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polizia-arrestodi Emiliano Federico Caruso - 24 giugno 2015
Il commissariato di Gela e la Squadra Mobile di Caltanissetta, nell’ambito dell’operazione chiamata «Malleus» e in seguito alle accurate indagini della DDA locale, hanno eseguito 17 misure di custodia cautelare nei confronti di esponenti del clan Rinzivillo, con accuse che vanno dalla detenzione e porto illegale di armi, fino al traffico di stupefacenti e all’associazione a delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico di droga (hashish, marijuana, cocaina ed eroina). Ma il colpo inferto al clan Rinzivillo, tra i cui arrestati figurano molto nomi importanti di Cosa Nostra, è solo l’ultimo capitolo di una storia più vasta che per anni ha visto traffici di droga e associazioni mafiose da una parte, e indagini e arresti dall’altra.

Anni ’80, tutto parte da un nome, dal vertice di Cosa Nostra: Daniele Emmanuello, un tipo con un curriculum criminale dei peggiori, tra omicidio, estorsione, associazione mafiosa e, in particolare, traffico di stupefacenti. Emmanuello, già alleato di un certo Giuseppe Madonia, viene chiamato anche «Il boss dei ragazzini», dal momento che li usa talvolta come killer e, a proposito di giovanissimi, verrà poi accusato, e prosciolto, di aver tenuto prigioniero Giuseppe Di Matteo, rapito e poi fatto sparire nel più classico dei casi di lupara bianca a gennaio del 1996, nell’ambito di una vendetta trasversale che voleva colpire il padre Santino, ex mafioso divenuto collaboratore di giustizia.

Alla fine degli anni ’80 Emmanuello, dopo aver allontanato il clan Rinzivillo dai vertici di Cosa Nostra, inizia una violenta faida contro la Stidda («stella», in siciliano), un’organizzazione mafiosa che si è sviluppata nelle province di Ragusa, Caltanissetta, Agrigento e famosa per non avere una vera e propria struttura centrale organizzata. I Rinzivillo, tanto per tenersi in allenamento, si dedicano al traffico di droga impiantando una base a Busto Arsizio e, già che ci sono, si infiltrano anche nell’economia grazie ad appalti truccati. Dopo una latitanza da record, Emmanuello, ormai inserito nella lista dei dieci ricercati più pericolosi, viene ucciso durante un blitz della polizia il 3 dicembre del 2007.

E qui i vertici di Cosa Nostra cambiano struttura. Dopo la morte di Emmanuello, il clan Rinzivillo decide di tentare il grande salto, grazie all’aiuto della Stidda, e di riprendersi il comando della Cupola, ruotando intorno a un uomo, Crocifisso Rinzivillo, un boss potente e rispettato il cui scopo è nientemeno che quello di restaurare Cosa Nostra. La gloria personale di Crocifisso dura poco: già qualche anno dopo inizierà un lungo tira e molla di arresti, scarcerazioni, soggiorni obbligati e altri arresti, fino alla condanna definitiva nel 2012 a trent’anni di carcere. Ma ormai il seme del potere del clan Rinzivillo è piantato: inizia il loro pieno controllo sul traffico di droga e sulle estorsioni, ma nello stesso anno della condanna a Crocifisso, l’operazione «Tetragona» permette anche l’arresto di un certo Rosario Vizzini, che si rivelerà una figura chiave per le indagini.

Non è un uomo qualsiasi, Rosario: detto il «Sopranos» per la ricchezza ostentata, già boss potente affiliato al clan Rinzivillo e per conto loro reggente in Lombardia, Rosario negli anni ’90 riesce sempre a evitare qualsiasi condanna, ma anche per lui la gloria non è eterna. Poco dopo il suo arresto inizia a parlare, diventa un cosiddetto pentito, fa nomi e cognomi e rivela i meccanismi che legano la mafia dell’Alto Milanese e quella del Varesotto, e, giusto per far vedere agli investigatori che fa sul serio, indica anche il luogo esatto nei boschi di Vizzola Ticino, dove si trova il cadavere di Salvatore D’Aleo, «uomo d’onore» accusato di aver violato le regole dei clan.

Ma gli eredi del clan Rinzivillo ancora non si fermano: potenziano e perfezionano il loro traffico di droga tra Catania e Gela, in provincia di Caltanissetta, grazie anche ai loro contatti con i Carcagnusi, i Laudani e i Cappello, storici alleati dei Santapaola e particolarmente attivi in furti, estorsioni e traffico di stupefacenti. Considerati un clan particolarmente pericoloso, dal momento che si dedicano anche al porto d’armi abusivo e dispongono di un nutrito arsenale, i Rinzivillo mettono su anche un paio di capannoni proprio a Gela, dedicati alla lavorazione e al confezionamento della droga. L’esito delle operazioni è in mano a tre «uomini d’onore»: Antonio Radicia gestisce il traffico di droga insieme al suo capo Massimo Gerbino (che nel tempo libero si dedica anche alle estorsioni), mentre Gaetano Smecca ha l’incarico di controllare e sedare eventuali disordini che possano disturbare il lucroso sodalizio criminale tra i clan. Finiranno i loro giorni di gloria criminale, grazie all’operazione «Malleus», insieme ad altri esponenti dei clan come Vincenzo Florio, Nicosia Baldassare, Roberto Cosentino, Giuseppe Schembri, Giacomo Gerbino, Domenico Trespoli, Ivan Angelo Casciana, Giuseppe Placenti, Davide Pardo, Valerio Longo, Giuseppe Andrea Mangiameli e Alessandro Pardo, mentre Giuseppe Domicoli, Salvatore Cosentino e lo stesso Gaetano Smecca, al momento in cui scriviamo, sono ancora latitanti.

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