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toga-web5di AMDuemila - 10 agosto 2015
“Pur rilavandosi alcune opacità nella condotta dell’Amedeo, che ha preferito coltivare un rapporto confidenziale con personale in servizio presso la Squadra Mobile di Trapani piuttosto che sporgere formale denuncia delle minacce ricevute dal Bellomo e dal Giambalvo, non sussistono in atti elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio in relazione all’ipotesi delittuosa di intestazione fittizia di beni”. E' così che il procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato, ed i sostituti, Maurizio Agnello e Carlo Marzella hanno chiesto lo scorso aprile l'archiviazione per l'imprenditore Giuseppe Amodeo. Una richiesta accolta dal Gip Fernando Sestito lo scorso 17 aprile. Nel dicembre 2013 il patrimonio di Amodeo, di origini palermitane ma residente ad Alcamo, era stato sequestrato dalla Direzione investigativa antimafia per un totale di 50 milioni di euro. Amodeo veniva considerato dagli investigatori “un imprenditore che non si è fatto scrupoli ad entrare in rapporti di affari con le imprese mafiose, al fine di assicurarsi lauti guadagni, garantendo, nel contempo, il raggiungimento delle finalità lucrative proprie dell’associazione mafiosa, contribuendo così, in maniera determinante, alla sopravvivenza della stessa”.

L'imprenditore era anche stato arrestato nel 1998 ed in seguito condannato a un anno e quattro mesi per favoreggiamento aggravato. L'arresto si era verificato nel corso di una maxi retata tra Palermo e Trapani distinta in due operazioni, rispettivamente “Trash” e “Progetto Rino”, le cui indagini avevano portato alla luce una proficua gestione di appalti riconducibile ad esponenti della mafia, della politica e dell'imprenditoria locale.
L'indagine che è stata ora archiviata riguarda una costola dell'inchiesta Eden 2. Nel settembre del 2013 gli inquirenti avevano registrato una conversazione tra Calogero Giambalvo, consigliere comunale di Castelvetrano e Franco Martino, consigliere comunale eletto nelle liste dell’Udc.
Nell'ordinanza è scritto: “Durante il dialogo, il Giambalvo rivelava al Martino di essere a conoscenza che era stata effettuata una ‘riunione’ (mafiosa), nel corso della quale si era parlato dell’imminente edificazione a Castelvetrano di un nuovo ‘Centro Commerciale’. Detta inedita realtà imprenditoriale si sarebbe dovuta contrapporre all’analoga entità denominata 'Belicittà', ormai da tempo sottoposta ad amministrazione giudiziaria, con il prefissato scopo di estrometterla dal mercato. Le descritte dichiarazioni del Giambalvo acquisivano particolare rilevanza, allorquando, quest’ultimo sottolineava al Martino che il nuovo ‘Centro Commerciale’ era comunque riconducibile ai noti Grigoli Giuseppe e Messina Denaro Matteo”.
“Gli accertamenti esperiti, a riscontro delle parole di Giambalvo – continuavano gli inquirenti – facevano effettivamente emergere l’esistenza di un progetto dell’imprenditore Amodeo Giuseppe, di origine alcamese ma da molti anni operante nel territorio di Castelvetrano, finalizzato alla realizzazione di un nuovo centro commerciale denominato ‘Aventinove’. Tale realtà doveva essere edificata a Castelvetrano – contrada Strasatto – dalla ‘Amodeo Group S.r.l.’ in un’area che l’Amodeo aveva iniziato ad acquistare, sin dal novembre del 2001, attraverso la propria società ‘Dedalo S.r.l.’, dal defunto uomo d’onore Rizzo Nicolò Gaspare”. Per gli investigatori quelle parole dette da Giambalvo (durante l'interrogatorio bollate come una “millanteria”) potevano avere un fondamento in quanto nei pressi di Castelbetrano vi era un altro centro commerciale, denominato Belicittà che poteva rendere rischioso l'operazione di una nuova struttura sul piano finanziario. Ma lo sviluppo delle indagini ha smentito questa eventualità. Infatti è lo stesso Amodeo ad aver spiegato ai pm quelli che erano i vantaggi di tutta l'operazione tramite la documentazione di studi di settore che spiegavano proprio l'assenza di Centri commerciali di grandi dimensioni.
Agli inquirenti ha anche confermato però l'incontro con Girolamo Bellomo (nipote acquisito di Matteo Messina Denaro), nel febbraio 2013, dove quest'ultimo gli aveva indicato le ditte riconducibili ai noti Cimarosa Lorenzo, Filardo Giovanni, Clemente Nicolò e Clemente Santo, quali future assegnatarie dei lavori per l’edificazione del centro commerciale. “E’ evidente che in regione delle parentele vantate da questi soggetti le loro richieste, pur se non fomulatemi in modo esplicitamente minaccioso, erano da me vissute come una forma di pressione e fonte di preoccupazione” ha messo a verbale il 24 novembre 2014.
Di quelle pressioni aveva riferito sin dal primo momento, anziché all'autorità giudiziaria, all’ispettore della Squadra Mobile di Trapani dal suo cellulare già monitorato. Tanto che nel documento di richiesta di archiviazione viene fatto proprio un appunto a questa condotta singolare. Proprio questi dialoghi con i magistrati, in cui sarebbero stati forniti elementi su Bellomo, potrebbero aver infastidito gli uomini di Cosa nostra che lo scorso gennaio ha compiuto alcune intimidazioni nei confronti dello stesso e della sua famiglia.
Un dato in più che si aggiunge ai motivi per cui i pm hanno chiesto l'archiviazione del fascicolo nei confronti dell'imprenditore alcamese: “Atteso che la mera asserzione resa dal Giambalvo non è stata sufficientemente riscontrata da altri indizi che potessero ricondurre alla titolarità della dritta il Grigoli o il Messina Denaro in modo da qualificare l’Amodeo come prestanome”.

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