste ha riguardato poi quanto espresso nella sentenza definitiva Dell'Utri, dove nessuno ha evidenziato quanto sancito ovvero che l'ex senatore per 18 anni, dal ’74 al ’92 è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra.
Di Matteo ha evidenziato come chi è al potere, oltre che i mafiosi, hanno ben chiaro il potere che l'informazione può rappresentare e pertanto c'è questa volontà perpetua di rendere inoffensivo il ruolo di necessario e potenziale “cane da guardia” della democrazia. “E' così che si arriva al ricorrente tentativo di limitare la pubblicazione di intercettazioni telefoniche e ambientali anche se non più coperte da segreto istruttorio con una proposta di legge che si maschera di finto garantismo e funzione di tutela della privacy. Questo accade ora – ha aggiunto Di Matteo – mentre a mio parere ci sono intercettazioni che anche se non hanno rilevanza penale hanno una forte rilevanza sociale e sono di interesse pubblico per il cittadino che è anche potenziale elettore”. Tra gli esempi di parole che non avremmo mai sentito, se fosse già applicata la legge, è stata ricordata la famosa intercettazioni con gli imprenditori che ridevano la notte stessa del terremoto de L'Aquila pensando agli affari e alla spartizione degli appalti. E stupisce che oggi di fronte a questa ennesima legge bavaglio la categoria dei giornalisti, diversamente a quanto avvenuto ai tempi di Berlusconi premier, si sia sopita di fronte ad una legge che delegherebbe al governo la possibilità di legiferare senza passare dal Parlamento. Una riforma che tocca i giornalisti quanto la magistratura, tra responsabilità civile per i giudici ed accentuazione del profilo gerarchico sulle Procure della Repubblica. “Riforme che incidono tutte e portano alla stessa direzione - ha ricordato il pm - cioè il ridimensionamento della possibilità che quegli organi di controllo possano esercitare quel proprio ruolo in maniera efficace ed incisiva”.
  

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