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di Sara Donatelli - 6 ottobre 2014

Non c'è libertà senza legalità", è questo il titolo della conferenza sul tema della lotta alle mafie ed educazione alla legalità svoltasi il 4 ottobre scorso a Varese presso il Teatro Apollonio. Tematica difficile da affrontare, soprattutto in una terra, la Lombardia, in cui la criminalità organizzata pur essendosi non solo infiltrata ed insediata, ma addirittura radicata, continua a svilupparsi assumendo forme e contorni ancora difficili da definire, e per molti, da riconoscere. Non siamo in Sicilia, a Palermo, in cui ogni strada è stata macchiata in passato dal sangue di magistrati, poliziotti, dirigenti della squadra mobile, giornalisti e cittadini che sono stati brutalmente uccisi per aver fatto luce sui lati oscuri che da sempre hanno favorito lo sviluppo di Cosa nostra. No, siamo a Varese, in un sabato pomeriggio di sole in cui molta gente ha preferito entrare dentro un teatro ed ascoltare le parole di chi, oggi come ieri, lotta ogni giorno per debellare quel cancro terribile rappresentato dalle mafie. Un cancro ormai in metastasi, diffuso su tutto il territorio italiano, seppur con modalità e caratteristiche differenti. Anche se la costante è sempre e solo una: il silenzio assordante delle istituzioni e l'indifferenza della società civile che per pigrizia, stanchezza o paura decide di voltarsi dall'altra parte. Ma sabato no. A Varese no.

Molta gente ha fatto una scelta: quella di risvegliare il proprio senso critico attraverso i racconti di magistrati, giornalisti e personalità che hanno magistralmente illustrato non solo le modalità di crescita e sviluppo delle mafie al nord, ma anche il rapporto tra criminalità organizzata e stato, analizzando quello che è da sempre stato il ruolo determinante dei servizi segreti e della massoneria. Tra i relatori ha preso parola Lorenzo Frigerio, giornalista di Libera Informazione,  seguito da Salvatore Bellomo, sostituto procuratore di Monza. Un magistrato che con le sue parole è riuscito a spiegare al pubblico presente in sala non solo il ruolo ormai determinante delle mafie al nord, ma anche e soprattutto il grande lavoro che si cela dietro le varie operazioni giudiziarie. Un lavoro reso possibile e concreto grazie all'instancabile lavoro di veri servitori dello stato che si espongono in prima linea ed ogni giorno sacrificano la propria vita. Toccanti le parole di Anna Maria Fiorillo, PM presso il tribunale dei minori di Milano, che prima di essere un magistrato è una donna dalla schiena dritta che con le sue azioni e parole ha dato e continua a dare la dimostrazione del fatto che uno stato vero è possibile. Uno stato libero dal condizionamento mafioso, uno stato che deve basarsi sulla responsabilità del singolo cittadino prima e dell'intera società civile poi.


Presente anche lo scrittore, attore e regista Giulio Cavalli che ha spiegato non solo il ruolo del teatro ma analizzato anche il ruolo dell'intellettuale, spesso determinante (ma troppe volte assente), nel contrasto alla mentalità mafiosa che negli ultimi 30 anni ha ormai preso piede in ogni strato della società rendendo la prevaricazione e l'arroganza uno stile di vita per poter raggiungere il successo. Dopo le lucide ma forti dichiarazioni del Direttore di Antimafia Duemila, Giorgio Bongiovanni, bisogna sicuramente focalizzare l'attenzione sulle parole dette da Antonino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo che ad oggi, insieme ai colleghi Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene, sta portando avanti il complicatissimo (e ostacolatissimo) processo sulla trattativa stato-mafia. Una trattativa, ricordiamolo, non presunta ma reale, accertata da sentenze ormai definitive. Una trattativa prima negata e poi giustificata dalla ragion di stato. Una trattativa iniziata ma mai interrotta i cui effetti devastanti sono ben visibili sotto gli occhi tutti. Occhi che però vengono costantemente chiusi da un'informazione serva del regime ed una presunta stampa che spesso diventa megafono di tutte quelle voci che, come detto prima, tentano non solo di giustificare l'ignobile trattativa che ha visto e vede coinvolti uomini delle istituzioni ma, fattore altrettanto preoccupante, provano a delegittimare e sminuire l'incommensurabile lavoro di quella parte sana dello stato che oggi tenta di far luce sui fatti avvenuti tra il 92 e il 93. "Vi dico che c'è speranza, ma quella speranza va coltivata pretendendo giustizia, indipendenza e impegno vero da parte della magistratura e delle forze dell'ordine. Va coltivata pretendendo che la classe politica, come fino a ora non ha fatto, consideri veramente con i fatti una priorità non solo la lotta alla mafia ma qualcosa, se volete ancora di più grave, come la lotta al metodo mafioso che purtroppo si sta diffondendo nell'esercizio del potere anche ufficiale" sostiene Nino Di Matteo. Ma il filo conduttore  che ha legato tutti gli interventi dei relatori è stato il ruolo delle giovani generazioni, quelle che, come diceva Paolo Borsellino, sono le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Ed è proprio per questo motivo che Salvatore Borsellino ha ribadito l'importanza del dialogo con i giovani, troppo spesso distratti da fattori volutamente loro forniti ogni giorno con l'intento di annientare le loro menti e coscienze. Borsellino ha infatti spiegato che, una volta tornato dal suo viaggio lungo la via Francigena, ha deciso che andrà nelle scuole e si rivolgerà esclusivamente a loro, ai ragazzi, quegli stessi ragazzi per la cui presenza Paolo Borsellino disse in una lettera scritta poco prima di morire di essere ottimista. Come non esserlo dunque? Come non essere ottimisti una volta resi conto che uno stato sano e libero c'è e continua a lottare? Come non essere ottimisti dopo aver guardato il sorriso dei bambini intervenuti sul palco all'inizio della conferenza? Come non essere ottimisti, liberi e responsabili dopo aver ascoltato le parole di Antonino Di Matteo, che vogliamo proporvi integralmente, nella speranza (o meglio certezza) che queste possano servire a smuovere tutte quelle coscienze anestetizzate dalla paura, dal silenzio e dall'indifferenza.

"Ragazzi, non fatevi impressionare da chi vi dice che tanto non serve a niente, ma tanto non cambierà mai niente, ma chi te lo fa fare? Perché non è vero che le cose non cambiano. Il cambiamento ci sarà e ci potrà essere proprio partendo da questa vera e propria rivoluzione culturale che deve partire da giovani. "

Evento organizzato dal movimento Agende Rosse gruppo Paolo Borsellino
e Giovanni Falcone - Varese

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