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beni-confiscati-mafiadi Salvo Vitale - 16 settembre 2014
Un elenco dei beni confiscati alla mafia, pubblicato in 19 quotidiani locali del gruppo Finegil, aggiorna una serie di dati al dicembre 2013. A quella data in Sicilia sono stati confiscati 5.500 beni, dei quali 4.542 nella sola Palermo. Ma desta qualche sorpresa anche l’elenco, in ordine, dei comuni con il maggior numero di sequestri, secondo cui abbiamo  Palermo  con 3101, seguita da Motta Sant'Anastasia con  236, da Monreale con 135, Partinico con 131, Bagheria con 114, Catania con 106. Per restare nella nostra zona, all’11° posto c’è Carini, con 77, al tredicesimo posto Terrasini, con 67, al 15° Terrasini con 67, al 17° Borgetto con 65, mentre Alcamo è piazzata al 19° posto con 59 sequestri. Se queste cifre sono vere è legittimo chiedersi dove siano questi beni e quali strategie ha il governo per renderli arrivi e produttivi. Infatti, accanto al consistente numero di appartamenti, individuali o in condominio, terreni e altri titoli, abbiamo una serie di aziende e di realtà economiche nelle quali ha operato, sinora, una stretta fascia del magro capitalismo siciliano, cercando di portare avanti un’economia che è troppo facile definire mafiosa, specie quando si rilevano marcate differenze tra chi lavora dentro queste aziende e chi le dirige o, in alcuni casi, quando la magistratura assolve gli imprenditori, mentre l’Ufficio misure di prevenzione continua ad emettere provvedimenti di confisca o di sequestro nei confronti degli assolti.

 Abbiamo 1314 Società a responsabilità limitata, 140 Imprese individuali, 63 società in nome collettivo, 56 società in accomandita semplice, 15 società per azioni, 14 Beni senza personalità giuridica, 6 società cooperative, 5 società di fatto, 3 società consortili 3 consorzi, 1 società semplice, 1 Società in accomandita per azioni. L’elenco rivela ancora una volt come in Sicilia si privilegino le società a responsabilità limitata e le imprese individuali, anziché le cooperative, diversamente che al Nord, a meno che non si voglia considerare l’ipotesi che il sistema cooperativistico sia meno permeabile alle infiltrazioni mafiose.
Chi si occupa della gestione dei beni confiscati, a nostro parere dovrebbe cercare di attuare alcune delle disposizioni di legge, ad oggi ignorate, associate ad altre proposte:

- Servirsi a rotazione di un albo-elenco degli amministratori giudiziari;
- Non attribuire a costoro  più di un incarico;
- Consentire solo per un anno l’amministrazione del bene ad ogni singolo amministratore;
- Controllare annualmente i bilanci e l’operato dell’amministratore e, in caso di palese incompetenza o di truffa, disporre il pagamento, da parte dell’amministratore, del danno arrecato al bene confiscato;
- rendere esecutive le sentenze penali e coordinare l’aspetto penale con quello di prevenzione, in modo da evitare discrasie e soggettivo uso del potere da parte dell’Ufficio di prevenzione;
- creare un pool di magistrati che si occupino della gestione degli oltre 40 miliardi di beni confiscati, attraverso una distribuzione di incarichi e carichi di lavoro che tolgano dall’arbitrio di una sola persona le decisioni repressive.
- creare un fondo di sostegno per le aziende la cui amministrazione passiva non sia imputabile a cattiva gestione dell’amministratore;
- non consentire la vendita a privati dei beni di titolarietà dell’azienda confiscata;
- favorire, nell’emissione di bandi per l’assegnazione, l’imprenditoria giovanile, le strutture cooperativistiche, i progetti che si occupino di agricoltura,
disporre di crediti agevolati, di prestiti a basso interesse per l’acquisto dei mezzi di lavoro;
- consentire il ritorno alla gestione del bene a coloro che, dopo la fase processuale, abbiano dimostrato volontà e intenzione di continuare il tragitto di lavoro nell’ambito della legalità.

ANTIMAFIADuemila
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